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L’Unione Europea esisterà ancora nel 2030?di Michel Pinton

L’autunno 2024: un momento critico per l’Unione Europea

L’autunno 2024 si presenta come un periodo allarmante per l’Unione Europea, che appare sempre meno in grado di affrontare le missioni di cui si è fatta carico. Basterebbe elencare i compiti che deve svolgere con urgenza per dimostrarlo: sostenere l’Ucraina in guerra e prepararla alla futura adesione all’Unione; rilanciare la competitività dell’industria europea, minacciata dalla doppia concorrenza di Cina e Stati Uniti; combattere efficacemente il cambiamento climatico; coordinare le spese militari degli Stati membri; integrare le piccole nazioni balcaniche, che bussano alla porta dell’UE da decenni; trovare una soluzione duratura per i crescenti flussi di migranti clandestini. Questi compiti non sono solo urgenti, ma anche enormemente costosi.

Colmare il ritardo europeo in termini di competitività richiederebbe uno sforzo finanziario considerevole: 800 miliardi di euro all’anno per un decennio, di cui almeno 150 da prelevare dai fondi comuni, secondo i calcoli dell’economista Mario Draghi. L’integrazione dell’Ucraina comporterebbe spese così ingenti che il bilancio dell’Unione, strutturato secondo il modello originario, risulterebbe permanentemente squilibrato, come affermano gli esperti di un istituto olandese. Inoltre, la lotta contro il cambiamento climatico assorbirebbe almeno il 30% delle risorse comunitarie, secondo gli specialisti dell’amministrazione di Bruxelles.

Una crisi di bilancio insostenibile

Va sottolineato che tutti questi compiti sono nuovi e si aggiungono alle missioni già assegnate all’UE dai trattati fondatori. Ma dove trovare le risorse necessarie, quando il bilancio comunitario già fatica a soddisfare, ad esempio, le richieste degli agricoltori europei? Gli Stati membri, a loro volta in difficoltà nel gestire i propri bilanci, rifiutano di aumentare i contributi. Nessuna tassa aggiuntiva sarebbe sufficiente a coprire i bisogni, ammesso che venga accettata dagli stessi Stati. Un eventuale prestito comunitario sarebbe considerato una pericolosa fuga in avanti dai governi più parsimoniosi, che hanno già dichiarato il loro veto.

In queste condizioni, l’Unione si trova ad affrontare un dilemma insolubile. La Commissione Europea, lasciata sola, è costretta a ricorrere a espedienti. Ad esempio, i 50 miliardi di euro promessi all’Ucraina per sostenere le sue finanze dissestate vengono prelevati frettolosamente da risorse destinate ad altri compiti, ma non ancora impiegate. La Commissione corre da una crisi all’altra senza un piano complessivo, ossessionata dall’idea di guadagnare tempo.

La sfida politica: l’ascesa degli euroscettici

La crisi finanziaria, però, è solo una delle facce del problema. Un’altra è stata rivelata dalle elezioni europee dello scorso giugno. Mai prima d’ora le forze definite “euroscettiche” avevano raccolto così tanti voti. Già dieci anni fa, i partiti di estrema destra avevano accresciuto la loro presenza al Parlamento europeo, cavalcando il malcontento per la crisi monetaria che aveva scosso il continente. Molti elettori avevano allora percepito come tradita la promessa di un’“Europa che protegge”. In seguito, l’avanzata degli euroscettici sembrava rallentata, ma oggi è chiaro che si trattava solo di una pausa. Queste forze tornano a crescere, minando dall’interno l’intera costruzione comunitaria.

Perché sempre più europei si sentono attratti da queste forze? L’Unione non persegue forse obiettivi nobili come la pace, il benessere e il rispetto dei valori democratici? Certo, ma i suoi metodi difettosi producono contraddizioni insostenibili: la promozione della pace si è trasformata in un sostegno incondizionato a un paese in guerra; la ricerca del benessere ha favorito l’importazione di prodotti a basso costo, causando la crisi dell’industria europea e l’impoverimento di intere regioni; i valori democratici, fondati sull’esaltazione della libertà individuale, hanno prodotto disuguaglianze sociali intollerabili, tensioni identitarie sempre più forti e instabilità politica. Di fronte a queste conseguenze negative, il progetto europeo alimenta un rigetto popolare sempre più deciso.

Un’élite dirigente ancorata al passato

Nonostante ciò, la classe dirigente europea rimane ostinatamente legata a un modello di “costruzione europea” stabilito un quarto di secolo fa. Né la crisi finanziaria né il crescente rifiuto da parte degli elettori sembrano spingerla a cambiare direzione. L’ultima dimostrazione di questa rigidità è stata la scelta di una nuova Commissione votata a ripetere gli stessi errori della precedente. L’élite europea è convinta che anche questa crisi possa essere superata come le precedenti, usando le stesse strategie del passato.

Io, però, non condivido questo ottimismo.

Il declino dell’Occidente e le nuove sfide

C’è stato un tempo, un quarto di secolo fa, in cui l’Occidente dominava il mondo. Imponeva senza difficoltà i suoi principi: la libera circolazione di beni, persone e capitali, la democrazia, la risoluzione dei conflitti tramite istituzioni sovranazionali. L’Unione Europea prosperava applicando questi ideali a sé stessa, sotto la protezione benevola di un’America che dominava un mondo unipolare.

Questa breve parentesi storica è finita. I principi che un tempo garantivano il successo dell’Unione oggi ne provocano l’indebolimento. La supremazia americana è contestata, e l’ordine mondiale sta cambiando. Continuare a seguire i principi del passato non farà che accelerare il declino dell’Europa.

Il ruolo della Russia: una nuova opportunità

Tra le riforme possibili per salvare l’Unione, una delle più urgenti riguarda le relazioni con la Russia. Un tempo vista come una potenza arretrata, la Russia oggi resiste alle sanzioni occidentali e continua a influenzare il panorama geopolitico globale. Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che l’Occidente, nonostante le sanzioni e il supporto militare a Kiev, non è riuscito a indebolire Mosca. Anzi, paradossalmente, sono proprio le economie europee a soffrire di più.

Se l’Unione Europea vuole sopravvivere nel 2030, deve cercare un’intesa con la Russia. Questo significherebbe ritrovare la vocazione alla pace in Europa, ridurre le spese militari e garantire l’accesso alle risorse naturali russe. Inoltre, liberata dalla dipendenza dagli Stati Uniti, l’Unione potrebbe finalmente affrontare da pari a pari le sfide poste dall’Europa orientale, a beneficio di tutti.

Conclusione: un futuro incerto

Raggiungere questo obiettivo non sarà facile. Richiederà di superare le diffidenze reciproche, immaginare nuove strutture di sicurezza collettiva e stabilire confini definitivi per l’Ucraina, riconosciuti da tutti. Ma se l’Unione decidesse di affrontare le questioni europee con una prospettiva davvero autonoma, riconquistando il ruolo di protagonista sulla scena mondiale, potrebbe rilanciare il progetto europeo con rinnovato prestigio.

Tuttavia, il tandem franco-tedesco, per decenni motore dell’integrazione europea, ha perso forza. Senza una leadership forte e una visione chiara, la necessaria riforma dell’Unione rischia di rimanere solo un sogno.

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