Il mondo delle relazioni internazionali è permeato da un concetto fluido e variabile: quello di “terrorismo”. Un termine che può essere assegnato o revocato con sorprendente facilità, a seconda delle necessità politiche del momento. Un giorno si è terroristi, il giorno dopo vincitori del Nobel per la Pace. Questo continuo rimescolamento, lungi dall’essere casuale, è il risultato di un cinismo strutturale che si maschera dietro parole come “diritto internazionale”, “democrazia” e “autodeterminazione dei popoli”.
Il diritto internazionale come strumento di potere
Il diritto internazionale dovrebbe evocare un ordine universale e giusto, ma, in realtà, viene applicato in modo selettivo. L’Onu e la Corte Penale Internazionale sono state spesso mobilitate contro avversari geopolitici dell’Occidente. Milosevic, i genocidi ruandesi, e oggi Putin e Netanyahu sono stati o sono nel mirino. Ma i leader occidentali responsabili di devastazioni in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia – da Clinton a Bush Jr., da Tony Blair a Sarkozy – non hanno mai dovuto rispondere delle loro azioni. La giustizia internazionale, quindi, appare come uno strumento di pressione politica, pronto a colpire i nemici e altrettanto pronto a ignorare i crimini degli amici.
L’autodeterminazione a geometria variabile
Lo stesso vale per l’autodeterminazione dei popoli, un principio che si applica o meno in base a chi ne beneficia. Il Kosovo ha ottenuto l’indipendenza con l’appoggio dell’Occidente, nonostante le violazioni delle risoluzioni Onu. Ma i russofoni del Donbass, gli abitanti della Crimea o gli armeni del Nagorno-Karabakh, tutti schierati contro i “nostri” alleati, vengono immediatamente etichettati come ribelli illegittimi. Lo stesso vale per i curdi, perseguitati dalla Turchia di Erdogan, un membro fondamentale della Nato, che gode di totale impunità per le sue azioni.
Siria: il teatro delle ipocrisie globali
La Siria è oggi il campo di battaglia dove queste contraddizioni si manifestano con maggiore evidenza. Israele continua a occupare parti del Sud del Paese, così come la Turchia nel Nord, con il beneplacito delle potenze occidentali. Gli Stati Uniti, nel frattempo, controllano un lembo del territorio siriano con basi militari e un migliaio di uomini, appoggiando apertamente i jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), il gruppo capeggiato da al-Jolani, nonostante quest’ultimo figuri ancora nella lista nera del terrorismo degli stessi Stati Uniti. Questa collaborazione tacita, che unisce Israele, Turchia e Usa, si basa su un principio semplice: la legge internazionale si applica solo quando non interferisce con gli interessi strategici di queste potenze.
L’aggressore e l’aggredito: una favola da riscrivere
La narrativa dell’“aggressore” e dell’“aggredito”, tanto cara all’Occidente, viene manipolata a seconda delle convenienze. Gli stessi che denunciano l’aggressione russa in Ucraina rimangono in silenzio davanti all’occupazione di territori siriani da parte di Israele, Turchia e Stati Uniti. Lo stesso accade con i bombardamenti indiscriminati in Yemen, condotti con il supporto occidentale. La coerenza, in questo scenario, non è nemmeno un parametro considerato.
Realismo geopolitico: la necessità di un nuovo vocabolario
In questo contesto, il dibattito geopolitico dovrebbe essere riportato su binari di realismo. Espressioni come “diritto internazionale”, “democrazia” e “autodeterminazione” sono state svuotate del loro significato e utilizzate come strumenti retorici per giustificare azioni contraddittorie. È tempo di fare pulizia nel linguaggio e riconoscere che la politica internazionale è guidata non da ideali, ma da interessi e rapporti di forza.
Le potenze occidentali continuano a presentarsi come i paladini di un “Impero del Bene”, ma dietro questa facciata si nascondono anni di interventi militari, colpi di stato e alleanze opportunistiche. Il primo passo verso una discussione geopolitica onesta è riconoscere questa realtà, abbandonando illusioni moralistiche e affrontando il mondo per quello che è: un’arena di potere, non di principi.
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