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“Libano, missione impossibile: caschi blu sotto attacco e responsabilità che nessuno vuole prendersi”

È successo di nuovo. Un’altra base dell’Unifil, stavolta quella italiana di Shama, nel sud del Libano, è stata colpita da razzi. Quattro militari della Brigata Sassari, impegnati in una missione di pace, sono rimasti feriti. Nulla di grave, per fortuna. Solo schegge di vetro e pietrisco, ci dicono. Ma la domanda resta: fino a quando si potrà andare avanti così, facendo finta che tutto sia normale? La missione Unifil è stata pensata per garantire una fragile tregua tra Israele ed Hezbollah, ma oggi sembra essere diventata un bersaglio comodo per chiunque voglia alzare il livello dello scontro.

Una missione che vacilla

I caschi blu italiani erano già sotto allerta, con i giubbotti antiproiettile e gli elmetti, come previsto dal livello di allerta 3. Eppure, questo non è bastato. Due razzi da 122 millimetri hanno raggiunto la base: uno ha colpito il bunker numero 2, dove erano presenti i militari, e un altro è esploso vicino a “Casa Italia”, un edificio che fa da pizzeria per il contingente. È chiaro che questi attacchi non sono incidenti. Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, i razzi sarebbero stati lanciati da Hezbollah. Ma allora la domanda diventa: perché Hezbollah colpisce le basi dell’Unifil, e soprattutto, perché nessuno sembra voler mettere un freno a questa situazione?

Le dichiarazioni di rito

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni parla di “indignazione e preoccupazione”, ribadendo che gli attacchi sono “inaccettabili”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, invece, punta il dito contro Israele, accusandolo di usare le basi dell’Unifil come scudi. Ma non finisce qui. Anche il Movimento 5 Stelle si inserisce nel dibattito, chiedendo spiegazioni a Crosetto: “Perché ha parlato di Israele? Quali informazioni ha?” Un balletto di accuse, domande e dichiarazioni che, come sempre, non risolverà nulla.

La realtà sul campo

Nel frattempo, nel sud del Libano la situazione è drammatica. Da giorni, l’esercito israeliano ha raggiunto il villaggio di Shama e sta cercando di neutralizzare i bunker e i depositi di armi di Hezbollah. Gli scontri sono continui, i droni si moltiplicano, e la base italiana si ritrova nel mezzo di questo caos. Solo martedì scorso, otto razzi avevano già colpito il quartier generale italiano. Allora si era parlato di “danni minimi”, ma è evidente che la frequenza di questi attacchi sta aumentando, e con essa il rischio per i nostri soldati.

Un silenzio assordante

E mentre le basi vengono bombardate, la missione dell’Unifil si sta rivelando sempre più fragile. La Risoluzione 1701 dell’ONU, che dovrebbe garantire la sicurezza dei caschi blu, è ormai carta straccia. Gli attacchi contro le forze di pace sono una “grave violazione del diritto internazionale”, ci ricorda l’Unifil in una nota. Ma a chi importa davvero del diritto internazionale? Certamente non a chi lancia razzi o usa basi come scudi.

Il ruolo dell’Italia

E noi? L’Italia, come sempre, si trova nel mezzo, con i suoi soldati mandati a “offrire una finestra di opportunità alla pace”, come dice Crosetto. Ma quale pace, esattamente? Quella tra Hezbollah e Israele, due parti che si accusano a vicenda e che vedono le basi dell’Unifil come un comodo pretesto per alzare il tiro? O quella di un governo libanese che sembra incapace di controllare il proprio territorio, lasciando che milizie armate facciano il bello e il cattivo tempo?

Conclusione: missione fallita?

La realtà è che l’Unifil, oggi, è una missione impossibile. I caschi blu non possono garantire la pace, perché la pace non è una priorità per chi sta combattendo. E i nostri militari continuano a rischiare la vita in una guerra che non è la loro, sotto attacco da tutte le parti, mentre a Roma si discute se sia più grave la colpa di Hezbollah o quella di Israele. Intanto, le montagne di dichiarazioni indignate non bastano a proteggere i nostri soldati. E la domanda resta: fino a quando continueremo a fingere che questa sia una missione di pace?

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