
Se c’è stato un momento in cui la Repubblica Italiana ha corso il serio rischio di diventare qualcos’altro — qualcosa di molto simile a un corpo senz’anima, guidato non da un governo, ma da una regia occulta — ebbene, quel momento ha avuto un nome preciso: Propaganda Due. E ha avuto un volto: quello eternamente sorridente e mellifluo del “Venerabile” Licio Gelli.
Ora, sia chiaro. L’Italia non è stata il primo né l’ultimo paese a conoscere società segrete, consorterie più o meno occulte, club esclusivi dove si stringono mani e si scambiano favori. Ma la P2 non fu questo. La P2 fu una mutazione genetica del potere. Un tentativo — riuscito, almeno per un tempo — di creare uno Stato parallelo nello Stato. E la domanda che ancora oggi ci tormenta non è tanto “cosa fosse la P2”, ma “perché così tanti vollero entrarci”.
La seduzione dell’ordine
La P2 si insinua nei gangli militari, nei servizi segreti, nei ministeri, nella RAI, nella magistratura, non perché Gelli sia un genio del male. Ma perché Gelli capisce l’Italia meglio di chiunque altro. Capisce che, in un Paese stanco del disordine, della politica urlata, del terrorismo cieco, l’idea di una regia silenziosa, efficiente e protettiva esercita un fascino irresistibile. È il vecchio mito del “decisionismo” in versione paludata.
E così, a poco a poco, uno ad uno, gli ufficiali, i dirigenti, i funzionari bussano alla porta del Venerabile. Non li cerca lui, sono loro a cercarlo. Non perché siano cospiratori — la maggior parte non lo è — ma perché intuiscono che lì, in quel circuito chiuso, si decide tutto: carriere, incarichi, nomine, appalti, protezioni.
Il collante della paura
A tenere uniti i fratelli della loggia non è un ideale, ma qualcosa di molto più solido: la paura. Paura del comunismo, certo. Ma anche — e forse soprattutto — paura di restare fuori. Perché la P2 funziona come ogni struttura mafiosa che si rispetti: se non ci sei dentro, sei contro. E se sei contro, sei vulnerabile.
Questo è il capolavoro di Gelli. Non promette rivoluzioni, non scrive proclami. Distribuisce influenze. Fa sentire importanti uomini che la politica ha trascurato. Riscatta rancori antichi. Si presenta come il garante dell’ordine. Un ordine parallelo, ma più efficiente di quello ufficiale.
La complicità silenziosa
Ma tutto questo — e qui il discorso si fa scomodo — non sarebbe stato possibile senza una colossale complicità collettiva. Perché Gelli non si è mai nascosto. Parlava con ministri, riceveva ambasciatori, intratteneva relazioni con il Vaticano, con l’America Latina, con l’intelligence occidentale. Non era un cospiratore nell’ombra, ma un anfitrione del potere.
Eppure, nessuno — o quasi nessuno — ha sentito il dovere di fermarlo. Perché la P2 non era un corpo estraneo. Era un’infezione che aveva trovato il terreno già pronto: un’Italia stanca, disillusa, spaventata. E chi avrebbe dovuto combatterla — la politica, la stampa, le istituzioni — troppo spesso la sfiorava con rispetto, o con convenienza.
Una Repubblica fragile
La verità, amara, è questa: la P2 ha potuto diventare quello che è stata perché la Repubblica, al suo interno, non era poi così convinta di se stessa. Perché troppi hanno preferito affidarsi all’efficienza del “venerabile” piuttosto che ai meccanismi lenti e spesso farraginosi della democrazia. Perché, in fondo, la tentazione dell’uomo solo al comando, o della regia segreta, non ci ha mai veramente abbandonati.
E se oggi ci indigniamo, lo facciamo da spettatori. Ma ricordiamoci che la loggia P2 non è stata una devianza. È stata uno specchio. E l’immagine riflessa era — purtroppo — molto simile alla nostra.
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