In uno lucido articolo lo studioso di geopolitica francese Pierre-Emmanuel Thomann,(https://univ-paris8.academia.edu/PierreEmmanuelThomann/CurriculumVitae)

Syrie : l’ouverture d’un nouveau front par Washington/Ankara/Tel Aviv/Kiev contre l’axe Russie/Syrie/Iran au détriment de la sécurité européenne
https://cf2r.org/actualite/syrie-louverture-dun-nouveau-front-par-washington-ankara-tel-aviv-kiev-contre-laxe-russie-syrie-iran-au-detriment-de-la-securite-europeenne/illustra con estrema chiarezza le complesse dinamiche presenti dietro il complesso siriano. vediamo di illustrarle.
Una nuova e preoccupante escalation si sta consumando in Siria, dove un’alleanza di gruppi islamisti guidati da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), erede di Jabhat al-Nusra e fiancheggiatrice di Al-Qaida, ha lanciato un’offensiva che ha portato alla conquista di Aleppo. Questo sviluppo non è casuale: dietro le azioni dei jihadisti emergono chiaramente gli interessi geopolitici di potenze come Ankara, Tel Aviv e Washington, che dal 2011 utilizzano i gruppi islamisti come strumenti per destabilizzare la Siria e favorire un cambio di regime.
Obiettivi geopolitici delle potenze coinvolte
L’offensiva jihadista rappresenta solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di mosse strategiche finalizzate a contrastare l’asse Russia-Siria-Iran, con l’obiettivo di frammentare il Medio Oriente e torpedinare la transizione verso un mondo multipolare. Per gli Stati Uniti, l’apertura di un nuovo fronte in Siria è un tentativo di costringere Mosca a disperdere le proprie risorse militari, già fortemente impegnate in Ucraina, e di intensificare la pressione sull’Iran. Allo stesso tempo, Washington mira a favorire l’espansionismo turco verso aree di interesse russo nel Caucaso e in Asia centrale.
La Turchia, infatti, occupa da anni una vasta fascia territoriale lungo il confine siriano e intende ampliarla ulteriormente, soprattutto a scapito delle forze curde. Tel Aviv, sostenuta da Washington, continua a bombardare sia la Siria che il Libano con il duplice obiettivo di indebolire il regime di Bashar al-Assad e l’asse sciita Iran-Siria-Hezbollah.
La Siria come teatro della lotta per un nuovo ordine mondiale
La crisi siriana non è un conflitto isolato, ma parte di uno scontro geopolitico globale che vede contrapposti gli Stati Uniti e i loro alleati (NATO-UE) da una parte, e il blocco Russia-Cina-Iran, sostenuto dai BRICS e dall’Organizzazione di Shanghai, dall’altra. Questo confronto riflette una competizione sistemica tra chi sostiene un sistema multipolare e chi cerca di mantenere la propria egemonia unipolare.
Gli Stati Uniti applicano una strategia di “overstretching” nei confronti di Mosca, come esplicitamente teorizzato dalla Rand Corporation, obbligando la Russia a confrontarsi con molteplici minacce su diversi fronti: dall’Ucraina alla Siria, dal Caucaso ai Balcani. Il risultato è un’escalation globale che rischia di espandersi fino al limite di una terza guerra mondiale.
Le radici storiche della destabilizzazione
L’attuale situazione in Siria non può essere compresa senza richiamare episodi passati. La CIA, ad esempio, ha storicamente sostenuto gruppi jihadisti, a partire dai mujahideen in Afghanistan negli anni ’80, passando per i gruppi islamisti nei conflitti in Iraq, Libia e Siria. Anche in Ucraina, gli Stati Uniti hanno supportato estremisti neonazisti e banderisti per raggiungere obiettivi geopolitici contro Mosca.
L’offensiva jihadista attuale, inoltre, è stata agevolata dai recenti bombardamenti israeliani in Siria e Libano, che hanno indebolito Hezbollah e facilitato l’avanzata di HTS. Questa dinamica, tuttavia, potrebbe incontrare una resistenza diversa rispetto al passato: Egitto e Iraq si schierano ora a sostegno della Siria di Assad, creando un fronte arabo più coeso contro il jihadismo.
Il ruolo di Washington, Tel Aviv e Ankara
Secondo Thomann, gli Stati Uniti, Israele e Turchia si configurano come regimi che praticano il terrorismo di Stato per raggiungere i propri obiettivi geopolitici. La politica di Washington, in particolare, continua a destabilizzare l’Europa e il Medio Oriente, favorendo crisi migratorie e l’aumento degli attentati jihadisti, come già avvenuto in seguito alla guerra in Iraq del 2003 e al sostegno ai gruppi islamisti in Siria dal 2011.
Questi attori perseguono agende distinte ma interconnesse: Washington punta a indebolire la Russia e l’Iran; Tel Aviv vuole smantellare l’asse sciita; Ankara si muove per espandere la propria influenza regionale. In questo contesto, l’Europa rischia di subire le conseguenze più gravi, tra flussi migratori incontrollati e nuove minacce alla sicurezza interna.
La necessità di una risposta strategica
Thomann conclude sottolineando che per evitare che la Siria cada nelle mani dei jihadisti, è nell’interesse dell’Europa, e della Francia in particolare, sostenere gli sforzi della Russia, dell’Iran e di Bashar al-Assad per eliminare le milizie islamiste. Un eventuale regime islamista a Damasco aggraverebbe ulteriormente le tensioni regionali e faciliterebbe nuovi attentati in Europa.
La Siria, ancora una volta, si rivela uno snodo cruciale nella competizione per il controllo geopolitico globale. Tuttavia, finché gli Stati Uniti e i loro alleati continueranno a opporsi a un nuovo ordine multipolare, le crisi si moltiplicheranno e la sicurezza internazionale resterà a rischio.
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