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Una prigione a cielo aperto.Gaza

La Striscia di Gaza viene spesso descritta come la più estesa prigione all’aperto del mondo, data la severa restrizione di movimento impostata da Israele, che gestisce tutti i passaggi di confine (ad eccezione di Rafah, gestito in coordinamento con l’Egitto) per più di un decennio. Questo controllo comprende l’ingresso e l’uscita di persone e beni umanitari nell’area assediata.

Già negli anni ‘70, Israele aveva iniziato a stabilire insediamenti nella Striscia, in parte ristabilendo le comunità ebraiche esistenti prima del 1948. La densità demografica elevata di Gaza, aggravata dalla presenza di un alto numero di rifugiati, ha costantemente rappresentato una sfida per Israele. Nonostante il ritiro degli insediamenti ebraici nel 2005 e un accordo per facilitare il movimento tra Cisgiordania e Gaza, Israele ha mantenuto un controllo significativo sulla regione, estendendosi al controllo dello spazio aereo, marittimo e delle aree ad accesso limitato vicino alla Linea verde. Israele regola anche l’economia di Gaza, incluso il sistema monetario, le dogane e l’industria delle costruzioni, mantenendo il controllo sui registri demografici e sulla riscossione delle tasse palestinesi. Il blocco imposto da Israele dal 2007 ha intensificato le restrizioni e l’isolamento, con l’ONU che definisce tali misure come “punizione collettiva” contro gli abitanti di Gaza.

Israele ha condotto cinque significative offensive militari contro Gaza dal 2007, rispondendo ai lanci di razzi da parte di Hamas e altri gruppi armati palestinesi. In quanto potenza occupante, Israele ha obblighi secondo il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, una posizione sostenuta dalla Corte internazionale di giustizia e dalla comunità internazionale. Nonostante la Palestina, attraverso l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), abbia assunto impegni sui diritti umani, ciò non diminuisce gli obblighi di Israele.

La situazione di Gaza ha notevoli impatti sulla vita civile e sull’immaginario collettivo, con descrizioni che spesso deumanizzano i suoi abitanti. I dati demografici mostrano una popolazione di 2,3 milioni, di cui il 71% è costituito da rifugiati. La densità di popolazione è tra le più elevate al mondo, con conseguenti gravi problemi sanitari e di abitazione. Il blocco ha gravemente limitato l’accesso a beni essenziali come l’acqua potabile, l’energia elettrica e le cure mediche, con una vasta maggioranza della popolazione dipendente da aiuti umanitari.

La narrazione disumanizzante nei confronti dei palestinesi, particolarmente evidente nei discorsi pubblici e nei media, prepara il terreno per la giustificazione della loro oppressione. La restituzione della dignità ai palestinesi e la riconciliazione con la loro storia, marcata dalla pulizia etnica e dalle conseguenti sofferenze, sono passi cruciali per comprendere la situazione attuale.

Israele ha demolito migliaia di strutture civili palestinesi, influenzando direttamente la vita di centinaia di migliaia di persone. La distruzione di case e scuole, unita alla violenza contro i bambini, illustra un livello profondo di disumanizzazione. Questa realtà richiede una narrazione più umana e un’attenzione internazionale concentrata sulla protezione dei diritti fondamentali dei palestinesi, specialmente dei più giovani, per garantire un futuro di pace e dignità.

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