L’attacco del 17 settembre 2024 a Bamako, rivendicato dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), segna un punto critico nella crisi di sicurezza che da anni affligge il Sahel, una regione che è diventata un epicentro del jihadismo globale. Il Mali, una volta considerato un baluardo contro l’estremismo, si trova ora al centro di una guerra asimmetrica che coinvolge diversi gruppi terroristici, ognuno con obiettivi distinti ma uniti dalla volontà di destabilizzare i governi locali. Il JNIM, una coalizione affiliata ad al-Qaeda, ha sviluppato una strategia di guerriglia che mira non solo alle forze governative ma anche alle infrastrutture critiche, come dimostrato dall’attacco all’aeroporto Modibo Keita. Questo gruppo ha saputo sfruttare le debolezze istituzionali del Mali e dei suoi vicini, espandendosi oltre i confini nazionali grazie a un controllo flessibile e alla capacità di adattarsi alle dinamiche locali. Dall’altro lato, lo Stato Islamico – Provincia del Sahel (ISSP), una fazione affiliata all’ISIS, ha consolidato la propria presenza nelle aree di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, attuando una strategia di attacchi indiscriminati che includono imboscate e attentati su larga scala. La rivalità tra questi due gruppi jihadisti ha alimentato una guerra inter-jihadista che ha complicato ulteriormente la situazione nel Sahel, aumentando la frammentazione del controllo territoriale e le violenze contro le popolazioni locali. La dimensione geopolitica di questa crisi è amplificata dalla crescente presenza di attori esterni, come la Russia, che attraverso i suoi paramilitari dell’Africa Corps (ex Wagner) cerca di mantenere l’influenza regionale. L’intervento russo è stato accolto con favore dalle giunte militari al potere in Mali e Burkina Faso, le quali vedono nei mercenari russi un’ancora di salvezza contro il dilagare del jihadismo, soprattutto dopo il ritiro delle forze francesi e della missione ONU MINUSMA. Tuttavia, la cooperazione con la Russia non ha risolto la crisi di sicurezza, anzi, sembra aver ulteriormente polarizzato la situazione. I gruppi jihadisti, in risposta, hanno intensificato gli attacchi contro i paramilitari russi, rendendo evidente la loro capacità di adattarsi alle nuove dinamiche sul campo. Questa complessità rende difficile per le forze di sicurezza locali e internazionali riprendere il controllo del territorio, mentre il jihadismo continua a diffondersi come un cancro che mina le fondamenta dello Stato e della società civile. L’instabilità nel Sahel ha inoltre generato una grave crisi umanitaria, con migliaia di sfollati interni e un esodo verso i paesi limitrofi, come il Niger e la Costa d’Avorio, che stanno affrontando un aumento della pressione migratoria. La comunità internazionale, pur riconoscendo l’urgenza della situazione, fatica a trovare soluzioni efficaci e durature. La Francia, che storicamente ha giocato un ruolo dominante nella regione, ha ridotto il suo impegno militare, lasciando un vuoto che è stato prontamente riempito dai gruppi jihadisti e dagli attori non statali. Nel frattempo, l’Unione Europea e le Nazioni Unite sono impegnate in un difficile tentativo di mediazione, cercando di coordinare gli sforzi tra i vari attori locali e internazionali, ma le divisioni politiche interne all’UE e le tensioni tra le potenze globali ostacolano qualsiasi progresso significativo. In questo scenario, la minaccia jihadista nel Sahel rappresenta non solo un problema di sicurezza locale, ma anche una sfida globale che richiede un approccio coordinato e integrato per contrastare efficacemente l’espansione del terrorismo e stabilizzare una regione di cruciale importanza strategica per l’Africa e il mondo intero.
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