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Prefetti, spie e Palazzo: la “comunità” di Macron nasce sotto il segno dell’antiterrorismo

L’ordine delle nomine e la gerarchia delle paure

Il 7 giugno 2017 l’Eliseo annuncia con un comunicato secco una triade destinata a segnare l’inizio dell’era Macron nell’intelligence: Pierre de Bousquet de Florian al Coordinamento nazionale dell’intelligence e dell’antiterrorismo, Laurent Nuñez alla Direzione generale della sicurezza interna, Bernard Émié alla Direzione generale della sicurezza esterna. Non conta solo chi, conta anche l’ordine. Prima il coordinamento, poi l’interno, infine l’estero: il terrorismo viene messo in cima alla lista, con due prefetti a presidiare le posizioni chiave. È la scelta di un Presidente che, in campagna elettorale, torna spesso su un’idea fissa: basta rivalità tra apparati, serve una catena di comando più netta dopo le fratture emerse nel 2015.

Macron arriva persino a evocare una soluzione che spiazza i professionisti: una forza operativa contro il sedicente Stato islamico, sempre attiva, “ventiquattro ore su ventiquattro”, con un collegamento diretto con il Capo dello Stato e un compito preciso: coordinare i servizi. Poi, una volta eletto, cambia lessico e strategia. Evita di fissare il bersaglio su un’unica organizzazione, per non restringere i poteri del nuovo organismo. La struttura nasce e prende il nome di Coordinamento nazionale dell’intelligence e dell’antiterrorismo: l’obiettivo dichiarato è impedire che ciascun servizio lavori chiuso nel proprio perimetro, protetto da muri e gelosie.

De Bousquet de Florian: il prefetto che mette ordine, anche con i gesti

Pierre de Bousquet de Florian è un profilo da Stato profondo: ex prefetto, già capo della Direzione di sorveglianza territoriale sotto Jacques Chirac, uomo descritto come “affabile ma fermo”. Un dettaglio pesa: non conosce personalmente Macron prima dell’elezione. La raccomandazione arriva per canali interni all’apparato, con Patrick Strzoda – capo di gabinetto presidenziale – che gioca un ruolo decisivo e poi lo assisterà, fino a succedergli.

De Florian porta con sé una rete di rapporti costruita quando dirigeva la Direzione di sorveglianza territoriale, lavorando accanto a capi dell’intelligence straniera: Ismail Hakki Musa, numero due del servizio estero turco poi ambasciatore a Parigi tra 2016 e 2021; Nikolai Patrushev, allora alla guida del servizio interno russo e oggi tra i consiglieri più stretti di Vladimir Putin. La sua missione è chiara: fare funzionare la “prima comunità d’intelligence” dell’era Macron e, soprattutto, rimettere i piedi per terra a chi si stacca dalla linea.

Anche i simboli contano. Quando Bernard Émié manda a una riunione all’Hôtel de Marigny – sede del Coordinamento – non se stesso ma il numero tre della Direzione esterna, l’emissario viene lasciato fuori. Un modo per dire: la stagione dell’autosufficienza è finita, qui si viene in prima persona. I rapporti con Bernard Rogel, capo di gabinetto del Presidente, sono descritti come tempestosi; quelli con Émié restano invece gestibili, quasi protetti dal comune retroterra della stagione chirachiana.

Benalla: spegnere l’incendio senza lasciare tracce

Il Coordinatore si guadagna una reputazione decisiva quando scoppia la vicenda Alexandre Benalla. L’ex guardia del corpo diventata aiutante speciale viene filmata mentre picchia dei manifestanti il 1° maggio 2018. La crisi rischia di strappare l’immagine del Presidente e di aprire una breccia sull’apparato dell’Eliseo. De Florian usa la sua conoscenza delle procedure amministrative – soprattutto al Ministero dell’Interno – per tagliare i ponti, “rimuoverlo dal sistema” senza farne un martire, interrompendo collegamenti, flussi informativi, accessi. Ma Benalla resta in contatto con giornalisti e continua a muoversi: cerca contratti per lo sminamento in Ucraina con ex agenti della Direzione esterna, per la protezione dell’ambasciata degli Emirati a Parigi e per la sicurezza in Africa. È la dimostrazione che certe figure, una volta uscite dal palazzo, continuano a vivere ai margini dei suoi circuiti.

Lo stesso schema si ripete con Ludovic Chaker, altro consigliere speciale che aveva aiutato Benalla e che sogna il corpo prefettizio. L’obiettivo non è punire, ma spostare: collocarlo in un incarico meno esposto e meno minaccioso. La soluzione arriva nell’ottobre 2022: divisione “Previsione strategica” della Direzione generale degli armamenti. Un trasferimento che è anche un messaggio: fuori dal cono di luce, ma dentro lo Stato.

Big bang alla Direzione interna: Nuñez e la guerra ai compartimenti stagni

Con de Florian al coordinamento, Macron affida a Laurent Nuñez il compito più delicato: trasformare la Direzione interna. Nuñez arriva da un percorso prefettizio: è prefetto di polizia nelle Bocche del Rodano tra 2015 e 2017. All’inizio sembra destinato alla Direzione nazionale della polizia, mentre la Direzione interna dovrebbe andare a Éric Morvan. Poi Macron incontra entrambi e ribalta la scelta: Nuñez prende la Direzione interna perché la ristrutturazione è giudicata cruciale per affrontare il terrorismo e adattare il servizio ai mutamenti tecnologici e geopolitici.

La tabella di marcia presidenziale è netta: demolire i silos, far assumere alla Direzione interna un ruolo guida nella lotta al terrorismo, anche rispetto alla Direzione esterna. È la risposta a un decennio segnato da rivalità tra i due principali servizi francesi. L’Eliseo spinge per “aprire le finestre”: reclutare oltre i ranghi tradizionali, portare dentro linguisti, crittografi, specialisti dei dati, e collegare meglio il servizio agli altri dipartimenti governativi.

Dentro la casa, però, la rivoluzione incontra resistenze. La “vecchia guardia” vuole guardare al terrorismo solo nella sua forma più alta, e fatica ad affrontare la radicalizzazione “di basso livello”. In questo passaggio emerge Céline Berthon, allora nella sottodirezione antiterrorismo, incaricata di convincere i commissari a spostare attenzione e risorse su quella zona grigia dove spesso nasce la minaccia.

Lo scontro con Calvar e la consegna gelida

Nuñez si scontra con il suo predecessore Patrick Calvar, uomo di controspionaggio, erede della cultura della vecchia Direzione di sorveglianza territoriale e già direttore dell’intelligence della Direzione esterna all’inizio degli anni 2010. Il passaggio di consegne nell’estate 2017 è gelido. Calvar lascia intendere che il successore rischia di “distruggere la casa” e, nei mesi successivi, lo ripete in modo non proprio discreto. All’inizio del 2018, durante una festa di addio di un ufficiale, gli agenti assistono a un diverbio tra i due: una scena rara, perché in quei corridoi lo scontro di solito resta sottotraccia.

Con Bernard Émié, invece, i rapporti sono buoni. È una fedeltà alla linea dell’Eliseo sulla condivisione delle informazioni. Nuñez arriva perfino a recarsi in Egitto, in coordinamento stretto con l’Eliseo, per incontrare il capo dell’intelligence militare egiziana: un segnale di come l’interno venga proiettato anche in dossier esterni quando il terrorismo è il filtro dominante.

Dall’ombra al governo e ritorno: l’uomo che fa da stampella

Nell’ottobre 2018 Nuñez viene nominato segretario di Stato al Ministero dell’Interno con Christophe Castaner. Per un uomo di apparato è una promozione insolita: serve soprattutto a dare supporto diretto a un ministro molto vicino a Macron ma non specialista di sicurezza. Resta meno di due anni, poi torna nel mondo dell’intelligence e succede a de Florian al coordinamento nazionale. Nel frattempo, de Florian va a dirigere il gabinetto di Gérald Darmanin al Ministero dell’Interno. La casella del coordinamento, quando Nuñez la lascia, resta vuota per sei mesi: un dettaglio che racconta un tratto del Presidente, descritto come “darwiniano” nelle nomine, incline a prendersi tempo e a lasciare che la selezione faccia il suo lavoro.

Nuñez, nel suo percorso, si trova anche a gestire dossier che fanno rumore: lo scandalo Pegasus del 2021, con lo spionaggio di personalità francesi incluso Macron tramite un software israeliano; il caso AUKUS; la guerra in Ucraina. Nell’estate 2022 diventa prefetto di polizia di Parigi. Al coordinamento gli succede Pascal Mailhos, prefetto che aveva guidato la Direzione generale dell’intelligence politica sotto Chirac.

Il terzo moschettiere: Nicolas Lerner, il “D’Artagnan” di Macron

All’ombra del duo appare un terzo profilo, più giovane, costruito come un d’Artagnan dell’amministrazione: Nicolas Lerner. È della stessa classe Senghor dell’ENA di Macron, viene dal corpo prefettizio ed è uno dei migliori amici di Nuñez, che chiama “fratello maggiore”. Nel 2017 diventa vicecapo di gabinetto del ministro Gérard Collomb e, secondo un alto funzionario, è lui la vera torre di controllo del ministero, reperibile sempre, cosa preziosa anche perché il ministro non è ricordato come instancabile.

Nel 2018, quando Nuñez entra al governo, Macron nomina Lerner – a quarant’anni – alla guida della Direzione interna: record di precocità. Profilo da stacanovista, sciatore appassionato, presente in ufficio alle cinque del mattino, continua il rinnovamento iniziato prima di lui e cura perfino il suo inglese, perché la carica è sotto riflettori internazionali. Il servizio, con circa 4.500 agenti, lavora sempre più con ispettori finanziari, magistrati della Corte dei Conti e un numero crescente di appaltatori. Contro il parere dei vertici, Lerner apre a ricercatori l’accesso ad alcuni archivi. Intensifica i contatti con i dirigenti delle grandi aziende del CAC 40. E dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 spinge più forte sul controspionaggio.

In cinque anni compie più di settanta viaggi all’estero e incontra i principali responsabili dell’intelligence mondiale. Una rete che diventa capitale politico. Non a caso, nel dicembre 2023 Macron lo promuove a quarantacinque anni alla guida della Direzione esterna, diventando il più giovane capo della storia del servizio, al posto di Bernard Émié. La scelta conferma una preferenza presidenziale: i prefetti, giudicati più efficaci dei diplomatici. La nomina viene accolta con favore persino dagli apparati statunitensi e, sorprendentemente, anche dal servizio interno russo, che aveva lavorato con Lerner quando era alla Direzione interna. La consegna presidenziale è brutale nella sua semplicità: “dirigere lo spettacolo”.

La nuova DGSE e la cultura che resiste

Dopo quindici mesi alla guida della Direzione esterna, il bilancio interno appare positivo: gli ufficiali apprezzano la sua attenzione operativa e la disponibilità costante, nonostante continui a trovare il tempo per riunioni tecniche all’Eliseo. Ma la cultura del servizio esterno lo sorprende: chi lo conosce racconta che, lasciando una Direzione interna segnata da sindacati compatti contro la dirigenza, resta colpito dal fatto che alla Direzione esterna i dirigenti chiedano di “sparlare” di ciò che fanno i colleghi dell’ufficio accanto. E alcuni baroni più anziani si irritano per il suo desiderio di diversificare posizioni di vertice in una casa ancora maschile e socialmente omogenea.

In controluce, questo ritratto del capo iperattivo dice anche altro: la lenta e silenziosa uscita di scena del predecessore. E racconta il tratto più politico dell’intera architettura: l’intelligence, nell’era Macron, non è più solo un mondo di specialisti. È un campo di potere dove il Presidente sceglie, sposta, accelera, e soprattutto impone una parola d’ordine: comunità. Anche se, dietro le porte, la comunità resta spesso una somma di tribù.

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