
L’illusione della pace: la guerra che nessuno ha voluto fermare
Era il marzo del 2022, a Istanbul. Le delegazioni russa e ucraina si erano scambiate una trentina di bozze di accordo. Dopo l’invasione cominciata da un mese, erano a un passo da una tregua. Autonomia al Donbass, neutralità per l’Ucraina: la pace sembrava a portata di mano. Poi, la visita di Boris Johnson a Kiev fece saltare tutto. Non è un mistero per nessuno: ogni volta che un negoziato si avvicinava al risultato, arrivava una provocazione per farlo deragliare. Sempre dalla stessa direzione: Londra, Washington, e le correnti ultranazionaliste ucraine.
Da mille giorni si combatte una guerra devastante, ma i presupposti di questo conflitto risalgono al 2014. Eppure, la narrazione ufficiale si ostina a dividere il mondo in aggrediti e aggressori, dimenticando come i ruoli si siano invertiti nel tempo e come l’Europa, colpevolmente, non abbia fatto nulla per fermare il massacro. Non per cattiveria, ma per irrilevanza. Bruxelles non ha mai avuto né voce in capitolo né volontà politica per agire come mediatrice. È rimasta spettatrice passiva, lasciando il campo agli anglosassoni e ai nazionalisti ucraini.
La pace, un miraggio sempre più lontano
Oggi la guerra si intensifica. La scorsa notte ha visto attacchi russi di vasta scala, a pochi chilometri dal confine polacco. Aerei NATO sono pronti al decollo, mentre l’amministrazione Biden dà luce verde all’uso di armi a lungo raggio. Ma non dovevamo essere più vicini alla pace dopo la vittoria di Trump? L’elezione dell’ex presidente repubblicano ha sollevato speranze, soprattutto tra chi vedeva in lui un pragmatico capace di imporre uno stop all’escalation. Zelensky, dal canto suo, potrebbe perfino tirare un sospiro di sollievo, perché Trump gli offre un alibi perfetto per chiudere questa tragedia. Potrà dire agli ultranazionalisti ucraini – armati, pericolosi e con svastiche tatuate – che non è stata una sua scelta, ma un’imposizione americana.
Zelensky, figura tragica di questa guerra, è stato illuso dai suoi alleati. Gli avevano promesso che combattendo avrebbe sconfitto la Russia, lo stesso errore che fecero Napoleone e Hitler. Ma la storia insegna che nessuno può vincere contro il paese più grande e la prima potenza nucleare del mondo. Ora, schiacciato tra le pressioni interne e quelle esterne, potrebbe finalmente trovare il modo di negoziare un’uscita, anche a costo di uscire di scena.
L’Europa: spettatrice o complice?
E l’Europa? Mentre Stati Uniti e Gran Bretagna giocavano le loro carte, Bruxelles ha fatto “molto per non fare nulla”. Gli accordi di Minsk, che avrebbero garantito l’autonomia al Donbass e la neutralità ucraina, sono stati sabotati. L’Unione non ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani né la forza di imporre una soluzione diplomatica. Ha lasciato che il conflitto diventasse una guerra per procura, con i suoi stessi interessi economici e strategici sacrificati sull’altare della fedeltà atlantica.
La verità è che all’Europa conviene avere buoni rapporti con la Russia, non con Putin, ma con Mosca come partner strategico. La dipendenza economica dagli Stati Uniti, accentuata dal divieto di importare gas russo e dai dazi imposti da Washington, ci ha reso più poveri e più deboli. E mentre noi paghiamo il gas americano quattro volte tanto, la Russia rafforza i suoi legami con la Cina, facendoci perdere qualsiasi margine di manovra.
Il crepuscolo di Biden e le provocazioni del Deep State
L’amministrazione Biden, ormai al tramonto, sembra più interessata a lasciare il caos in eredità che a garantire una transizione pacifica. Biden stesso, ormai incapace di intendere e volere, è solo il volto di decisioni prese da altri. Probabilmente dal Dipartimento di Stato, forse dal cosiddetto “deep state”, che da anni dirige la politica estera americana.
È chiaro che il Pentagono, finora contrario all’escalation, non sia il regista di questa nuova provocazione. Eppure, la decisione di inviare missili a lungo raggio rischia di allargare ancora di più il conflitto. Ogni volta che si forniscono armi più potenti a Kiev, i russi ampliano il territorio da occupare per mettere in sicurezza le proprie frontiere. Il risultato? Più distruzione, più morti, e una pace sempre più lontana.
E Trump?
L’arrivo di Trump alla Casa Bianca potrebbe cambiare le carte in tavola. Gli americani hanno scelto un presidente che ha promesso di mettere fine alle “guerre infinite”. Ma ci vorrà tempo prima che la sua amministrazione entri in carica, e fino ad allora, il rischio è che l’amministrazione uscente compia mosse irreparabili.
Intanto, Elon Musk, con il suo stile tracimante, risponde a Zelensky al posto di Biden. La pace, ha detto il presidente ucraino, non me la faccio imporre dagli americani. E Musk ha replicato, ironico, come se fosse lui il vero presidente degli Stati Uniti. Paradossalmente, è proprio Musk a far sembrare Trump uno statista.
E l’Italia?
Per l’Italia, il ruolo rimane marginale. Il governo Meloni, pur schierato con Biden prima e con Trump ora, ha poco margine di azione. Probabilmente ci sarà concessa una “fettina” della ricostruzione ucraina, ma il nostro peso politico è inesistente. La Meloni ha imparato la lezione di Conte, silurato per essersi opposto agli americani su questioni come la Via della Seta o il Venezuela. Per evitare la stessa fine, si è adeguata alla linea atlantica, senza sé e senza ma.
Conclusione
La guerra in Ucraina è una tragedia che poteva essere evitata. Ogni volta che la pace sembrava possibile, è stata sabotata da chi aveva interesse a prolungare il conflitto. L’Europa ha fallito, gli Stati Uniti hanno giocato la loro partita e Zelensky si è trovato a fare da pedina. Ora, con Trump eletto e Biden al tramonto, la speranza è che il pragmatismo prevalga e che questa guerra infinita trovi finalmente una conclusione. Ma fino ad allora, continueremo a contare i morti e a chiederci cosa sarebbe potuto andare diversamente.
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