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Siria: L’offensiva nell’ovest di Aleppo e le grandi manovre della Turchia

Da due mesi gli indizi si accumulavano, lasciando presagire l’avvio imminente di una grande offensiva nella Siria nord-occidentale. Oggi, quei segnali si sono trasformati in realtà. Gruppi pro-turchi appartenenti al conglomerato dell’Esercito Nazionale Siriano e i terroristi di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) hanno lanciato un attacco su larga scala, muovendo sull’asse al-Sheikh Aqil – Kabtan al-Jebel e Anjarah, nel tentativo di consolidare nuove posizioni nella provincia di Aleppo.

Ma dietro questa apparente azione locale si nascondono dinamiche ben più complesse, che intrecciano la debolezza dell’esercito siriano, le ambizioni geopolitiche della Turchia e la strategia americana di isolamento nei confronti di Damasco.

Un’offensiva annunciata

L’avanzata dei militanti nell’ovest di Aleppo non è un episodio isolato. Da settimane, nelle aree di confine, si registravano movimenti sospetti: i villaggi venivano militarizzati, le posizioni di fuoco rinforzate e i checkpoint moltiplicati. Inoltre, erano stati preparati punti di raccolta per il sangue, un dettaglio che lascia intendere la meticolosità con cui l’attacco è stato pianificato.

L’operazione, battezzata significativamente “Pronti a respingere l’aggressione”, è stata giustificata dai gruppi pro-turchi come una risposta ai presunti “bombardamenti inumani” e come un mezzo per “restituire le case ai rifugiati” e “ristabilire la giustizia”. Nella realtà, invece, si tratta di una manovra complessa che punta a ridisegnare gli equilibri della regione.

La strategia di Ankara

La Turchia di Erdogan è il regista occulto di questa offensiva. L’obiettivo non è solo consolidare il proprio ruolo in Siria, ma anche rinegoziare la sua posizione con l’Unione Europea. La pressione militare su Damasco, infatti, potrebbe servire a ottenere concessioni economiche e politiche da Bruxelles, come la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi o il rafforzamento dei legami commerciali, indispensabili per risollevare un’economia interna in difficoltà.

Tuttavia, Ankara si trova a giocare una partita pericolosa. Le sue alleanze con gruppi estremisti, inclusi i terroristi di HTS e i militanti uiguri del Partito Islamico del Turkestan, stanno sollevando interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di questa strategia. La Turchia rischia di trovarsi invischiata in un conflitto sempre più imprevedibile, con ripercussioni sia interne che internazionali.

La fragilità dell’esercito siriano

L’offensiva in corso è facilitata dalla debolezza strutturale dell’esercito siriano, ormai logorato da più di un decennio di guerra. Come osserva Frédéric Pichon, analista di politica mediorientale, le sanzioni americane, la confisca del petrolio e i continui attacchi israeliani hanno impedito a Damasco di ricostruire non solo le sue capacità militari, ma anche il morale delle truppe.

A questo si aggiunge la crescente pressione della guerra aperta tra Israele e Iran, che minaccia di destabilizzare ulteriormente il regime di Bashar al-Assad. Fabrice Balanche, in un’intervista recente, ha sottolineato come la Siria resti un nodo cruciale per l’Iran e il suo sostegno al Hezbollah libanese, rendendola un bersaglio prioritario nelle strategie israeliane.

La guerra psicologica

L’avanzata dei militanti pro-turchi non è solo una questione di territorio. Si tratta anche di una guerra psicologica, progettata per demoralizzare l’esercito siriano e la popolazione locale. La presenza di militanti stranieri, percepiti come “i più pericolosi” dai siriani, amplifica l’impatto emotivo dell’offensiva.

Eppure, su alcuni fronti, le forze governative hanno mostrato resistenza. A nord di Ash-Sheikh Aqil e a est di Anjara, i militanti non sono riusciti a sfondare, mentre immagini di mezzi blindati distrutti dai siriani circolano online. Tuttavia, gli attacchi aerei russi e siriani si rivelano ancora insufficienti per fermare l’avanzata, evidenziando la criticità della situazione.

Un fragile equilibrio

Resta da chiedersi quale sarà l’esito di questa offensiva. Le forze antigovernative hanno già consolidato alcune posizioni a ovest di Aleppo, ma il loro successo a lungo termine dipenderà da molti fattori, tra cui la volontà della Turchia di proseguire il sostegno e la capacità di Damasco di organizzare una controffensiva.

Ankara, dal canto suo, potrebbe decidere di ritirare il proprio appoggio ai ribelli una volta raggiunti i suoi obiettivi geopolitici, lasciandoli esposti a una prevedibile reazione delle forze governative. Come conclude Pichon: “Questa invasione è spettacolare, ma non vedo come le fazioni ribelli e jihadiste possano mantenersi. Sarà probabilmente Erdogan a riportarli a casa, dopo averli usati come pedine.”

Conclusione

L’offensiva nell’ovest di Aleppo è solo l’ultimo capitolo di una guerra che sembra infinita. Dietro le dichiarazioni di giustizia e umanità si nascondono giochi di potere che coinvolgono attori locali e internazionali. La Siria, devastata da anni di conflitto, resta intrappolata in un fragile equilibrio in cui ogni movimento rischia di innescare nuove ondate di violenza. Per ora, l’unica certezza è che le sofferenze della popolazione continuano, mentre le potenze regionali giocano la loro partita sullo scacchiere mediorientale.

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