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Delta del Niger, la tragedia di Agbaalor e il petrolio di Shell: un disastro ambientale tra giustizia negata e fuga delle multinazionali

Wir-Le Agbaalor ha passato la vita a lavorare con dedizione nella sua piccola fattoria nel Delta del Niger, in Nigeria. Ogni giorno, si prendeva cura dei campi, estirpava le erbacce e raccoglieva la manioca che poi vendeva al mercato di Port Harcourt. Ma oggi, quel terreno è morto, coperto da una spessa coltre di petrolio che da oltre un anno e mezzo ha reso impossibile qualsiasi forma di coltivazione. La causa? Due gravissime fuoriuscite di greggio nel 2023, che hanno contaminato non solo la terra, ma anche l’unica fonte d’acqua potabile della zona secondo il reportage realizzato da Altreconomia fatto da Marcello Rossi, Paul Tullis, Samuel Ajala e Abdulwaheed Sofiullahi Q. con il supporto del Journalismfund Europe

“Quando il petrolio inquina il suolo, non c’è più niente da fare”, racconta Agbaalor, osservando sconsolato i resti marcescenti delle sue piantine sotto il sole cocente di agosto. Poco lontano, tra gli alberi, si intravede il Trans-Niger Pipeline, un oleodotto costruito nel 1965 dalla Royal Dutch Shell, capace di trasportare fino a 180mila barili di petrolio al giorno. Oggi è tristemente noto per i continui sversamenti che hanno devastato l’ambiente e privato intere comunità del loro unico sostentamento.

“Non ci è rimasto più nulla. Non sappiamo come andare avanti”, confessa Agbaalor, dando voce alla disperazione condivisa da molti nella regione.

Shell, una fuga strategica travestita da transizione ecologica

La legge nigeriana obbligherebbe le compagnie petrolifere a bonificare i territori contaminati e risarcire le comunità colpite, ma solo se la responsabilità è dimostrabile. Agbaalor è certo che la colpa sia di Shell, ma come può un contadino affrontare un colosso anglo-olandese in tribunale? La fiducia nel sistema giudiziario locale è inesistente, e con buone ragioni: negli anni, le sentenze hanno spesso favorito la multinazionale, che ha sistematicamente negato ogni coinvolgimento negli sversamenti.

E ora, il quadro rischia di peggiorare. Nel gennaio 2023, Shell ha annunciato la vendita della sua controllata nigeriana, Shell Petroleum Development Company (SPDC), al consorzio locale Renaissance African Energy, per oltre un miliardo di euro. Un passo che la compagnia giustifica con la necessità di ridurre rischi ambientali, economici e legali e perseguire la neutralità carbonica entro il 2050.

Ma gli esperti non ci credono. “È un’uscita strategica per sottrarsi alle responsabilità storiche”, sostiene Iniruo Wills, ex commissario per l’ambiente dello Stato di Bayelsa. “Shell sa che risarcire i danni causati dalle sue attività nel Delta del Niger potrebbe costarle decine di miliardi di dollari”.

Decenni di devastazione ambientale e giustizia tardiva

Le operazioni di Shell nel Delta del Niger risalgono al 1937, quando la Nigeria era ancora una colonia britannica. Da allora, il bilancio ambientale è catastrofico: si stima che ogni anno vengano riversate nel Delta quantità di greggio equivalenti al disastro della Exxon Valdez del 1989. Tra il 2011 e oggi, la sola Shell ha riportato sversamenti per oltre 110mila barili di petrolio.

I casi legali sono emblematici. Uno sversamento degli anni Sessanta è rimasto irrisolto fino al 2020, quando la Corte Suprema nigeriana ha respinto i ricorsi di Shell. Solo negli ultimi anni, sentenze come quella dell’Alta Corte di Londra nel 2015 (che ha condannato Shell a risarcire 65 milioni di euro) o quella di un tribunale olandese nel 2021 (15 milioni di euro a quattro agricoltori) hanno segnato una svolta nella responsabilità delle multinazionali.

“Questi casi dimostrano che è possibile chiedere conto ai giganti aziendali”, afferma Matthew Renshaw, avvocato specializzato in diritto ambientale.

Una vendita opaca e un futuro incerto

La cessione di SPDC a Renaissance African Energy solleva però gravi interrogativi. Renaissance è una società avvolta nel mistero, con una struttura intricata e poca trasparenza. Le sue capacità finanziarie sono dubbie: Shell ha concesso un prestito da 1,2 miliardi di dollari per “necessità finanziarie”, segno che Renaissance potrebbe essere già al limite delle risorse.

Secondo Tom Bolster, avvocato dello studio Hausfeld, Shell rimarrebbe responsabile per gli sversamenti avvenuti prima della vendita, ma per i nuovi incidenti la questione si complica. Renaissance sarebbe citabile solo nei tribunali locali, dove poche cause trovano giustizia, e le compagnie nigeriane sono note per standard operativi inferiori e una maggiore propensione al flaring, una pratica dannosa per l’ambiente.

Un disastro senza fine

Nel frattempo, Agbaalor e le comunità colpite restano intrappolate in un disastro ambientale senza via d’uscita. Le bonifiche sono un miraggio, e i risarcimenti appaiono sempre più irraggiungibili. “Non possiamo permettere che Shell se ne vada senza garantire una gestione responsabile e sicura”, avverte Audrey Gaughran, direttrice del SOMO.

Ma per ora, la speranza di Agbaalor è vana. La sua terra è morta, la sua voce soffocata. Il Delta del Niger rimane una terra martoriata, dove le multinazionali prosperano e i contadini scompaiono, sepolti sotto una coltre di petrolio e indifferenza.

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