
Il caso Moro e il caso Cirillo rappresentano due pagine oscure e contraddittorie della storia della Prima Repubblica, due eventi che, se messi a confronto, rivelano quanto il potere fosse disposto a sacrificare o salvare, a seconda delle convenienze. Stesso schema: un esponente della Democrazia Cristiana rapito dalle Brigate Rosse, un governo coinvolto, un “Sistema” che decide cosa fare. Ma con esiti diametralmente opposti. Per Aldo Moro, la fermezza dello Stato: nessuna trattativa, nessuna concessione, nessun riscatto. Per Ciro Cirillo, invece, trattative immediate, soldi pagati e una liberazione ottenuta in tempi brevi. Due pesi e due misure.
Il caso Moro: un sacrificio annunciato
Il sequestro di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978, fu seguito da una strategia che oggi appare chiara: Moro doveva morire. Non perché non ci fossero possibilità di salvarlo, ma perché la sua liberazione avrebbe compromesso equilibri politici ed economici troppo importanti per il Sistema che governava l’Italia in quegli anni.
Steve Pieczenik, l’esperto americano inviato in Italia dal Dipartimento di Stato USA e soprannominato “l’uomo di Kissinger”, ha ammesso esplicitamente che il suo obiettivo non era salvare Moro, ma preservare la stabilità politica del Paese. Per Washington, lasciare che Moro fosse rilasciato vivo avrebbe rappresentato un rischio enorme: lo statista poteva rivelare segreti compromettenti sui rapporti tra lo Stato e i poteri occulti, tra i servizi segreti e le Brigate Rosse. Così, si scelse la via della manipolazione strategica: dare alle BR l’illusione di una trattativa, spingerle a commettere l’irreparabile e quindi consolidare il potere dello Stato. La fermezza, insomma, fu solo una messinscena. Moro fu sacrificato non per una questione di principio, ma per evitare che emergessero verità scomode.
Il caso Cirillo: l’altra faccia della fermezza
Tre anni dopo, nel 1981, un altro rapimento scuote la DC: Ciro Cirillo, assessore campano della Democrazia Cristiana, viene sequestrato dalla colonna napoletana delle BR guidata da Giovanni Senzani. Ma questa volta la musica cambia. Andreotti, Cossiga e il Sistema che avevano lasciato morire Moro scelgono la strada opposta: si aprono subito le trattative, si paga un riscatto e Cirillo torna a casa vivo.
Perché questo cambio di rotta? Non certo per un improvviso risveglio etico o per un mutamento nella dottrina dello Stato. Piuttosto, perché Cirillo era un uomo chiave negli equilibri politici ed economici della Campania. La sua gestione della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia implicava l’accesso a miliardi di lire, un flusso di denaro che interessava non solo la DC, ma anche la camorra e le sue ramificazioni nel Sistema. Salvare Cirillo significava salvaguardare quei fondi e gli interessi di chi vi orbitava intorno. La trattativa con le BR, in questo caso, fu gestita attraverso canali occulti, con il coinvolgimento della camorra e il pagamento di un riscatto milionario.
Andreotti e il Sistema: il doppio gioco
La chiave di lettura di questi due casi si trova nel ruolo del Sistema P2 e nelle decisioni di Giulio Andreotti. Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, definiva l’Anello – un’entità clandestina legata ai servizi segreti – come un organismo controllato da Andreotti. E proprio l’Anello sembra essere stato decisivo sia nella gestione del caso Moro che in quello di Cirillo. Nel primo caso, agì per bloccare ogni possibile canale di liberazione; nel secondo, favorì le trattative, perché gli interessi economici e politici erano troppo importanti per essere messi a rischio.
Conclusioni: chi decide chi vive e chi muore?
Il confronto tra il destino di Moro e quello di Cirillo svela la vera natura dello Stato di quegli anni. Non uno Stato di diritto, ma uno Stato condizionato da logge, servizi segreti deviati e interessi internazionali. Per Moro, uno statista di calibro internazionale e con una visione politica che poteva destabilizzare equilibri consolidati, non c’era spazio. Per Cirillo, un uomo utile al Sistema, si poteva fare un’eccezione.
Questi due casi mostrano come, nei momenti decisivi, il potere abbia scelto non in base a principi morali, ma seguendo le logiche spietate della conservazione di sé stesso. Chi vive e chi muore non è mai una questione di diritto, ma di interesse. E questo, più di ogni altra cosa, ci dice cos’era – e forse cos’è ancora – il Sistema.
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