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Panorama Africa

Tigray: un territorio sospeso tra la pace e l’abisso

A Makallè, capitale della regione del Tigray, la vita quotidiana sembra riprendere un ritmo normale. Nei bar, tra i tricicli motorizzati in attesa di clienti, si sorseggia il tipico caffè etiopico e si discute del futuro. Ma dietro l’apparente serenità, si avvertono tensioni e incertezze. La comunità è ancora profondamente segnata dalle ferite della recente guerra civile, un conflitto che ha lasciato cicatrici difficili da rimarginare e dubbi profondi sul percorso verso la stabilità.

Le conseguenze devastanti della guerra

Il conflitto che ha devastato il Tigray tra il 2020 e il 2022 ha causato un numero impressionante di vittime, sfollati e danni strutturali. La regione, una volta tra le più prospere dell’Etiopia, si ritrova ora a fare i conti con ospedali distrutti, infrastrutture agricole compromesse e una popolazione che ancora lotta per riprendersi. Molti feriti, mutilati o affetti da disabilità permanenti, continuano ad affollare i centri di riabilitazione. Questi raccontano una realtà di sofferenza quotidiana, dove il ritorno alla normalità sembra ancora un obiettivo lontano.

Un esempio è quello dei tanti giovani che hanno partecipato al conflitto, motivati dal desiderio di difendere le loro comunità, ma che oggi si chiedono se quella scelta fosse davvero giusta. Alcuni di loro sperano di riprendere in mano la loro vita, tornando nei villaggi e contribuendo alla ricostruzione, ma il futuro dipende dalla capacità dei leader di garantire pace e stabilità.

Il fallimento dell’accordo di pace

L’Accordo di Pretoria, firmato nel 2022 per porre fine alle ostilità, aveva acceso molte speranze, ma la sua attuazione resta parziale. Se da un lato il conflitto aperto è stato interrotto, dall’altro molte questioni fondamentali rimangono irrisolte. Grandi porzioni di territorio tigrino sono ancora occupate da truppe eritree e milizie della regione Amhara, impedendo il ritorno degli sfollati e aggravando la crisi alimentare. Il processo di disarmo delle forze tigrine procede a rilento, bloccato da diffidenze reciproche e dalla persistente presenza di forze straniere.

Anche sul fronte politico, la situazione appare caotica. Le divisioni interne al partito di governo della regione, il TPLF, riflettono profonde lotte di potere che minano ogni tentativo di stabilizzazione. Queste spaccature, oltre a creare tensioni interne, ostacolano le attività amministrative e lasciano la popolazione in una situazione di grave precarietà.

Una regione in ginocchio

La crisi alimentare che ha colpito il Tigray è aggravata dal blocco delle terre più fertili, ancora sotto occupazione, e da una siccità che ha devastato i raccolti. Nei campi profughi, decine di migliaia di persone vivono in condizioni disperate, ammassate in strutture di fortuna, senza accesso adeguato a cibo o servizi essenziali. Anche chi è riuscito a tornare alle proprie terre si trova di fronte a difficoltà enormi, con la produzione agricola che fatica a ripartire e un senso di abbandono che permea le comunità locali.

Le richieste di aiuti umanitari si moltiplicano, ma le risposte non sono sufficienti. Molti agricoltori non riescono ancora a lavorare le loro terre, e la perdita di bestiame e infrastrutture continua a pesare sulla ripresa economica.

Un futuro incerto

Il Tigray sembra oggi sospeso in un limbo. Da un lato, il cessate il fuoco ha fermato la guerra; dall’altro, non si intravedono soluzioni durature ai problemi strutturali che hanno portato al conflitto. La crisi politica interna al TPLF, unita all’incompletezza dell’accordo di pace, rischia di trascinare la regione in una nuova spirale di instabilità. La popolazione, intanto, continua a soffrire, abbandonata a un destino che sembra fuori dal controllo delle istituzioni locali e internazionali.

L’intera Etiopia, d’altra parte, si trova a fronteggiare problemi enormi: crisi economica, divisioni interne e conflitti regionali che mettono in discussione la stabilità del paese. Senza un intervento deciso per affrontare le cause profonde delle tensioni, non solo il Tigray, ma l’intero paese rischia di scivolare nuovamente verso il caos. L’impressione è che il tempo stia per scadere, e che le opportunità per una pace duratura si stiano rapidamente esaurendo.

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Etiopia: il fragile equilibrio di una nazione sull’orlo della balcanizzazione

La complessità del panorama politico ed etnico etiopico è una sfida che non concede tregua al primo ministro Abiy Ahmed. Salito al potere nel 2018 con un’ondata di speranza e promesse di riforma, il leader si trova oggi a fronteggiare uno scenario frammentato, caratterizzato da conflitti interetnici, proteste antigovernative e tensioni che minacciano l’unità stessa della federazione.

La crisi del sistema etnofederale

Il sistema etnofederale introdotto da Meles Zenawi nei primi anni ’90, che garantisce autonomia ai vari gruppi etnici, si è rivelato una lama a doppio taglio. Mentre offriva uno strumento di rappresentanza per oltre 80 gruppi etnici, ha anche acuito divisioni, alimentando rivalità territoriali e richieste di maggiore autonomia. Oggi, molti analisti ritengono che questa struttura sia una delle principali cause dell’instabilità che attraversa l’Etiopia.

Il conflitto nel Tigray (2020-2022) ha catalizzato l’attenzione nazionale e internazionale, mettendo in ombra numerosi conflitti “minori” che, negli ultimi anni, si sono intensificati. Ora, con la tregua fragile siglata a Pretoria nel 2022, sono emersi con forza i conflitti latenti in altre regioni, dalla Oromia all’Amhara, dal Benishengul-Gumuz alla regione somala.

Oromia e Amhara: tensioni in crescita

Tra i conflitti più critici c’è quello in Oromia, dove l’Esercito di liberazione oromo (Ola) continua a opporsi al governo federale. Le violenze nella regione, già presenti prima della guerra in Tigray, si sono intensificate, mettendo in discussione la capacità del governo centrale di garantire sicurezza. Un discorso simile si applica all’Amhara, dove le milizie fano si sono scontrate ripetutamente con le forze governative, generando un clima di instabilità che minaccia di propagarsi oltre i confini regionali.

La frammentazione nella SNNPR

La Southern Nations, Nationalities, and Peoples’ Region (SNNPR) è un esempio emblematico della complessità della governance etnica. Nel tentativo di rispondere alle richieste di autonomia dei vari gruppi, il governo ha creato nuove unità amministrative più piccole. Tuttavia, questa riorganizzazione ha provocato ulteriori tensioni, con conflitti interetnici che nascono da dispute territoriali e dalla competizione per l’accesso alle risorse. La fragilità dei nuovi governi regionali ha aggravato la situazione, con problemi legati alla sicurezza, all’erogazione dei servizi pubblici e alla gestione delle aspettative locali.

La regione somala e il Benishengul-Gumuz: conflitti senza fine

Nel Benishengul-Gumuz, una regione cruciale per la presenza della Grande diga della rinascita, il conflitto coinvolge una molteplicità di attori: milizie locali, forze regionali e federali, e comunità amhara e oromo. Le violenze hanno provocato migliaia di vittime e spostamenti di massa, evidenziando la persistente marginalizzazione delle popolazioni gumuz e berta.

Nella regione somala, nonostante accordi di pace iniziali con il Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (Onlf), persistono tensioni. Gli scontri tra le forze speciali delle regioni somala e afar dimostrano quanto fragile sia la pace. La complessità del contesto, con popolazioni distribuite tra Etiopia, Somalia e Kenya, rende ancora più difficile raggiungere una stabilità duratura.

Una nazione sull’orlo del baratro

La centralizzazione del potere da parte di Abiy Ahmed, inizialmente vista come una necessità per mantenere l’unità, ha esacerbato le tensioni. Il rischio di una “balcanizzazione” dell’Etiopia non è più solo una speculazione teorica: è una possibilità concreta che minaccia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa.

Senza un cambiamento strutturale nella governance del paese, che affronti alla radice le questioni legate al sistema etnofederale e promuova un equilibrio tra autonomia regionale e coesione nazionale, l’Etiopia rischia di precipitare in una spirale di conflitti sempre più violenti e devastanti.

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L’Occidente e il disorientamento in Africa: un tramonto annunciato?

La presenza occidentale in Africa, soprattutto sul piano della cooperazione militare, appare sempre più fragile e frammentata. Gli ultimi dati e le iniziative rivelano un’Europa disorientata, incapace di adattarsi alle dinamiche di un continente che sta rapidamente evolvendo, sia dal punto di vista geopolitico che delle relazioni internazionali. È il sintomo di una crisi più ampia, che coinvolge non solo l’efficacia degli interventi, ma anche la credibilità politica dell’Unione europea nel contesto africano.

Un declino certificato dai numeri

Il Sipri Yearbook 2024 sottolinea un dato emblematico: nel 2023, il personale impiegato nelle operazioni multilaterali di pace in Africa è diminuito del 13%, passando da quasi 115.000 unità a poco più di 100.000. Questo calo rappresenta un segnale tangibile di un arretramento occidentale, che coincide con una percezione sempre più negativa dell’Europa tra molti stati africani. A ciò si aggiungono iniziative parziali e controverse, come quella del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha spostato 14 milioni di euro dal fondo European Peace Facility (Epf) per finanziare una missione militare in Ciad, inviando 200 soldati. Un’azione che, sebbene simbolicamente rilevante, conferma il crescente approccio bilaterale in un quadro di frammentazione dell’impegno europeo.

Missioni fallimentari e credibilità in crisi

Il ritiro forzato delle missioni europee da Mali e Niger, in seguito ai colpi di stato del 2023, ha rappresentato un duro colpo per Bruxelles. Le missioni Eutm Mali e Eucap Sahel Niger, per anni considerate pilastri della presenza europea nella regione, sono state interrotte, lasciando un vuoto che altre potenze, come Russia e Cina, si stanno affrettando a colmare.

Nel frattempo, la Coup Belt—la fascia di paesi che include Mali, Burkina Faso, Guinea, Niger e Gabon—è diventata il simbolo dell’incapacità europea di rispondere a dinamiche complesse. La crescente influenza di attori non occidentali, come il Gruppo Wagner in Mali o l’intervento rwandese in Mozambico, evidenzia il fallimento delle strategie multilaterali dell’Ue, incapace di adattarsi alle nuove realtà geopolitiche africane.

Il caso Mozambico e le contraddizioni europee

Un esempio lampante della difficoltà europea è rappresentato dalla missione in Mozambico (Eutm Mozambico), avviata nel 2021 per contrastare l’insurrezione jihadista a Cabo Delgado. Nonostante il finanziamento iniziale di 89 milioni di euro e l’estensione della missione al 2026, la presenza europea sembra sempre più marginale. La situazione è dominata dall’intervento militare rwandese, sostenuto paradossalmente da Bruxelles con un’integrazione di 20 milioni di euro. Tuttavia, il regime di Kagame è accusato di finanziare ribelli nell’est della Repubblica Democratica del Congo e di perseguitare dissidenti interni, una contraddizione che mina ulteriormente la credibilità dell’Ue.

L’Unione africana: un’alleanza che scricchiola

Anche il rapporto con l’Unione africana (Ua) mostra segni di deterioramento. Dal 2022 al 2024, Bruxelles ha stanziato 600 milioni di euro per le missioni di pace dell’Ua, ma i risultati sono stati deludenti. La missione Atmis in Somalia, che dal 2025 dovrebbe trasformarsi in Aussom, rappresenta un esempio emblematico di inefficacia. Nonostante i 2,7 miliardi di euro investiti negli ultimi 17 anni, la situazione sul campo è rimasta invariata, con un crescente senso di ingiustizia percepito dagli stati africani.

Un futuro incerto per l’Europa in Africa

L’Europa sta pagando il prezzo delle sue contraddizioni. Da un lato, impone standard elevati di rispetto del diritto internazionale umanitario e limita il suo intervento al supporto militare, evitando il coinvolgimento diretto nei combattimenti. Dall’altro, emergono evidenti “zone grigie” nell’utilizzo dei fondi, come nel caso del supporto alle forze rwandesi in Mozambico.

Gli stati africani, di fronte a una presenza europea percepita come inaffidabile e incoerente, stanno cercando alternative. Accordi bilaterali o trilaterali con attori più flessibili, come Russia, Cina o Rwanda, stanno erodendo lo spazio politico e strategico dell’Ue. La marginalizzazione dell’Europa in Africa non è più una prospettiva futura: è una realtà già in atto.

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Zambia: un fragile gigante africano tra crisi climatica e debito insostenibile

Lo Zambia, un paese vasto due volte e mezza l’Italia con una popolazione di circa 20 milioni di abitanti, è oggi l’emblema delle contraddizioni africane: una nazione giovane e ricca di risorse, ma appesantita da problemi strutturali che ne limitano lo sviluppo. Una crisi economica profonda, esacerbata dalla siccità e dalla gestione poco lungimirante del debito pubblico, sta mettendo in ginocchio una popolazione che già vive in condizioni di estrema povertà.

Una crisi climatica senza precedenti

La siccità che ha colpito lo Zambia e gran parte dell’Africa australe è considerata la peggiore degli ultimi 20 anni. Le sue conseguenze sono devastanti: circa 10 milioni di persone sono colpite in 84 dei 117 distretti del paese. Il settore agricolo, che impiega un quarto della forza lavoro, ha subito un duro colpo, con perdite di raccolti stimate intorno al 50%. Tra i cereali, il mais—alimento base dello Zambia—ha visto la sua produzione ridursi drasticamente, causando un aumento dei prezzi e un’inflazione che ha superato il 15%.

La crisi energetica è un’altra faccia dello stesso problema. Lo Zambia dipende per l’83% dall’idroelettrico, e la diga di Kariba, una delle infrastrutture più importanti del paese, sta funzionando a solo una delle sei turbine disponibili. Il risultato? Interruzioni di corrente che possono durare fino a 21 ore al giorno, paralizzando l’economia e peggiorando ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

Un’economia fragile e il peso del debito

L’impatto economico della siccità si somma a una situazione di indebitamento cronico. Lo Zambia è stato il primo paese a dichiararsi insolvente durante la pandemia di Covid-19. Questo default, avvenuto nel 2020, è stato il culmine di anni di scelte economiche discutibili: tra il 2012 e il 2019, Lusaka ha accumulato debiti a breve termine, soprattutto con la Cina, per finanziare grandi progetti infrastrutturali, spesso poco produttivi. Nel 2020, il debito pubblico aveva raggiunto il 104% del PIL.

Il crollo dei prezzi del rame, che rappresenta il 70% delle esportazioni zambiane, ha aggravato la situazione, mentre la pandemia ha inflitto il colpo di grazia, con un’inflazione fuori controllo e un drastico calo delle entrate. Nonostante un accordo con il G20 Common Framework abbia permesso di ristrutturare parte del debito, i negoziati sono stati lunghi e complessi. Alla fine, Lusaka è riuscita a ridurre il debito dovuto agli stati creditori e ai privati, ma resta vincolata a condizioni stringenti imposte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), come la cancellazione dei sussidi energetici. Una misura che rischia di peggiorare ulteriormente la qualità della vita degli zambiani.

Disuguaglianze e povertà in aumento

La crisi economica e climatica ha accentuato le disuguaglianze già esistenti. Circa il 60% della popolazione vive in povertà, con un divario netto tra le aree urbane, dove il tasso si attesta al 31%, e quelle rurali, dove supera il 75%. La mancanza di accesso a servizi essenziali come l’elettricità—disponibile solo per il 43% degli abitanti—e l’educazione rende difficile immaginare una ripresa a breve termine.

Nonostante una crescita economica media del 5% negli ultimi anni, il paese si trova ora ad affrontare previsioni molto più cupe. Secondo il FMI, il PIL zambiano crescerà tra l’1,2% e il 2,5% nel 2024, il peggior risultato degli ultimi 25 anni, escluso il 2020. Il calo della crescita economica non solo riduce le risorse disponibili per affrontare la crisi, ma aumenta la pressione sul governo, già incapace di soddisfare le necessità della popolazione.

Uno sguardo al futuro

Lo Zambia si trova di fronte a sfide enormi. La crisi climatica richiede investimenti significativi per migliorare la resilienza agricola e diversificare le fonti energetiche, ma il peso del debito limita gravemente le capacità di intervento del governo. Allo stesso tempo, le riforme imposte dagli organismi internazionali rischiano di esacerbare il malcontento sociale, in un paese già segnato da profonde disuguaglianze.

Per Lusaka, il futuro dipende dalla capacità di bilanciare esigenze immediate e strategie a lungo termine. La ristrutturazione del debito è un passo necessario, ma non sufficiente. Servono politiche che affrontino le radici della povertà e che permettano al paese di sfruttare al meglio le sue risorse, in particolare il rame. Solo così lo Zambia potrà sperare di uscire dal circolo vizioso di crisi economiche e sociali che lo attanaglia.

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