
C’è un filo nero che attraversa la storia della Repubblica italiana, intrecciando politica, finanza e mafia in un nodo che nessuno sembra voler sciogliere. È il filo che lega Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, e Michele Sindona, il “mago della finanza” diventato il simbolo della bancarotta fraudolenta e della connivenza con Cosa Nostra. Una relazione ambigua, compromettente, che le sentenze di Palermo e Milano hanno svelato in tutta la sua inquietante portata, ma che continua a essere sottovalutata o, peggio, dimenticata.
Le carte dei processi raccontano di un rapporto intenso, quasi simbiotico. Andreotti non è stato solo un sostenitore politico di Sindona: è stato il suo punto di riferimento, il suo scudo e, all’occorrenza, il suo lobbista. Nel dicembre 1973, durante un ricevimento in suo onore organizzato a New York, Andreotti ebbe l’ardire di definire Sindona il “salvatore della lira”. Un encomio pubblico che faceva da contraltare al sostegno concreto che il “mago della finanza” elargiva alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, con donazioni documentate per oltre due miliardi di lire tra il 1973 e il 1974.
Quando Sindona cadde in disgrazia, travolto dai crac finanziari e dalle accuse di collusione con la mafia, Andreotti non si tirò indietro. Lo aiutò durante la sua latitanza negli Stati Uniti, dove lo incontrò persino a Washington, secondo le agende dei suoi collaboratori e le deposizioni raccolte nei processi. Le iniziative in favore del bancarottiere continuarono anche quando Sindona, in fuga dalla giustizia, si rese protagonista di episodi drammatici, come il finto rapimento e l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, liquidatore della sua banca. Nonostante tutto, Andreotti accettò di incontrare più volte l’avvocato difensore di Sindona, Rodolfo Guzzi, persino dopo questi fatti gravissimi.
Le agende di Guzzi e i documenti giudiziari mostrano un fitto reticolo di contatti, con nove incontri ufficiali tra il legale e Andreotti tra il 1978 e il 1980, quasi tutti nel periodo in cui quest’ultimo era presidente del Consiglio. In quei colloqui, Guzzi sollecitava interventi politici ed economici a favore del suo assistito. E Andreotti, più che freddo, sembrava pragmatico, muovendosi per valutare ogni possibilità, nonostante i giudizi negativi della Banca d’Italia e di istituzioni come Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia.
Il legame tra Andreotti e Sindona non si limitava agli aiuti economici o ai favori politici. Secondo i giudici di Palermo, Andreotti mantenne rapporti stretti con il “cerchio magico” di Sindona, che includeva personaggi come Gaetano Stammati, ministro iscritto alla P2, e Franco Evangelisti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Anche di fronte alle minacce mafiose rivolte a figure chiave come Ambrosoli, Andreotti si mostrò, come disse Guzzi, “freddo e disinteressato”.
Il vero scandalo, tuttavia, non sta solo nei fatti accertati dalle sentenze, ma nella coltre di silenzio che li ha avvolti nel tempo. In un Paese normale, una relazione del genere avrebbe segnato la fine politica e sociale di chiunque. In Italia, invece, si è trasformata in una nota a piè di pagina, relegata alla memoria di pochi studiosi o giornalisti indipendenti.
Perché il nostro sistema politico-mediatico ha preferito dimenticare? Forse perché guardare in faccia questa storia significa ammettere che il cuore dello Stato, negli anni più bui della Prima Repubblica, ha battuto al ritmo di accordi innominabili, dove il potere non si faceva scrupoli a mescolarsi con il crimine. Ed è questa la lezione che dovremmo finalmente imparare: senza memoria, senza verità, la democrazia resta solo una facciata dietro cui si nascondono i compromessi più torbidi.
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