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Roma–Gerusalemme: l’asse che vale soldi, gas e potere

Tre dossier sul tavolo e una richiesta “di linea”

Nell’agenda del confronto politico fra Italia e Israele si intrecciano tre partite: il valore economico della cooperazione industriale, tecnologica ed energetica; la scelta – ad altissima sensibilità diplomatica – su Gerusalemme come capitale d’Israele; e la pretesa, avanzata dal ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen e veicolata in Europa attraverso il collega italiano Antonio Tajani, che l’Unione Europea “non interferisca” negli affari interni israeliani.

Il punto non è, o non è solo, la posizione europea sulla guerra – diritto all’autodifesa e dovere di proteggere i civili palestinesi – né la linea dell’esecutivo italiano, già attestata su una solidarietà politica piena. La vera preoccupazione, a Gerusalemme, riguarda le ricadute internazionali della riforma della giustizia: un intervento che riduce la capacità di controllo della Corte Suprema e rafforza in modo netto l’esecutivo, spostando l’equilibrio fra Parlamento e potere giudiziario in un sistema che, non avendo una Costituzione scritta, si regge sulla Dichiarazione d’indipendenza del 1948, sulle Leggi fondamentali della Knesset e sulla legislazione ordinaria.

La riforma e l’economia: l’allarme che arriva da Tel Aviv

La frattura istituzionale ha anche un costo economico. Uno studio dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale legato all’Università di Tel Aviv, pubblicato nel marzo 2023, metteva in guardia contro un rischio di stagnazione derivante dal bilancio 2023-2024 e dalla “rivoluzione giudiziaria”, letta come fattore di tensione sociale e di violazione del principio di uguaglianza: favorirebbe, in particolare, comunità ultraortodosse e blocchi ultraconservatori, già difficili da integrare pienamente nel tessuto produttivo.

Il tema si innesta su una traiettoria politica precedente: nel 2018 la Knesset ha approvato la legge “Israele Stato-nazione del popolo ebraico”, definita da un centro legale per i diritti della minoranza araba come una norma dal tratto coloniale. In altre parole: identità, diritto e distribuzione delle risorse diventano un unico pacchetto.

Bilancio di guerra e fondi di coalizione: Cisgiordania al centro

A novembre, poco prima della tregua concordata con Hamas, il governo israeliano ha approvato un nuovo bilancio di guerra contestato da Benny Gantz e criticato dalla Banca d’Israele. Al centro della polemica i fondi di coalizione: risorse allocate sulla base degli accordi di governo e gestite fuori da un vero vaglio parlamentare. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader di Sionismo religioso, li ha difesi come necessari per “rafforzare” la sicurezza in Cisgiordania: posti di blocco, squadre civili, armi e dotazioni. Sul terreno, però, la dinamica degli insediamenti appare in accelerazione.

Qui entra un altro dossier: la possibile circolazione di armi leggere statunitensi fra i coloni. Specialisti del controllo degli armamenti segnalano che forniture esportate in Israele – tramite aiuti militari o canali commerciali – possono finire indirettamente nelle mani sbagliate. Il punto politico è la deroga di fatto: la normativa statunitense (nota come legge Leahy) e i vincoli che vietano assistenza a governi accusati credibilmente di violazioni dei diritti umani, secondo ex funzionari e lo stesso Leahy, nel caso israeliano sarebbero applicati con estrema timidezza. A complicare il quadro, l’impossibilità pratica di tracciare fucili e pistole, perché né il Dipartimento di Stato né il Pentagono riescono a seguirne la filiera una volta entrate nel circuito.

Nel frattempo Washington ha chiesto al Senato di rimuovere restrizioni su categorie di armi e munizioni accessibili a Israele attraverso scorte già stoccate nel Paese. E a dicembre è passata una vendita “d’emergenza” di munizioni per carri armati da oltre 106 milioni di dollari, aggirando il Congresso.

Sicurezza digitale: il lato oscuro che cresce con la guerra

La cooperazione non è solo ferro e polvere da sparo. Un caso emblematico è la società israeliana Nso Group, produttrice del software spia Pegasus, già sottoposta a restrizioni commerciali statunitensi dal 2021 dopo inchieste internazionali su intercettazioni contro giornalisti, avvocati e attivisti. La società ha intensificato l’azione di pressione politica a Washington: secondo Open Secrets, già nel 2022 la spesa in consulenze e influenza era arrivata a 1,1 milioni di dollari. Parallelamente, negli Stati Uniti si riapre la battaglia sui poteri di sorveglianza: la sezione 702 della legge statunitense sulla sorveglianza viene spinta verso il rinnovo proprio mentre cresce la richiesta di indagare gruppi filopalestinesi, con allarmi delle associazioni per i diritti civili. In Italia, la pubblica sicurezza ha chiesto ai questori di monitorare manifestazioni e occupazioni in solidarietà con i palestinesi.

Italia–Israele: cooperazione industriale, opacità politica e tentazione securitaria

Roma presenta la relazione militare con toni prudenti: nel 2023 risultano 21 licenze verso Israele per 9,9 milioni di euro, in larga parte componenti per comunicazioni. Il ministro Guido Crosetto ha anche indicato la sospensione di nuove licenze in applicazione della legge 185 del 1990. Ma lo stesso Crosetto, in passato, ha sostenuto che la scelta di cooperare con un Paese dovrebbe essere decisione del governo più che vincolo parlamentare: il tema, quindi, è chi comanda davvero sulla filiera.

Il caso Gasparri – difeso in Giunta per le immunità nonostante l’assenza di dichiarazioni su attività private – riapre la domanda: un parlamentare può svolgere, di fatto, un ruolo di facilitatore per interessi nel settore della sicurezza informatica? Una trasmissione televisiva ha ricostruito legami fra una società attiva nel settore e figure collegate a servizi esteri, con prodotti descritti come “cavalli di Troia” capaci di estrarre dati da telefoni e ricostruire profili informativi completi.

Intanto il mercato della sicurezza informatica cresce: investimenti per 1,855 miliardi nel 2022, +18% sul 2021. Eventi e piattaforme di incontro fra imprese, istituzioni e innovazione stanno diventando industria globale. In Italia, fiere e conferenze con forte presenza israeliana hanno rafforzato contatti fra imprese e apparati pubblici; Leonardo rimane il perno: accordi scientifici e tecnologici, intese con enti israeliani per progetti di ricerca, e un ecosistema di fondazioni e memorandum che collegano industria, università e sicurezza.

Dottrina israeliana e “trapianto” del modello: l’elemento strategico

La dottrina israeliana ruota attorno a deterrenza, allarme strategico, decisione e difesa: guerre brevi, spostamento rapido del conflitto sul territorio del nemico, superiorità aerea e intelligence avanzata. La leva tecnologica è parte dell’identità nazionale: programmi formativi per élite in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica; servizio obbligatorio come fabbrica di competenze per l’apparato militare e di sicurezza; intreccio fra industria e forze armate.

È qui che il rapporto con l’Italia assume un profilo geopolitico e geoeconomico: non solo scambi, ma modelli. In Italia, nel 2023, il dibattito su riserva, arruolamenti, potenziamento di polizia e forze armate, e persino l’ipotesi di un Consiglio di sicurezza nazionale, segnala una spinta verso una governance più “dura”, giustificata con minacce ibride, dominio cibernetico, spazio, fondali marini e dimensione cognitiva.

Il nodo finale: ricchezza e potere, ma a quale prezzo

L’asse con Israele promette accesso a tecnologie, reti industriali, cooperazione energetica e visibilità politica. Ma porta con sé il rischio di importare un paradigma: sicurezza come architettura totale, controllo come normalità, riduzione dei contrappesi come soluzione. La partita di Gerusalemme, la riforma della giustizia israeliana, la filiera delle armi e la corsa alla sorveglianza digitale non sono dossier separati: sono il disegno di un potere che chiede agli alleati non soltanto sostegno, ma silenzio. E il silenzio, in politica, è quasi sempre un investimento che si paga con interessi altissimi.

Approfondimento

L’effetto Israele sulla sicurezza italiana

In Italia sta maturando una scelta che va oltre la cronaca delle intese industriali, tecnologiche ed energetiche: la tentazione di adottare un modo di pensare la sicurezza come architrave dell’intero edificio nazionale. È un passaggio sottile, perché non riguarda soltanto l’acquisto di sistemi o la cooperazione tra aziende, ma l’importazione di una cultura politica: l’idea che la minaccia sia permanente, dunque permanente debba essere la risposta; e che, per reggere l’urto, lo Stato debba diventare più rapido, più centralizzato, più “leggero” nei controlli e più pesante nell’intervento.

Questo schema funziona bene dove è nato perché poggia su una dottrina che privilegia decisione e prevenzione: deterrenza, allarme strategico, capacità di colpire in tempi brevi e di spostare il conflitto lontano dal proprio territorio, superiorità informativa e capacità di integrazione tra apparato militare e apparato di intelligence. Il punto, però, è cosa succede quando un Paese con storia istituzionale diversa, e con una sensibilità costituzionale costruita sul timore dell’arbitrio, sceglie di avvicinarsi a quel paradigma non solo per apprenderne le competenze ma per assorbirne la logica.

La prima conseguenza è linguistica e culturale: la sicurezza smette di essere un settore e diventa una cornice. Dentro ci finisce tutto: la protezione delle infrastrutture, la competizione tecnologica, la dipendenza energetica, le catene di fornitura, la sorveglianza delle reti, la tutela dello spazio e dei fondali, perfino la dimensione cognitiva, cioè l’idea che anche percezioni e comportamenti collettivi siano un campo di battaglia. È un’impostazione moderna, persino necessaria; ma ha un rovescio: se tutto è sicurezza, ogni scelta diventa urgente, e l’urgenza è il miglior alleato di chi vuole comprimere verifiche e contrappesi.

Da qui nasce la seconda conseguenza: la rapidità dei processi decisionali, virtù militare, rischia di trasformarsi in regola politica. Si parla di avvicinare le decisioni ai luoghi dove stanno competenze e conoscenze, per rendere l’azione più “predittiva”. È sensato. Ma la linea di confine è sottile: predire non significa sostituire il controllo democratico con il giudizio di una cerchia ristretta di specialisti, né spostare scelte sensibili in un’area opaca dove la responsabilità si disperde. La velocità, in democrazia, va pagata con trasparenza; altrimenti diventa soltanto potere più libero.

La terza conseguenza riguarda la società. Se la sicurezza è l’orizzonte, allora serve una “cultura della difesa” che attraversi scuole, lavoro, spazi pubblici. Può essere consapevolezza, resilienza, preparazione civile; ma può anche diventare militarizzazione del quotidiano, assuefazione a misure straordinarie, abitudine alla sorveglianza, riduzione del dissenso a problema di ordine pubblico. È qui che si gioca la partita vera: non nei mezzi, ma nell’idea di cittadinanza. Se la sicurezza si trasforma in morale pubblica, chi contesta non è più un interlocutore: diventa un fattore di rischio.

La quarta conseguenza è industriale e tecnologica: l’integrazione sempre più stretta tra difesa, ricerca, università, imprese della sicurezza digitale, sistemi di raccolta e trattamento dei dati. In un’economia che corre, questa filiera produce ricchezza, brevetti, posti di lavoro, capacità di attrarre investimenti. Ma porta con sé un rischio sistemico: la porosità tra pubblico e privato. Quando l’innovazione nel campo della sicurezza si alimenta anche di consulenze, piattaforme di intermediazione, eventi e reti relazionali, diventa facile scivolare in una zona grigia dove la necessità di “fare presto” e “collaborare” attenua controlli, tracciabilità e responsabilità. Tecnologie nate per la difesa esterna possono migrare verso usi interni, e strumenti di intercettazione e profilazione possono essere normalizzati come servizi, non come eccezioni.

La quinta conseguenza si lega alle risorse umane. Un modello che punta su tecnologia e superiorità informativa chiede masse critiche di competenze: formazione tecnica avanzata, élite scientifiche, capacità di impiegare intelligenza artificiale e analisi dei dati. È un obiettivo legittimo. Ma, parallelamente, cresce l’idea di costruire una riserva e di ridisegnare reclutamento e carriere per rendere lo strumento militare più “scalabile” in caso di crisi. Se in questa trasformazione il baricentro si sposta verso apparati addestrati soprattutto alla gestione dell’ordine interno, la sicurezza cambia pelle: da difesa dei confini a governo della società. È un passaggio che va maneggiato con estrema cautela, perché la storia italiana insegna che l’equilibrio tra forza e diritto non è un dettaglio, è la sostanza.

La sesta conseguenza è geopolitica e geoeconomica. Rafforzare legami industriali e tecnologici conviene: aumenta la capacità competitiva, apre mercati, accelera l’accesso a competenze di duplice impiego, crea interdipendenze utili. Ma ogni interdipendenza è anche una vulnerabilità: dipendenza tecnologica, esposizione reputazionale, frizioni con alleati e con l’Europa quando il perimetro del lecito viene ristretto con la richiesta di “non intervenire” su questioni interne. Il dossier simbolico, in questi casi, è sempre lo stesso: le decisioni che toccano status e riconoscimenti internazionali diventano un test di allineamento. E l’allineamento, quando diventa automatismo, riduce lo spazio dell’interesse nazionale a semplice riflesso.

Infine c’è la settima conseguenza, la più delicata: il rapporto tra sicurezza e giustizia. Un potere esecutivo che cerca di mettersi al riparo dal controllo giudiziario, limitando la capacità d’intervento delle corti, non compie una riforma tecnica: ridefinisce il patto democratico. Se passa l’idea che la sicurezza richieda governi meno sindacabili, allora la sicurezza diventa lo scudo dell’impunità. Ed è qui che il “modello” smette di essere uno strumento e diventa una scorciatoia: perché promette efficacia in cambio di contrappesi, decisione in cambio di garanzie, ordine in cambio di libertà. L’Italia può certamente rafforzare le proprie capacità e modernizzare la difesa; ma se accetta che la sicurezza sia la chiave per riplasmare regole e controlli, allora il problema non sarà ciò che accade fuori dai confini. Sarà ciò che cambia dentro.

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