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Stellantis: il naufragio di un’industria e l’avidità di una famiglia

L’industria automobilistica italiana, un tempo orgoglio nazionale, sta sprofondando. Al timone di questa deriva, tra delocalizzazioni e speculazioni finanziarie, troviamo Stellantis, la holding nata dalla fusione tra FCA e PSA, guidata per anni da Carlos Tavares. Ora, con il clamoroso abbandono dell’amministratore delegato e una liquidazione principesca da 100 milioni di euro, la scena rimane nelle mani di John Elkann. Peccato che il patriarca degli eredi Agnelli sia distratto dal processo ginevrino sull’eredità familiare, mentre il titolo crolla in Borsa e con esso le speranze di migliaia di lavoratori italiani.

Il tracollo finanziario e sociale

Il disastro Stellantis non è frutto del caso, ma di una strategia industriale trasformata in culto del dividendo. La società ha distribuito, sotto la guida di Tavares, 23 miliardi di euro in quattro anni ai suoi azionisti, tra cui Exor, il “salvadanaio” degli Elkann, che da sola ha incassato 3 miliardi. Un dettaglio significativo: mentre i dividendi fioccavano, il valore di mercato della società si dimezzava, passando da 85 a 45 miliardi di dollari. Intanto, i lavoratori italiani pagano il conto, con 40.000 posti diretti a rischio e una filiera ormai sull’orlo del collasso.

Il modus operandi è chiaro: delocalizzazioni selvagge, riduzione degli organici, incentivi pubblici sfruttati per gonfiare le tasche degli azionisti. Tra il 2022 e il 2024 Stellantis ha speso 5,4 miliardi di euro in buyback per sostenere artificialmente il valore delle azioni, ma l’innovazione è rimasta al palo. Non si crea valore industriale con elusione fiscale, salari da fame e un’ossessione per i rendimenti trimestrali. Il conto finale lo presenta ora la speculazione ribassista.

Tre fasi di declino

La morte dell’industria automobilistica torinese è avvenuta in tre atti. Il primo, sotto l’egida di Fiat, vide il capitalismo familiare italiano fallire miseramente nel restare competitivo sui mercati globali. La fine della ricerca e lo spostamento verso la finanza segnarono l’inizio del declino. Le fabbriche furono delocalizzate in paesi con salari bassi, spesso accompagnate da sussidi pubblici italiani: un paradosso insopportabile.

Il secondo atto è stato il regno di Sergio Marchionne, osannato come salvatore ma, in realtà, artefice di un’ulteriore fuga dall’Italia. Le fabbriche vennero trasferite negli Stati Uniti, e con esse l’anima stessa di Fiat. Infine, è arrivata Stellantis, l’ultimo stadio di una metamorfosi in holding finanziaria. Qui la produzione è secondaria rispetto alla resa dei titoli e ai dividendi, come dimostrano i numeri impietosi.

L’informazione sotto controllo

Un aspetto ancor più inquietante è il ruolo di Exor nel controllare l’informazione italiana. Attraverso il gruppo Gedi, la famiglia Elkann possiede testate come La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, e persino riviste di geopolitica come Limes. Questo controllo capillare dei media garantisce che le critiche siano smorzate o invisibili. E non è finita: Exor è azionista di riferimento anche del britannico The Economist. Chi gestisce il declino produttivo italiano può, contemporaneamente, modellare l’opinione pubblica. Un conflitto di interessi da manuale.

Il caso Magneti Marelli

Un esempio emblematico del modus operandi di Stellantis è la vendita di Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansei per 5,8 miliardi di euro nel 2019. Quell’operazione, avvenuta sotto FCA, fruttò agli azionisti dividendi per 1,5 miliardi di euro, ma i dipendenti italiani ne pagarono il prezzo. I lavoratori sono passati da oltre 10.000 a meno di 7.000, mentre il gruppo internazionale si è espanso altrove. Nel frattempo, Stellantis ha beneficiato di un prestito garantito dallo Stato italiano per 6,2 miliardi di euro. Un ciclo di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite che sembra non avere fine.

Accuse e scuse

Di fronte al tracollo, John Elkann ha invocato la concorrenza delle auto cinesi e le politiche ambientali europee come capri espiatori. Ma quale mercato è stato realmente “distorto”? Il problema non è l’Europa o la Cina, ma la scelta sistematica di Stellantis di svendere il proprio futuro per ingrassare gli azionisti. E mentre Elkann punta il dito contro il mondo, Torino – un tempo capitale dell’auto – si svuota, lasciando dietro di sé solo macerie industriali e sociali.

Conclusione: un fallimento orchestrato

Stellantis non è solo un caso aziendale: è un paradigma di come il capitalismo finanziario possa distruggere interi settori produttivi. La società, con la complicità di Exor, ha perseguito una strategia miope e predatoria, sacrificando innovazione, posti di lavoro e valore industriale. Ora, mentre il titolo crolla e l’Italia paga il prezzo, resta da chiedersi: quante altre industrie devono essere distrutte prima che il sistema cambi?

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