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Tarhouna: il crimine organizzato di Stato che il mondo ignora

Ci sono storie che dovrebbero scuotere le coscienze di chiunque. E poi ci sono le storie che invece non interessano a nessuno. Tarhouna rientra nel secondo caso. Non c’è indignazione, non c’è clamore, non ci sono prime pagine né inviati speciali. C’è solo il silenzio. Eppure, quello che è successo nella città libica tra il 2015 e il 2020 ha tutti gli ingredienti del crimine organizzato, ma con un’aggravante non da poco: i carnefici non erano solo miliziani sanguinari, ma strumenti consapevoli di governi, eserciti e potenti che oggi si fanno belli parlando di giustizia e diritti umani.

Al centro di questa storia c’è il gruppo armato al-Kaniat. Uomini che per cinque anni hanno trasformato Tarhouna in un mattatoio umano. 343 corpi recuperati, fosse comuni scoperte ovunque, mani legate, occhi bendati, ferite da arma da fuoco sul petto e sulla testa. Non è un film horror: è realtà. La loro firma era chiara, inequivocabile. Eliminare tutti i maschi di una famiglia, bambini inclusi, per impossessarsi dei beni e delle proprietà dei morti. L’apice della barbarie è stato toccato il 3 aprile 2020, quando quattro membri della famiglia al-Fellus – padre e tre figli, il più piccolo di soli 10 anni – sono stati rapiti e giustiziati. Come se non bastasse, due giorni dopo è toccato a tre sorelle della famiglia Harouda, una delle quali incinta.

Ma la brutalità non si ferma qui. I sopravvissuti vivono un incubo che non ha fine. “Ogni giorno moriamo migliaia di volte,” raccontano. E chi li può biasimare? Hanno visto i loro cari portati via e ritrovati mesi, se non anni, dopo sotto terra, vittime di una violenza senza pari.

Crimine di Stato

Il punto però non è solo la ferocia di al-Kaniat. Questi crimini non sarebbero stati possibili senza complicità ad altissimi livelli. L’organizzazione Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, punta il dito contro tutti: il governo di accordo nazionale (riconosciuto dalla comunità internazionale) e le Forze armate arabe libiche del generale Khalifa Haftar. Entrambi hanno dato legittimità, appoggi materiali e finanziari ai miliziani. In altre parole, i mandanti sono nei palazzi di governo e nei comandi militari.

E come non menzionare Abdelbari al-Shaqaqi, leader di una milizia che, ironia della sorte, si faceva chiamare “Apparato di deterrenza per combattere il terrorismo”? L’uomo è oggi ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Peccato che nessuno se ne occupi, perché il suo nome non è Netanyahu. Quando si tratta di Libia, evidentemente, non c’è spazio per il dibattito globale sulla giustizia.

Giustizia in saldo

La magistratura libica ha emesso 400 mandati di cattura contro i membri di al-Kaniat. Di questi, 29 si sono trasformati in condanne a lunghe pene detentive o a morte. Ma attenzione: 24 sono state emesse in contumacia. Tradotto: dei cinque anni di massacri a Tarhouna, solo cinque persone sono oggi dietro le sbarre. Pesci piccoli, ovviamente. I veri responsabili, i capi e i mandanti, continuano a fare la loro vita.

E le vittime? 37 famiglie hanno ricevuto un risarcimento da un organismo governativo, ma è una goccia nel mare del dolore che Tarhouna continua a vivere.

L’indifferenza internazionale

La comunità internazionale, quella che si riempie la bocca con parole come diritti e giustizia, ha deciso che Tarhouna non merita attenzione. Forse perché la Libia non fa notizia, forse perché i crimini di guerra sono tollerabili quando commessi da alleati strategici.

La realtà è che a Tarhouna si è consumato un crimine organizzato di Stato, con il silenzioso avallo di chi avrebbe dovuto fermarlo. Il risultato? Una città spezzata, un popolo che muore ogni giorno e una giustizia che non arriverà mai. Perché, come sempre, la verità è scomoda. E il mondo preferisce non vedere.

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