
Ci sono pagine della storia italiana che non si leggono, ma si decifrano. Pagine scritte nell’ombra, con inchiostro sbiadito, in cui si intrecciano omicidi, depistaggi, golpismi e una rete eversiva che sembra uscita dai manuali di fantapolitica. Eppure, quelle pagine non sono frutto di fantasia, ma realtà. Una realtà che si dipana in quella zona grigia che chiamiamo antistato: un intreccio di poteri occulti, apparati deviati, estremismi e interessi stranieri, tutti impegnati a sabotare il fragile equilibrio della democrazia italiana.
Il caso di Pasquale Juliano, commissario di pubblica sicurezza a Padova, è un esempio paradigmatico di come l’antistato operi per neutralizzare chi tenta di contrastarlo. Nel 1969 Juliano, con lucidità e coraggio, aveva individuato la minaccia rappresentata dai gruppi neofascisti di Ordine Nuovo e ne aveva denunciato i piani eversivi. Nonostante i suoi avvertimenti sugli attentati imminenti, la sua carriera fu distrutta da accuse infamanti e processi orchestrati per delegittimarlo. Venne prosciolto dieci anni dopo, ma il prezzo era già stato pagato: la sua vita professionale e personale era irrimediabilmente segnata. Il suo appello fu ignorato, e nel frattempo l’Italia veniva insanguinata da bombe e stragi.
Il destino di Juliano, per quanto tragico, fu meno crudele di quello toccato al generale dei Carabinieri Giorgio Manes, autore di un rapporto fondamentale sul Piano Solo del 1964. Il 15 giugno 1969, Manes era pronto a testimoniare davanti alla Commissione parlamentare sui fatti legati al tentato golpe di cinque anni prima. Con sé aveva una borsa contenente la sua relazione completa, senza omissioni. Ma Manes non parlò mai: morì improvvisamente alla buvette della Camera, ufficialmente per un infarto, e la sua borsa sparì. Un episodio inquietante, che rimane avvolto da interrogativi irrisolti, simbolo di una macchina eversiva capace di agire anche nei corridoi delle istituzioni.
Questo schema si ripete lungo tutta la stagione della strategia della tensione. Dal golpe bianco di Edgardo Sogno al golpe Borghese del 1970, dalle bombe di Gioia Tauro alla strage di Milano davanti alla questura nel 1973, ogni evento sembra intrecciarsi con lo stesso filo nero. Il filo di Ordine Nuovo, dei servizi segreti deviati, della P2, e di gruppi paramilitari come la Rosa dei Venti, il cui obiettivo dichiarato era abbattere quella che definivano “putrida democrazia”.
Dietro queste trame si celano nomi e volti che si ripetono con inquietante regolarità. Licio Gelli, capo della P2, il principe Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas e protagonista del golpe del 1970, e il generale Vito Miceli, direttore del SID, arrestato per aver organizzato una struttura eversiva con legami internazionali. Nomi che compaiono anche nelle inchieste sulle stragi, come quella di Piazza Fontana, dove il neofascismo di facciata era solo la maschera di un disegno più grande, costruito per destabilizzare e orientare l’Italia verso un regime autoritario.
Ma l’aspetto più inquietante è il ruolo degli apparati istituzionali, italiani e stranieri. Come rivelato dal generale Gianadelio Maletti, i servizi segreti italiani non solo sapevano, ma in alcuni casi agevolavano queste operazioni, spesso in coordinamento con la CIA. La stessa CIA, secondo Maletti, aveva infiltrati in Ordine Nuovo e forniva esplosivi e direttive, con l’obiettivo di contrastare il “pericolo comunista” a qualunque costo. Anche a quello di sacrificare vite innocenti, come dimostrano le centinaia di morti nelle stragi.
L’antistato non è un’entità astratta. È una macchina concreta, fatta di uomini, mezzi e obiettivi. È un potere parallelo che opera nell’ombra, ma si manifesta nelle aule di tribunale, nei corridoi del Parlamento, nei proclami e nei depistaggi. È il volto oscuro di una Repubblica che, per sopravvivere, ha spesso tradito sé stessa.
Ecco perché non possiamo dimenticare Pasquale Juliano, Giorgio Manes, o le vittime delle stragi e dei golpe. Perché il loro sacrificio non sia vano, perché il buio non prevalga sulla luce, e perché questa democrazia – per quanto imperfetta – continui a vivere. La memoria è l’unico antidoto all’antistato. E ricordare è il primo atto di resistenza.

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