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La cybersorveglianza israeliana: tra diplomazia, scandali e mercato globale
Il rapporto tra Israele e le sue tecnologie di cybersorveglianza rappresenta una delle questioni più controverse degli ultimi anni, un misto di innovazione, diplomazia strategica e ombre etiche. Aziende come NSO Group sono al centro di un sistema che non solo sviluppa strumenti di hacking avanzati, ma che li utilizza per promuovere gli interessi geopolitici e diplomatici dello Stato ebraico. Questa dinamica, tuttavia, si intreccia con accuse di abusi, violazioni dei diritti umani e collusioni con regimi repressivi.
La collaborazione ambigua con gli Stati Uniti
Israele ha una lunga storia di spionaggio nei confronti degli Stati Uniti, il suo alleato più stretto, un fatto che paradossalmente non sembra destare preoccupazioni a Washington. Secondo alcune stime, circa 350 agenti americani sono impegnati a monitorare lo Stato ebraico. Eppure, l’NSA ha fornito a Israele strumenti di data-mining e analisi dei dati, trasferiti poi a società private israeliane che, a loro volta, raccolgono informazioni sensibili da condividere con i vertici dello Stato.
In questo contesto opera NSO, considerata la punta di diamante della cybersorveglianza globale. Fondata nel 2010 da ex membri dell’Unità 8200 dell’IDF, NSO si è rapidamente affermata come un’estensione dello Stato israeliano. Nonostante i numerosi scandali, la società continua a rappresentare un asset strategico per Israele, promuovendo gli obiettivi di politica estera attraverso la concessione di licenze per il suo spyware Pegasus.
Diplomazia e cybersorveglianza
Il valore di NSO non si limita ai profitti economici, ma si estende alla diplomazia. Come spiegato da Amitai Ziv, ex giornalista di Haaretz, quando Israele vende strumenti di cybersorveglianza a paesi africani o a dittature del Golfo, ottiene in cambio voti favorevoli alle Nazioni Unite. Questa strategia è particolarmente rilevante per Israele, che utilizza tali alleanze per controbilanciare le critiche sulla sua occupazione dei Territori Palestinesi.
Un esempio emblematico è il rapporto con l’Arabia Saudita, considerata un alleato chiave contro l’Iran. Nel 2020, Riyad ottenne nuovamente accesso a Pegasus dopo un intervento diretto del primo ministro israeliano, nonostante le preoccupazioni per gli abusi precedentemente commessi. Questi strumenti sono diventati così un elemento fondamentale della diplomazia israeliana, capaci di trasformare relazioni tese in alleanze strategiche.
Un’industria senza regole
Lo scandalo più noto legato a NSO riguarda l’utilizzo di Pegasus per hackerare 1.400 telefoni in tutto il mondo, un fatto che portò Facebook a denunciare la società israeliana. Tuttavia, il problema non è circoscritto a NSO. Il mercato delle armi cibernetiche è in rapida espansione e opera in gran parte nell’ombra, senza regolamentazioni. Paesi e aziende private sviluppano exploit zero-day, vulnerabilità sconosciute nei software, per colpire obiettivi politici, industriali e privati.
La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente accelerato questa tendenza. Tra il 2020 e il 2021, le aziende israeliane hanno attirato metà degli investimenti globali nel settore della cybersicurezza, consolidando il loro ruolo dominante. Ma, come evidenziato da Edward Snowden, l’industria della cybersorveglianza non garantisce sicurezza: «È un sistema progettato per creare vulnerabilità e sfruttarle a fini di controllo».
Il caso Messico e l’ombra della criminalità
Il Messico rappresenta un esempio lampante delle potenzialità e dei pericoli di Pegasus. Nel 2011, NSO vendette il suo spyware al governo messicano per monitorare i cartelli della droga. Tuttavia, l’uso dello strumento si estese rapidamente ad altri settori, colpendo giornalisti, attivisti e oppositori politici. Tra le vittime vi fu il giornalista Cecilio Pineda, assassinato nel 2017 poche ore dopo aver denunciato collusioni tra politici locali e criminalità organizzata.
Nonostante le dichiarazioni di NSO secondo cui Pegasus sarebbe stato venduto solo per combattere il crimine, i dati rivelano che nel 2016 e 2017 almeno 15.000 numeri telefonici furono monitorati, inclusi quelli di collaboratori del presidente Andrés Manuel López Obrador. In un decennio, il Messico ha speso oltre 160 milioni di dollari per Pegasus, ma la corruzione ha trasformato l’arma cibernetica in uno strumento per consolidare il potere politico.
Un controllo totale dello Stato
NSO non è un’entità indipendente, ma opera sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa israeliano. Come sottolineato dall’attivista Eitay Mack, il Malmab, il dipartimento per la sicurezza dell’apparato della difesa, supervisiona ogni aspetto delle sue attività, inclusi brevetti e diritti di proprietà intellettuale. Questa relazione simbiotica consente a Israele di sfruttare NSO come uno strumento chiave per la sicurezza nazionale e la geopolitica.
Conclusioni
NSO e altre aziende israeliane rappresentano il volto di un’industria globale in cui tecnologia, diplomazia e controllo si intrecciano. Israele ha trasformato strumenti di cybersorveglianza in armi diplomatiche, consolidando il proprio ruolo strategico a livello internazionale. Tuttavia, l’assenza di regolamentazioni e le connessioni con regimi repressivi sollevano interrogativi sulla sostenibilità etica di questo modello.
Come osservato da Snowden, la cybersorveglianza è ormai una minaccia globale. Senza un intervento deciso, rischia di trasformarsi in un sistema fuori controllo, dove sicurezza e libertà diventano vittime di un’industria costruita sull’intrusione e il dominio.
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