Il 7 ottobre 2023 ha segnato una scossa senza precedenti nel Medio Oriente, un terremoto politico e strategico di cui ancora non si vedono i confini. L’operazione “Diluvio di Al Aqsa” lanciata da Hamas non è stata solo un attacco, ma l’innesco di un processo che sta ridisegnando equilibri consolidati e accendendo nuove faglie di conflitto. Oggi, mentre il castello di carte regionale crolla, Israele e Stati Uniti guidano una strategia che sembra non conoscere limiti, spingendo la regione verso una frammentazione sempre più violenta e imprevedibile.
Israele, forte del sostegno incondizionato di Washington e dell’imminente ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ha intensificato la sua offensiva contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Il cessate il fuoco in Libano, per esempio, non ha segnato la fine di un conflitto ma l’inizio di una nuova fase. Hezbollah, indebolito dall’assassinio del suo leader Hassan Nasrallah e da una crisi economica che sta travolgendo il Libano, si trova a fronteggiare una perdita di influenza senza precedenti. Nel frattempo, l’Iran, pilastro dell’asse anti-israeliano, vede erodere il proprio controllo regionale, con milizie sciite frammentate e alleati strategici sempre più isolati.
La Siria, epicentro di guerre e contraddizioni, è il terreno dove più evidente appare il crollo delle illusioni. Bashar al-Assad, che solo pochi mesi fa celebrava il suo ritorno nella Lega Araba come una vittoria personale, si trova nuovamente sotto pressione. Il suo regime, sostenuto per anni da Russia e Iran, è oggi fragile come mai prima d’ora. Aleppo, persa per otto anni e riconquistata dai ribelli siriani grazie forse a un rinnovato sostegno della Turchia, simboleggia la debolezza di un dittatore che aveva fatto della repressione il suo punto di forza. Il regime non ha più alleati affidabili: l’Iran è distratto, Hezbollah è sotto attacco, e la Russia è sempre più coinvolta nella guerra in Ucraina.
Israele e Stati Uniti, nel frattempo, avanzano su una linea politica che ha come obiettivo dichiarato la distruzione dell’asse iraniano. Tel Aviv non può stabilizzare la regione, ma può certamente rimescolare le carte in modo violento. L’ipotesi di attacchi diretti agli impianti nucleari iraniani diventa sempre più concreta, così come la possibilità di operazioni militari aggressive contro le milizie sciite in Iraq e in Libano. La pax americana è un ricordo del passato, mentre quella israeliana rimane un’illusione priva di fondamenta politiche o strategiche.
La Giordania e l’Egitto osservano con timore crescente. Il regno hashemita di Abdullah II è minacciato dall’instabilità che un’annessione israeliana della Cisgiordania potrebbe provocare. L’Egitto, già piegato da una crisi economica senza precedenti, deve affrontare la pressione americana per aprire i confini con Gaza, un passo che potrebbe trasformare il Sinai in un campo di battaglia. E nel Golfo, l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman si interroga sul futuro del suo ambizioso piano Vision 2030, un progetto che si fonda su una regione stabile, oggi più lontana che mai.
Il Medio Oriente vive una fase di transizione lunga e violenta, in cui nessuno sembra in grado di controllare i processi in atto. Dai jihadisti ai ribelli, dai lealisti siriani ai curdi, dagli Stati Uniti all’Iran, tutti sembrano giocare una partita in cui le regole cambiano di continuo. La frammentazione è lo scenario più probabile, un mosaico di conflitti che promette di ridefinire i confini della regione. Eppure, questa politica del fatto compiuto, portata avanti con la forza, rischia di creare un caos che potrebbe inghiottire tutti i suoi protagonisti.
Il Medio Oriente è tornato a essere il terreno delle grandi tragedie storiche. Nessuno può dire fino a che punto questa tempesta porterà cambiamenti, ma una cosa è certa: nessuno sarà risparmiato. È il prezzo del dominio della forza su una politica priva di visione e di soluzioni reali.
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