
Se c’è una storia che incarna il fallimento dello Stato, la strage di Ustica è quella. Un disastro che, a oltre quarant’anni di distanza, continua a essere avvolto in una nebbia di menzogne, depistaggi e silenzi. E in mezzo a questo pantano, c’è Mario Ciancarella, ex capitano dell’Aeronautica Militare, un uomo che ha osato sfidare le istituzioni per raccontare ciò che sapeva. Per questo è stato isolato, radiato e zittito. Ma la sua voce continua a rimbombare, come il rombo di quel missile che la notte del 27 giugno 1980 avrebbe abbattuto il DC-9 dell’Itavia, portando con sé 81 vite.
Ciancarella, pilota e fondatore del Movimento Democratico dei Militari, ha raccolto la confessione di un radarista in servizio quella notte: il maresciallo Mario Alberto Dettori. “Capitano, siamo stati noi a tirarlo giù,” gli avrebbe detto. Poche parole, un peso immenso. Dettori sapeva troppo. E nel 1987, pochi anni dopo quelle confidenze, fu trovato morto. Un suicidio, dissero. Ma la pistola che lo avrebbe ucciso era misteriosamente pulita e senza impronte, come se il maresciallo avesse avuto la premura di lucidarla prima di togliersi la vita. Un caso? Certo, come i mille altri intorno a Ustica.
Secondo Ciancarella, quella notte sui radar italiani si scatenò il caos: aerei militari italiani, americani, francesi e persino un Mig libico si rincorrevano in un pericoloso balletto nei cieli. E in mezzo a loro, un aereo civile, un bersaglio inconsapevole. Il DC-9 sarebbe stato abbattuto da un missile durante un’operazione militare. Non è fantascienza: lo dicono le prove radar, lo sostengono esperti, lo suggerisce chi quella notte era in servizio. E lo dice la storia di un’Italia che, nel tentativo di proteggere i suoi “alleati” e i loro segreti, ha scelto di sacrificare la verità.
E qui entra in scena la parte più nauseante della vicenda: il trattamento riservato a Ciancarella. Nel 1983, viene radiato dall’Aeronautica con un decreto che portava la firma del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Solo che quella firma era falsa. Lo si scoprirà decenni dopo, quando il Tribunale Civile di Firenze confermerà la falsificazione. Un atto gravissimo, un attentato non solo a un uomo, ma all’istituzione della Presidenza stessa. Eppure, il tutto passa quasi inosservato, come se fosse una semplice formalità burocratica.
La storia di Ustica, e quella di Mario Ciancarella, raccontano di un Paese che preferisce insabbiare piuttosto che affrontare. Un Paese che, invece di cercare la verità, la teme. Che zittisce chi parla e celebra chi mente. Un Paese dove chi ha il coraggio di denunciare diventa un problema da eliminare, non una risorsa da ascoltare.
Alla fine, Ustica non è solo una strage. È una ferita aperta che sanguina ancora. È il simbolo di una democrazia fragile, dove la ragion di Stato si mangia la giustizia, e dove le vittime vengono tradite due volte: prima dalla tragedia, poi dall’oblio. E mentre i colpevoli, veri o presunti, continuano a nascondersi dietro il muro di gomma delle istituzioni, uomini come Ciancarella ci ricordano che, anche nelle tenebre, c’è chi continua a lottare per la luce.
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