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L’equilibrio spezzato: la lunga marcia della sfiducia tra Russia e Occidente

“Tutto ciò che è eccessivo è insignificante”, ammoniva Talleyrand. E mai come oggi, nel tempo delle diplomazie ridotte a tweet e dei talk show convertiti in tribunali morali, il monito dell’uomo che sopravvisse a tre rivoluzioni risuona attuale. La Russia, da tempo convertita a potenza “maledetta” dell’ordine internazionale, continua a essere descritta come il nemico assoluto, la devianza geopolitica per eccellenza. Eppure, dietro l’aggressività del Cremlino – che nessuno può né deve giustificare – si staglia un’inquietante sequenza storica, quella che Jean Daspry, alto funzionario francese, ha riassunto come la “perdita della fiducia”. https://cf2r.org/tribune/russie-a-la-recherche-de-la-confiance-perdue/
Una parabola iniziata ben prima del 24 febbraio 2022 e costruita a colpi di promesse disattese, trattati stracciati e provocazioni strategiche.

Il Diritto negato: l’Occidente e la memoria lunga di Mosca

Per comprendere la posizione russa, occorre partire da lontano. Da quando, nel 1975, gli Accordi di Helsinki codificarono l’intangibilità dei confini europei e il principio di non ingerenza, Mosca ha sempre considerato quei pilastri come un patto sacro. La disgregazione violenta della Jugoslavia negli anni ’90, gestita e accelerata da forze euro-atlantiche, apparve al Cremlino come la prima frattura di quel patto. Poi venne l’Iraq del 2003: guerra preventiva, zero mandato ONU, menzogne conclamate sulla presenza di armi chimiche. Seguirono la Libia, la Siria, la demolizione degli accordi sul disarmo nucleare. Tutti episodi che, agli occhi russi, costruirono la narrativa di un diritto internazionale selettivo, manipolabile a seconda delle convenienze occidentali. Il principio inviolabile dell’ONU piegato alla legge del più forte.

Per Mosca, ogni volta che un trattato è ignorato, ogni volta che una risoluzione ONU viene disattesa, si imprime una ferita nella carne viva del multilateralismo. E se a ogni provocazione non segue reazione, resta il giuramento mai smentito della memoria: ce ne ricorderemo, mormora il Cremlino, e il tempo, per lo Slavo, è alleato, non tiranno.

La parola tradita: l’allargamento dell’OTAN come rottura simbolica

Ma più ancora dei trattati violati, è la parola mancata a pesare nel bilancio russo del tradimento. Dopo il crollo dell’URSS, quando l’Occidente brindava alla fine della Guerra fredda, si delineava un nuovo disegno europeo: una Confederazione autonoma, senza dominanza americana, vagheggiata da Mitterrand. Ma quel progetto venne archiviato. E mentre il Patto di Varsavia spariva, l’OTAN restava. E anzi si espandeva. Di 16 membri nel 1989 si è passati ai 32 attuali, fino alle soglie della Russia. L’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, mai formalizzata ma sempre evocata, si è trasformata nel paradigma stesso della rottura: promesse implicite ignorate, rassicurazioni orali mai codificate. Una provocazione strategica, avrebbe detto Poutine a Monaco nel 2007, nel discorso ignorato dai più ma che conteneva l’intera filosofia geopolitica della Russia post-sovietica: la sicurezza europea non si costruisce contro, ma con Mosca.

Washington, invece, ha scelto la vassallizzazione dell’Est europeo, la militarizzazione della periferia russa e l’espansione della propria industria bellica. Non per caso, notava Gabriel Robin, ambasciatore francese presso la NATO, “ci sono Paesi che sono destinati a rimanere satelliti”. La logica imperiale, camuffata da difesa dei valori.

Dalla sfiducia alla reazione: l’uso combinato di forza e diplomazia

Il risultato? La risposta russa è arrivata su due piani: militare e diplomatico. Da un lato la forza, usata per difendere lo “spazio vitale” russo – Georgia nel 2008, Ucraina nel 2014 e nel 2022 – dall’altro la diplomazia, esercitata con pazienza e visione strategica. Mosca ha costruito un network globale fatto di Paesi che condividono l’ostilità verso il modello occidentale o che semplicemente rifiutano la sua narrazione morale. Cina, India, Iran, Turchia, Algeria, Cuba, Venezuela… il fronte del Sud Globale ha scelto l’ambiguità attiva: non difende Mosca, ma neppure la condanna. Un atteggiamento figlio del disincanto verso l’ordine liberale post-1945 e delle umiliazioni subite da un’architettura internazionale vista come egemonica, arrogante e incoerente.

Persino in Europa Mosca ha provato, prima dell’invasione, a rilanciare il tema di una nuova sicurezza collettiva. Ma le sue proposte sono state archiviate come propaganda. Ora, nel pieno della guerra, la stessa idea – un’architettura di sicurezza continentale condivisa – riaffiora tra le precondizioni russe per una pace duratura. Chi, oggi, tra i leader occidentali, è pronto ad ascoltare? Chi, tra le diplomazie europee, è disposto a porsi la domanda più semplice e più scomoda: e se avessimo sbagliato tutto?

L’Occidente e l’autismo strategico

L’analisi di Bertrand Renouvin e Pierre Lellouche, riportata da Daspry, offre una sintesi brutale: una diplomazia delle posture ha preceduto una guerra dell’emozione. L’Occidente ha ignorato le radici profonde del conflitto, preferendo la narrazione rassicurante del Bene contro il Male. La promessa di ingresso nella NATO fatta a Kiev nel 2008, il disimpegno armato di Obama, le illusioni post-Maidan, l’inerzia di Bruxelles, l’inadeguatezza strategica dell’Unione europea… tutto ha concorso a far precipitare la crisi in una guerra aperta. E ora, mentre gli USA si preparano forse a “lasciare” l’Ucraina, l’Europa, improvvisamente, scopre la necessità di riarmarsi.

L’improvvisazione geopolitica ha un costo. E spesso lo pagano i popoli che stanno nel mezzo, come quello ucraino.

Riflessione finale: la Francia e la sfida della fiducia

Daspry conclude con una proposta. Ripartire dalla fiducia, da un dialogo serio e realistico con Mosca. Non per accettare l’aggressione russa, ma per uscire dalla spirale moraleggiante e sterile in cui si è cacciato l’Occidente. La fiducia non si decreta, si costruisce, scrive. E chiede alla Francia – potenza media, ma dotata di autonomia strategica – di guidare una coalizione di volenterosi. Non per riportare indietro l’orologio, ma per impedire che il futuro sia un eterno presente di sanzioni, guerre per procura e diplomazie umiliate.

Una proposta scomoda, forse impopolare, ma necessaria. Perché ogni conflitto ha una storia, ogni guerra un contesto. E se l’Occidente vuole davvero essere il campione del diritto, dovrà prima fare i conti con la propria memoria. Per ricostruire un mondo in cui la fiducia, una volta perduta, non diventi un lusso irrecuperabile.

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