
La storia è sempre storia del presente. Questo pensiero, che affiora osservando le reazioni al docu-film Magma, sulla ricostruzione del delitto Mattarella del 1980, evidenzia quanto le ombre del passato continuino a proiettarsi sul nostro tempo. Al centro del film c’è la convinzione ferma di Giovanni Falcone che l’omicidio del presidente della Regione Siciliana fu un assassinio politico di matrice “atlantica”. Un “caso Moro bis”, a meno di due anni di distanza dal sequestro e dall’eliminazione del leader democristiano.
La “matrice atlantica”: la mano invisibile dell’impero americano
Ma cosa significa “matrice atlantica”? Significa, in estrema sintesi, un’origine imperiale, radicata negli interessi superiori degli Stati Uniti e nel loro dominio globale. Significa violazioni del diritto internazionale, come nel caso dell’Ucraina oggi, e del diritto penale e della sovranità nazionale, come nei casi Moro, Mattarella e La Torre. Significa imporre ingiustizie, degenerare le istituzioni democratiche e mascherare il tutto dietro una cortina di fumo di omissioni e depistaggi, spesso nei territori delle cosiddette sovranità limitate.
Il delitto Mattarella rappresentò uno degli ultimi capitoli italiani della Guerra fredda. Non fu un semplice omicidio di mafia, ma un’operazione connessa alla “strategia della tensione”, il cui obiettivo era mantenere l’Italia ancorata al blocco occidentale. Un capitolo che, secondo molti, trovò il suo tragico epilogo con la strage di Capaci dodici anni dopo.
Il “fattore K” e il prezzo della disobbedienza
Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro, era deciso a proseguire il cammino del compromesso storico, che aveva già pagato con la vita il suo maestro. Il suo progetto di un governo siciliano che integrasse i comunisti violava il “fattore K” – il veto atlantico sull’inclusione del PCI nella gestione del potere. Come accadde a Moro, anche Mattarella ricevette avvertimenti espliciti. Secondo fonti attendibili, il presidente siciliano fu ammonito che il suo esperimento violava le “regole non scritte” di Washington, con tutte le conseguenze del caso.
Mattarella, prima di essere ucciso, si recò a Roma dal ministro dell’Interno Virginio Rognoni, suo compagno di partito e corrente. Tornò sconvolto dall’incontro, chiedendo alla sua assistente di mantenere il massimo riserbo. Da una conversazione confidenziale, Rognoni avrebbe candidamente ammesso di averlo esortato a “moderare i toni” e a “essere prudente”. La corrente interna alla DC si era ormai schierata per il ritorno dell’Italia alla completa fedeltà agli Stati Uniti, e il compromesso storico siciliano era visto come l’ultimo ostacolo alla “normalizzazione”.
Falcone, Gladio e il puzzle dei delitti eccellenti
Giovanni Falcone, negli ultimi anni della sua carriera, riprese le indagini sui delitti Mattarella e La Torre, accumulando una serie di indizi che puntavano verso una matrice molto più complessa. Parliamo di reti come Gladio, della P2 e di un intreccio di interessi che coinvolgeva mafia, servizi segreti e poteri stranieri. Falcone rivelò che vi erano capimafia direttamente inseriti nella rete Gladio e che esisteva una base logistica del SISMI a Trapani, con un iniziale coinvolgimento nelle indagini di Bruno Contrada, agente del SISDE ritenuto dallo stesso Falcone un avversario pericoloso.
Falcone sosteneva che nei grandi delitti non si trova mai una “pistola fumante”, ma una molteplicità di indizi che devono essere ricostruiti con un doppio approccio: induttivo, partendo dal basso, e deduttivo, partendo dall’alto. Era convinto che il crollo del Muro di Berlino avesse svelato alcuni elementi cruciali, inclusi i collegamenti tra Gladio, la P2 e i delitti di Stato.
La voce della CIA e l’ombra lunga degli Stati Uniti
Un ex agente della CIA, in servizio a Roma all’epoca del caso Moro, confessò in privato che gli americani non avevano bisogno di “sporcarsi le mani” in Italia. Apparati locali, ben organizzati, sapevano cosa fare con chi “superava le linee rosse”. Moro, Mattarella e La Torre erano stati puniti per aver sfidato l’ordine imposto dall’alleanza atlantica. Francesco Cossiga, altro testimone chiave di quegli anni, definì l’Italia una nazione a “sovranità limitata”, dove i diritti democratici erano rispettati “nei limiti del possibile” per contrastare il comunismo, ritenuto una minaccia esistenziale.
La mafia come strumento dell’anticomunismo
Falcone e altri investigatori sospettavano che la mafia non fosse solo un’esecutrice materiale, ma un’alleata strategica degli Stati Uniti. Anticomunista per definizione, Cosa nostra aveva interesse a compiacere i propri alleati occidentali. Cossiga stesso non negò la connessione, sebbene la minimizzasse, affermando che i mafiosi fossero più amici che complici diretti.
Capaci e l’epilogo della Guerra Fredda
La strage di Capaci fu, secondo molti, la risposta al tentativo di Falcone di smascherare queste connessioni. Dopo la denuncia-ricatto di Andreotti su Gladio nel 1990, i protagonisti della “connection atlantica” entrarono in allarme rosso. Capaci, e poi via D’Amelio, furono gli ultimi atti di un dramma iniziato decenni prima.
Una verità storica ancora in costruzione
Non ci sarà mai una verità giudiziaria completa su questi delitti, perché è troppo tardi per raggiungerla. Ma una verità storico-politica, convincente e sufficiente a spiegare le ragioni e i significati di quegli eventi, è già emersa. Ed è su questa che dobbiamo riflettere, per comprendere meglio non solo il passato, ma anche il nostro presente, in un mondo dove la “matrice atlantica” continua a influenzare le dinamiche globali.
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