C’era una volta una collezione intitolata “Palestinian Stories” su Netflix. Ventiquattro film, documentari e opere che raccontavano, da prospettive diverse, la vita, le lotte e i sogni del popolo palestinese. C’era, appunto. Perché oggi quella collezione è praticamente svanita nel nulla, evaporata dalla libreria della piattaforma come una bolla di sapone. Chi prova a cercarla negli Stati Uniti troverà un unico film superstite: il documentario del 2019 di Lina Al Abed, A Fate to Define. Chi accede da Israele non troverà nemmeno quello. E la landing page? Sparita anche lei. “Palestinian Stories” non esiste più. Letteralmente.
Netflix, interpellata sul misterioso caso, si è prodotta nella solita spiegazione burocratica da manuale: “i diritti per la messa in onda sono scaduti”. Fine della storia. Ma è davvero così? O siamo di fronte all’ennesimo episodio di censura di guerra, quella subdola, che non bombarda città, ma spegne voci, cancella memorie e riscrive narrazioni?
La sparizione: un incidente o una scelta?
La questione non è solo tecnica, ma politica. Perché non stiamo parlando di uno o due film rimossi per questioni amministrative. Qui si tratta di un’intera collezione di opere palestinesi che sparisce simultaneamente. Un azzeramento totale che, casualmente, arriva in un momento in cui la questione palestinese è più che mai al centro del dibattito internazionale. Quando il racconto dei fatti, da una prospettiva alternativa a quella dominante, rischia di disturbare qualcuno.
E allora viene da chiedersi: Netflix si è limitata a rispettare scadenze contrattuali o ha fatto altro? Ha ceduto a pressioni, dirette o indirette, che mirano a censurare una narrazione scomoda? E perché proprio da Israele, il paese più interessato da queste storie, Palestinian Stories non risulta neppure visibile?
La censura di guerra, vecchia e nuova
Se c’è una cosa che la storia ci insegna, è che la censura non cambia mai forma, cambia solo i mezzi. Una volta si bruciavano i libri, oggi si fa sparire una collezione digitale. È più discreto, meno rumoroso, e soprattutto consente di appellarsi a motivazioni tecniche apparentemente innocue. Ma il risultato è lo stesso: silenziare una voce, spegnere una storia, soffocare una cultura.
Perché non è un caso che la collezione si chiamasse “Palestinian Stories”. Non era una semplice selezione di film. Era una piattaforma culturale, una finestra sul mondo di un popolo spesso raccontato solo attraverso gli occhi di chi lo opprime. La sua scomparsa non è solo una questione di copyright, è una questione di memoria e di giustizia.
Un precedente pericoloso
La rimozione di Palestinian Stories crea un precedente inquietante. Se è così facile far sparire contenuti culturalmente e politicamente sensibili, cosa impedirà a domani di cancellare altre narrazioni scomode? Chi decide cosa possiamo vedere e cosa no? E soprattutto, chi garantisce che dietro la scadenza di un contratto non si nasconda un’agenda politica più ampia?
Questa vicenda pone anche domande sul ruolo delle piattaforme globali come Netflix. Possono davvero considerarsi neutre e apolitiche quando operano in contesti geopolitici così complessi? O devono accettare la responsabilità di difendere la diversità culturale e di non piegarsi a pressioni politiche o economiche?
Conclusione: storie che non si cancellano
La scomparsa di Palestinian Stories da Netflix è un promemoria brutale di quanto sia fragile la memoria culturale in un’epoca digitale. I film possono essere rimossi, le landing page oscurate, ma le storie non possono essere cancellate. Continuano a vivere nelle menti e nei cuori di chi le ha raccontate e di chi le ha ascoltate.
Ma è proprio per questo che episodi come questo non devono passare sotto silenzio. Perché oggi è la Palestina, domani potrebbe essere un’altra voce, un’altra storia, un altro popolo. Ed è così che, pezzo dopo pezzo, la nostra comprensione del mondo diventa sempre più monodimensionale, sempre più controllata, sempre più povera.
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