1)La notizia delle trattative tra Turchia e Stati Uniti per ottenere una deroga alle sanzioni imposte a Gazprombank non è solo un episodio isolato, ma un capitolo cruciale in una più ampia partita geopolitica che intreccia energia, sanzioni e sicurezza nazionale. Questo scenario non si limita ai bilaterali tra Ankara e Washington, ma si proietta sull’intero sistema delle relazioni internazionali, oggi in fase di ristrutturazione.
Turchia: il dilemma della dipendenza energetica
Ankara si trova al centro di una tensione irrisolvibile: da una parte, la sua economia dipende in larga misura dal gas naturale russo, che copriva oltre il 40% del fabbisogno nazionale nel 2023. Dall’altra, la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti e la NATO la vincola a rispettare, almeno formalmente, il regime sanzionatorio occidentale contro Mosca. Le parole del ministro dell’Energia, Alparslan Bayraktar, secondo cui “non possiamo acquistare beni se non possiamo pagarli”, svelano un dilemma esistenziale: senza il gas russo, la Turchia rischia una crisi energetica che potrebbe destabilizzarne l’economia e, di conseguenza, il sistema politico.
Gazprom e il fattore Ucraina
La mossa di Gazprom di interrompere i flussi di gas attraverso l’Ucraina dopo il 31 dicembre è un segnale inequivocabile della strategia russa: marginalizzare Kiev non solo militarmente, ma anche economicamente, togliendole i circa 1 miliardo di dollari annui generati dal transito del gas. Questo colpo di grazia chiuderebbe un ciclo storico iniziato durante l’Unione Sovietica, segnando la fine di un’epoca in cui l’energia russa era il cuore pulsante dell’industria europea.
Gli Stati Uniti e la diplomazia energetica
Le nuove sanzioni statunitensi, introdotte il 20 novembre, vanno oltre la semplice pressione economica. Bloccando le transazioni in dollari di Gazprombank, Washington mira a chiudere una delle ultime valvole finanziarie che ancora tengono in vita l’economia russa. Tuttavia, questa mossa ha un prezzo: potrebbe alienare alleati strategici come la Turchia, che si sta già muovendo verso accordi con ExxonMobil per ridurre la propria dipendenza dal gas russo. Ma a quale costo? L’approvvigionamento di LNG americano, pur strategico, comporta costi maggiori e infrastrutture complesse.
Una nuova architettura energetica globale
Questi sviluppi riflettono un cambiamento di paradigma: l’energia non è più solo una questione di mercato, ma lo strumento di una guerra globale per il potere. L’Europa sta cercando di sganciarsi dall’energia russa, con conseguenze imprevedibili per il suo sistema industriale. La Russia, da parte sua, sta puntando sulla Cina e sull’Asia come nuovi mercati di riferimento, ma non senza difficoltà. La Turchia, con la sua posizione geografica e il suo ruolo di hub energetico, potrebbe emergere come il campo di battaglia decisivo di questa transizione.
Conclusioni
In uno scenario sempre più frammentato, le scelte di Ankara avranno ripercussioni ben oltre i confini nazionali. La sua capacità di bilanciare gli interessi contrapposti di Mosca e Washington sarà un test cruciale per il nuovo ordine globale in gestazione. Ciò che emerge è un quadro in cui nessuna delle grandi potenze può permettersi di ignorare la Turchia, né la rete sempre più complessa di dipendenze energetiche che lega il Nord al Sud, l’Est all’Ovest.
2)La visita della delegazione ucraina, guidata dal ministro della Difesa Rustem Umerov, in Corea del Sud la settimana del 27 novembre rappresenta un nodo critico nell’evoluzione della guerra in Ucraina. La richiesta di supporto militare, avanzata a Seul, non è solo una mossa per rafforzare la capacità di Kiev di resistere all’aggressione russa, ma anche un indicatore delle dinamiche globali che si intrecciano nel conflitto. Questa richiesta, inserita in un contesto di pressione occidentale verso Seul, evidenzia come le alleanze militari e le forniture di armamenti siano diventate il terreno su cui si gioca il futuro dell’ordine mondiale.
Corea del Sud: tra prudenza e opportunità
Tradizionalmente orientata a un approccio cauto, la Corea del Sud ha finora fornito aiuti non letali all’Ucraina, come equipaggiamenti per lo sminamento. Tuttavia, la sua posizione di grande produttore di armi – emersa anche nel vertice di Berlino del 25 novembre – la pone sotto i riflettori di Kiev e dei suoi alleati occidentali. La visita di Umerov e le richieste ucraine per sistemi di difesa aerea e artiglieria rappresentano un test importante per Seul. Le parole del ministro degli Esteri sudcoreano, Cho Tae-yul, che ha dichiarato che “tutte le opzioni sono state prese in considerazione”, riflettono il delicato equilibrio tra la necessità di sostenere l’Ucraina e il timore di provocare una reazione russa o di esacerbare le tensioni con Pyongyang.
Russia e il rischio di escalation
Le dichiarazioni di Dmitry Medvedev e Dmitry Peskov sul possibile uso di armi nucleari da parte della Russia in risposta a un eventuale trasferimento di armamenti nucleari all’Ucraina segnano una linea rossa che l’Occidente non può permettersi di ignorare. La nuova dottrina nucleare russa, aggiornata di recente, abbassa la soglia per l’uso di tali armi, aumentando il rischio di una escalation senza precedenti. Tuttavia, l’idea di fornire armi nucleari a Kiev rimane, al momento, una provocazione più che una possibilità concreta.
Kiev tra difesa e contrattacco
Il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha chiaramente delineato la strategia di Kiev: “Fermare il nemico è essenziale, ma la vittoria è impossibile se le forze armate ucraine giocano solo in difesa”. La richiesta di supporto militare alla Corea del Sud si inserisce in questa visione offensiva, con l’obiettivo di ribaltare le sorti del conflitto. Tuttavia, il contesto è reso ancora più complesso dalle sfide interne: perdite significative sul campo di battaglia, il coinvolgimento di truppe nordcoreane a supporto della Russia e l’incertezza legata al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Il ruolo dell’Occidente e le implicazioni globali
Mentre Joe Biden ha chiesto al Congresso altri 24 miliardi di dollari per sostenere l’Ucraina, i segnali di una possibile riduzione dell’impegno americano – soprattutto in caso di una nuova amministrazione Trump – rappresentano una minaccia esistenziale per Kiev. La Corea del Sud, in questo contesto, potrebbe giocare un ruolo decisivo nel fornire le risorse necessarie per sostenere la resistenza ucraina, ma a rischio di compromettere la propria sicurezza nazionale e le relazioni con la Russia e la Cina.
Conclusioni
La visita ucraina a Seul è il riflesso di una guerra che si combatte non solo sul campo di battaglia, ma anche nei salotti diplomatici e nei mercati globali degli armamenti. La Corea del Sud si trova di fronte a una scelta strategica: rimanere nella sua tradizionale posizione di neutralità armata o abbracciare un ruolo più attivo, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Qualunque sia la decisione, avrà ripercussioni che si estenderanno ben oltre la penisola coreana, influenzando le dinamiche di un conflitto che continua a rimodellare gli equilibri globali.
5)Le recenti dichiarazioni del ministro della Difesa turco, Yasar Guler, sul possibile cambio di posizione degli Stati Uniti riguardo alla vendita dei caccia F-35 ad Ankara segnano un momento cruciale nelle relazioni tra i due alleati NATO. Il dossier, da anni intrappolato in un intreccio di tensioni geopolitiche e dispute tecnologiche, evidenzia non solo le ambizioni della Turchia di emergere come attore autonomo nel settore della difesa, ma anche le difficoltà degli Stati Uniti nel bilanciare interessi strategici e pressioni politiche interne.
L’autonomia tecnologica della Turchia
La Turchia ha intrapreso un ambizioso percorso di sviluppo di tecnologie militari avanzate, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori esteri. Il caccia domestico KAAN, fiore all’occhiello di questa strategia, rappresenta un chiaro messaggio agli alleati occidentali: Ankara non aspetterà passivamente concessioni, ma cercherà di affermarsi come potenza tecnologica autonoma. Tuttavia, come sottolineato da Guler, il processo di piena operatività dei caccia KAAN richiederà ancora tempo, lasciando la Turchia in una posizione di vulnerabilità temporanea.
L’interesse per i caccia Eurofighter Typhoon e la modernizzazione degli F-16 testimonia una strategia duale: da un lato, accelerare il potenziamento della flotta aerea, dall’altro, mantenere aperte tutte le opzioni sul piano diplomatico e commerciale.
Gli F-35 e la questione S-400
Il nodo principale resta il sistema missilistico russo S-400, acquistato da Ankara nel 2017 e percepito dagli Stati Uniti come una minaccia diretta alla sicurezza della NATO. La preoccupazione americana si concentra sulla possibilità che i radar avanzati degli S-400 possano compromettere le capacità stealth degli F-35, qualora entrambi i sistemi fossero operativi nello stesso contesto. La decisione statunitense di escludere la Turchia dal programma F-35 nel 2019, accompagnata dalle sanzioni previste dal CAATSA, ha rappresentato una rottura significativa nelle relazioni bilaterali.
Ankara, tuttavia, ha difeso l’acquisto degli S-400 come una scelta obbligata, dettata dall’assenza di alternative credibili offerte dagli alleati occidentali. La posizione turca, sebbene comprensibile dal punto di vista della sicurezza nazionale, ha complicato ulteriormente i rapporti con Washington e alimentato il dibattito interno alla NATO.
Le implicazioni per la NATO
La disputa sugli F-35 si inserisce in un quadro più ampio di tensioni all’interno della NATO. La Turchia, pur essendo un membro chiave dell’Alleanza, ha spesso adottato posizioni indipendenti, come dimostrato dalla sua politica di bilanciamento tra Russia e Occidente. Questo approccio, se da un lato le permette di massimizzare i vantaggi strategici, dall’altro solleva interrogativi sulla sua affidabilità come alleato.
Le recenti aperture statunitensi sugli F-35 potrebbero segnare un tentativo di ricucire i rapporti con Ankara, ma restano molte incognite. Gli Stati Uniti dovranno valutare attentamente se concedere alla Turchia una nuova opportunità senza compromettere la coesione dell’Alleanza.
Una nuova dottrina della difesa per Ankara
La visione strategica delineata da Guler, che include lo sviluppo di Cupole d’Acciaio e sistemi avanzati come il SIPER 1, mostra una Turchia determinata a costruire una difesa multilivello capace di affrontare minacce sempre più complesse. Questo approccio, pur ambizioso, richiederà ingenti risorse e un tempo di sviluppo significativo.
Nel frattempo, Ankara continuerà a cercare un equilibrio tra il rafforzamento della propria autonomia e la necessità di mantenere relazioni costruttive con i principali attori globali, inclusi Stati Uniti e Russia.
Conclusioni
La questione degli F-35 riflette una dinamica più ampia di ridefinizione dei rapporti tra la Turchia e l’Occidente. Se da un lato gli Stati Uniti sembrano disposti a riconsiderare la loro posizione, dall’altro Ankara è determinata a perseguire i propri obiettivi strategici, anche a costo di sfidare le regole non scritte della NATO.
Il futuro delle relazioni turco-americane dipenderà dalla capacità di entrambe le parti di trovare un compromesso che tenga conto delle rispettive priorità strategiche, in un contesto internazionale sempre più frammentato e competitivo.
6)La Risoluzione 1701 dell’ONU e il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah: storia, attuazione e prospettive future
La Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata all’unanimità nell’agosto 2006, rappresenta uno degli strumenti più complessi e controversi del diritto internazionale contemporaneo, ideata per porre fine alla guerra tra Israele e Hezbollah, la sua attuazione rimane incompleta e la sua centralità negli sforzi di mediazione più recenti testimonia tanto la sua importanza quanto le difficoltà intrinseche nel garantirne l’applicazione
Il conflitto tra Israele e Hezbollah del 2006, scatenato dal rapimento di due soldati israeliani, si trasformò rapidamente in una guerra aperta con devastanti conseguenze umanitarie e infrastrutturali per il Libano meridionale e il nord di Israele e per porre fine alle ostilità la Risoluzione 1701 stabilì un cessate il fuoco e delineò un piano ambizioso per la stabilizzazione della regione
I punti chiave della Risoluzione includevano il cessate il fuoco immediato con entrambe le parti obbligate a interrompere le ostilità per evitare ulteriori escalation, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale lasciando il controllo dell’area alle Forze Armate Libanesi e alle truppe dell’UNIFIL, il disarmo di Hezbollah e di tutti i gruppi armati in Libano per garantire che solo l’esercito libanese potesse operare a sud del fiume Litani, il rafforzamento dell’UNIFIL con un massimo di 15.000 unità incaricate di monitorare il cessate il fuoco e assistere il governo libanese nel mantenimento della sicurezza, la demarcazione dei confini terrestri con particolare attenzione alle dispute territoriali delle Fattorie di Shebaa
Nonostante la relativa calma mantenuta lungo il confine per quasi due decenni le violazioni della Risoluzione 1701 sono state costanti e sistematiche con raid aerei israeliani incursioni terrestri e sorvoli non autorizzati del territorio libanese da parte di Israele e con Hezbollah che ha continuato a rafforzare il proprio arsenale con oltre 150.000 razzi e missili a lunga gittata e di precisione contravvenendo agli obblighi di disarmo
La missione dell’UNIFIL è stata spesso ostacolata sia dalle autorità israeliane sia da Hezbollah e la percezione di un mandato debole e la mancanza di un supporto pienamente operativo hanno ulteriormente limitato l’efficacia delle forze di pace
Il conflitto di settembre 2024 con l’invasione terrestre israeliana e i massicci bombardamenti di Hezbollah ha riportato alla ribalta la necessità di implementare pienamente la Risoluzione 1701 con sforzi diplomatici guidati da Stati Uniti e Francia che hanno portato a un nuovo cessate il fuoco entrato in vigore il 27 novembre con l’impegno di entrambe le parti a collaborare per una soluzione a lungo termine
Le misure previste includono il rafforzamento delle Forze Armate Libanesi sostenute finanziariamente dagli Stati Uniti e dall’Europa per schierare 6.000 truppe aggiuntive a sud del Litani, il monitoraggio internazionale attraverso un comitato guidato dagli Stati Uniti per supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco e il ritiro di Hezbollah e Israele dalle aree contese, la risoluzione delle dispute sui confini con negoziati bilaterali che affrontino la demarcazione della Linea Blu e la questione delle Fattorie di Shebaa
Nonostante i progressi diplomatici restano numerosi ostacoli come l’equilibrio di potere regionale con Hezbollah sostenuto dall’Iran che mantiene un’influenza significativa rendendo improbabile un disarmo completo senza una soluzione regionale più ampia, l’instabilità politica libanese con la fragilità delle istituzioni e la crisi economica che rendono difficile per Beirut rafforzare il controllo sulle regioni meridionali, la posizione israeliana che rimane diffidente nei confronti di Hezbollah e del coinvolgimento iraniano che potrebbe portare a nuove escalation
La Risoluzione 1701 rimane un pilastro fondamentale per la sicurezza regionale ma la sua attuazione richiederà uno sforzo concertato da parte della comunità internazionale e delle parti coinvolte e se implementata con successo potrebbe rappresentare un modello per la gestione dei conflitti in un Medio Oriente sempre più frammentato anche se il tempo stringe e ogni ritardo potrebbe compromettere ulteriormente le possibilità di una pace duratura
7)Vietnam e Stati Uniti: il nodo delle tecnologie avanzate e l’equilibrio geopolitico indo-pacifico
Il discorso del Primo Ministro vietnamita Pham Minh Chinh rivolto alla Camera di Commercio americana a Hanoi rappresenta un momento chiave nelle relazioni tra Stati Uniti e Vietnam in un contesto regionale sempre più polarizzato. La richiesta di revocare le restrizioni sull’export di tecnologie avanzate evidenzia non solo l’interesse di Hanoi per il rafforzamento delle proprie capacità tecnologiche e infrastrutturali ma anche il delicato equilibrio che il Vietnam cerca di mantenere nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Le attuali restrizioni statunitensi sulle tecnologie sensibili, come quelle chimiche e biologiche e le tecnologie legate alla sicurezza nazionale, si basano su una strategia di tutela delle proprie priorità di difesa, ma pongono limiti significativi alla capacità del Vietnam di accelerare la propria modernizzazione tecnologica. Tuttavia, il permesso di importare armi convenzionali e alcune tecnologie nucleari e missilistiche mostra come Washington riconosca il ruolo crescente di Hanoi come partner strategico nell’Indo-Pacifico.
La richiesta vietnamita si inserisce in una più ampia dinamica di riconfigurazione geopolitica regionale, dove il Vietnam si pone come uno degli attori cruciali nella competizione per l’influenza tra Cina e Stati Uniti. Pur mantenendo una tradizionale politica di bilanciamento, Hanoi vede nei progressi tecnologici e nello sviluppo delle comunicazioni satellitari un mezzo per rafforzare la propria sovranità e proiettare una maggiore capacità di influenza regionale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, vedono nel rafforzamento delle relazioni con il Vietnam un’opportunità per contenere l’espansione cinese nel Mar Cinese Meridionale e consolidare il proprio ruolo come garante dell’ordine internazionale nella regione.
La cooperazione economica e tecnologica tra Vietnam e Stati Uniti si trova dunque al centro di una complessa interazione tra interessi economici e considerazioni di sicurezza nazionale. La spinta vietnamita per ottenere maggiore accesso alle tecnologie avanzate non è solo una questione di sviluppo interno ma rappresenta anche una sfida per gli Stati Uniti nel bilanciare le esigenze di sicurezza con il bisogno di rafforzare le proprie alleanze regionali. In un contesto caratterizzato da una crescente interdipendenza economica e da tensioni geopolitiche, il rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti e Vietnam potrebbe rappresentare un passo cruciale verso un nuovo assetto dell’Indo-Pacifico, dove la cooperazione tecnologica e strategica giocherà un ruolo centrale.
8)La BCE, quell’istituzione che dovrebbe vegliare sulla stabilità economica dell’eurozona, si rivela sempre più simile a un perfetto esempio di politica d’austerità mascherata da buona gestione. L’ultimo monito della Banca centrale europea è un capolavoro di ipocrisia: non abbasseremo il costo del denaro se i Paesi membri concederanno aumenti salariali significativi. Tradotto, cari lavoratori europei, tenetevi l’inflazione e dimenticatevi di recuperare anche solo una briciola del potere d’acquisto perso negli ultimi anni.
Prendiamo il caso della Germania, il motore economico d’Europa, oggi in stagnazione e in crisi. Le richieste dei sindacati tedeschi sono quanto di più ragionevole si possa immaginare: un aumento del 7% per far fronte all’inflazione e una riduzione dell’orario di lavoro. Ma ecco che arriva la BCE a puntare il dito, ricordando che qualsiasi concessione potrebbe destabilizzare i mercati. Intanto, giganti come Volkswagen e Ford annunciano tagli massicci ai posti di lavoro: chiusura di stabilimenti, delocalizzazioni e riduzione dei costi a spese dei lavoratori. L’Europa sociale diventa un lontano ricordo, schiacciata dal mantra della competitività.
E in Italia? La situazione è persino più drammatica. I salari medi sono tra i più bassi d’Europa, le aziende dell’indotto industriale pagano cifre irrisorie rispetto a Germania e Francia, e la politica del lavoro si piega alle logiche del massimo ribasso. La BCE non fa altro che alimentare questo circolo vizioso, dettando regole che penalizzano i lavoratori e favoriscono un sistema sempre più orientato a tutelare le grandi imprese e i capitali.
La domanda, a questo punto, è chi abbia dato alla BCE il mandato di imporre scelte politiche che appartengono ai governi democraticamente eletti. La risposta è semplice: nessuno. La BCE si è trasformata nel guardiano supremo dell’austerità, imponendo un modello economico che mortifica la crescita e ignora le disuguaglianze sociali. Eppure, mentre le banche centrali di altri continenti trovano modi per sostenere l’economia reale, l’Europa sceglie di colpire sempre gli stessi: i lavoratori.
Siamo davvero pronti a continuare su questa strada? O è il momento di mettere in discussione un sistema che privilegia pochi a scapito di molti? Forse è tempo di chiedere ai nostri politici – quelli che ancora ricordano il significato della parola democrazia – di alzare la voce contro un’istituzione che sembra aver dimenticato il suo ruolo originario.
Proviamo adesso a domandarci che cosa avrebbe detto Luciano Gallino se fosse ancora vivo.Secondo Luciano Gallino, la deriva che oggi vediamo incarnata nelle politiche della BCE non è altro che l’applicazione di un modello neoliberista che ha ridotto la politica economica a una gestione tecnocratica, completamente avulsa dai bisogni delle persone. Gallino lo aveva previsto con una lucidità spietata: la finanziarizzazione dell’economia non è un incidente di percorso, ma una strategia deliberata per spostare la ricchezza dal lavoro al capitale. La BCE, con la sua ossessione per la stabilità dei prezzi e il controllo dell’inflazione, ha dimenticato che il suo mandato implicito dovrebbe includere il benessere dei cittadini, non solo quello dei mercati finanziari.
La questione dei salari, denunciava Gallino, è il punto nevralgico di questa dinamica. Tagliare il costo del lavoro, comprimere le retribuzioni e spingere verso la precarizzazione non sono semplicemente effetti collaterali della globalizzazione, ma politiche deliberate che servono a rafforzare il potere del capitale. Quando la BCE avverte che un aumento salariale potrebbe destabilizzare l’economia, non sta proteggendo i cittadini, ma un sistema che considera il lavoro un semplice costo da abbattere, dimenticando che il lavoro è anche il motore della domanda interna, della crescita e della coesione sociale.
Gallino avrebbe poi sottolineato come il caso tedesco sia emblematico. La Germania, per anni considerata il modello economico europeo, mostra oggi le crepe profonde di un sistema basato sul contenimento salariale e sulla compressione del costo del lavoro. La crisi di colossi come Volkswagen non è solo il frutto di un mercato competitivo, ma la conseguenza di un sistema che ha tagliato investimenti strutturali e spostato risorse sul piano finanziario. Eppure, nonostante questa crisi sistemica, la BCE insiste nel suo ricatto: nessun calo del costo del denaro se i salari saliranno.
Gallino avrebbe denunciato con forza anche il caso italiano, dove la politica economica sembra incapace di rispondere ai diktat europei. Invece di riformare il sistema produttivo per renderlo più equo e sostenibile, si continua a competere al ribasso, accettando salari da fame e precarietà come prezzo inevitabile per restare sul mercato globale. Ma, come Gallino ci ha insegnato, la competizione basata sul dumping salariale è una strada senza uscita. Quando il lavoro perde valore, non è solo il lavoratore a soffrire: si indeboliscono le basi stesse della democrazia, perché una società diseguale è una società instabile.
Infine, Gallino avrebbe evidenziato come questa narrazione della BCE – che dipinge gli aumenti salariali come un rischio per l’economia – sia una costruzione ideologica. La vera minaccia non viene dai salari, ma dall’assenza di investimenti pubblici e privati che possano creare occupazione stabile e sostenibile. Eppure, invece di affrontare queste sfide strutturali, si preferisce scaricare il peso della crisi sui lavoratori, perpetuando un sistema che sacrifica l’equità sociale sull’altare della stabilità finanziaria.
Seguendo il pensiero di Gallino, l’unica via d’uscita è un ripensamento radicale delle politiche economiche europee, che metta al centro il lavoro e la dignità delle persone, piuttosto che il profitto e le esigenze di un’élite finanziaria sempre più distante dai bisogni reali della società. Ma per farlo, avremmo bisogno di una classe politica disposta a sfidare i dogmi neoliberisti e a riprendersi il controllo delle politiche economiche, sottraendole alla tecnocrazia di Bruxelles e Francoforte.
9)La tregua dei “bastardi”
Il cessate il fuoco raggiunto in Libano, tanto sbandierato come segno di speranza, si rivela invece un patetico espediente per mascherare una realtà ben più scomoda. Israele, dopo aver lanciato un’offensiva devastante in un solo giorno – capace di infliggere in poche ore i danni di due mesi di guerra – si è affrettato a sedersi al tavolo delle trattative, lasciandosi dietro migliaia di morti e rovine insostenibili per entrambe le parti. Il Libano piange le sue macerie, Israele i suoi caduti, ma entrambi fingono di celebrare un “successo” che sa di disfatta.
Festeggiano tutti, però: Biden, che cerca disperatamente un trofeo per la sua politica estera fallimentare; Netanyahu, che travisa la tregua come vittoria strategica; e persino Hezbollah, che rivendica il ruolo di “interlocutore alla pari” con Israele. Ma a ben vedere, le condizioni di questa tregua non garantiscono alcuna sicurezza. Le parole di Netanyahu suonano più come avvertimenti che promesse di pace, mentre Hezbollah gioisce per essere stato riconosciuto, dopo decenni di ostracismo, come un attore legittimo.
Biden, intanto, si aggrappa a questo momento per riabilitare un mandato segnato dal caos. La sua presunta vittoria non cancella il fatto che, in quattro anni, non ha fatto altro che alimentare focolai di guerra. Se avesse voluto davvero la pace, avrebbe potuto agire prima, da vivo politicamente, invece di aspettare il declino per proporsi come mediatore. Dall’altra parte, Trump – il suo eterno rivale – aspetta solo di scaricare su Biden e sul “sistema” i conflitti ereditati. Ma, come ogni padre degenere, è pronto a “sopprimere” i figli bastardi nati dai tradimenti del predecessore: l’Ucraina e il Medio Oriente.
La metafora familiare cala pesante come un macigno: guerre nate male e cresciute peggio, orfani di padri che non vogliono riconoscerle, lasciate marcire in un orfanotrofio geopolitico gestito da potenze incapaci. Nessuno vuole accollarsi la responsabilità di guerre che distruggono intere nazioni. Eppure, il mondo non può permettersi di lasciarle degenerare. I genitori di queste guerre – siano essi gli Stati Uniti, Israele, l’Iran o l’Europa – devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni, trascinati davanti a un tribunale morale e politico.
Le Nazioni Unite, il simbolo della giustizia internazionale, si sono dimostrate impotenti, ostaggio dei veti incrociati delle grandi potenze. E allora, perché non immaginare un’alleanza di nazioni unite davvero indipendenti, capaci di agire senza l’ipocrisia di chi fa e disfa conflitti a proprio piacimento? Questa “comunità reale” dovrebbe avere il coraggio di intervenire, prevenire, imporre la pace se necessario, senza aspettare il consenso di padri e madri che lucrano sulle macerie.
Oggi, siamo prigionieri di una retorica che celebra gli “sforzi diplomatici” mentre chiama 32 eserciti alla guerra in Ucraina, alimentando un conflitto che ci porterà alla rovina. Nel frattempo, ignoriamo il Medio Oriente, dove il costo umano e morale di questa ipocrisia ci ha già condotti alla vergogna. La tregua in Libano non è altro che un’altra pausa prima della prossima tragedia, un promemoria che la vera pace non arriverà finché i padri – e le madri – dei conflitti continueranno a negare la loro responsabilità.
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