
Quando Donald Trump assunse la presidenza degli Stati Uniti nel gennaio 2017, la guerra civile siriana era entrata in una nuova fase. La riconquista di Aleppo da parte del regime di Bashar al-Assad e dei suoi alleati – Russia e Iran – aveva consolidato il controllo governativo su aree strategiche, lasciando l’opposizione frammentata e in difficoltà. La Russia, con il suo intervento militare diretto iniziato nel 2015, si era imposta come l’attore dominante del conflitto, marginalizzando gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. La strategia di Washington sotto Trump si sviluppò in un contesto in cui gli spazi di manovra erano ormai ridotti e le priorità americane oscillavano tra la lotta all’ISIS, il contenimento dell’Iran e la gestione delle tensioni con la Turchia.
Trump ereditò una politica frammentaria e priva di direzione chiara. L’amministrazione Obama, pur avendo definito Assad un dittatore illegittimo, non aveva mai adottato una strategia coerente per rimuoverlo, preferendo concentrarsi sulla lotta contro l’ISIS. Trump, pur criticando il suo predecessore per la “debolezza” nella gestione della crisi, seguì una linea altrettanto ambivalente. La sua retorica di disimpegno dalle “guerre infinite” in Medio Oriente si scontrava con la necessità di affrontare le dinamiche regionali, dove la Russia e l’Iran consolidavano la propria influenza, mentre la Turchia perseguiva obiettivi propri, spesso in contrasto con quelli americani.
La lotta contro l’ISIS e il paradosso curdo
Una delle principali priorità dell’amministrazione Trump in Siria fu la sconfitta dello Stato Islamico (ISIS). La campagna contro l’ISIS, iniziata sotto Obama, venne intensificata con l’uso di forze speciali, attacchi aerei e il sostegno alle Forze Democratiche Siriane (SDF), un’alleanza dominata dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), una milizia curda. L’YPG si rivelò un partner cruciale nella liberazione di Raqqa, la capitale de facto dell’ISIS, nel 2017.
Tuttavia, la collaborazione con i curdi generò forti tensioni con la Turchia, che considerava l’YPG un’estensione del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, classificato da Ankara come organizzazione terroristica. Nel gennaio 2018, la Turchia lanciò l’operazione “Ramo d’Olivo” per conquistare Afrin, un’enclave curda nel nord-ovest della Siria. L’amministrazione Trump, pur esprimendo preoccupazioni, non prese misure concrete per fermare l’offensiva turca, dimostrando la difficoltà di bilanciare le relazioni con Ankara e il sostegno ai curdi.
Le tensioni aumentarono ulteriormente quando Trump annunciò improvvisamente, nel dicembre 2018, il ritiro delle truppe americane dalla Siria, dichiarando che l’ISIS era stato sconfitto. Questa decisione, presa senza consultare i partner internazionali o i suoi consiglieri militari, provocò una crisi all’interno dell’amministrazione. Il segretario alla Difesa, James Mattis, rassegnò le dimissioni in segno di protesta, mentre i curdi, abbandonati, cercarono un accordo con il regime di Assad per proteggersi da una possibile offensiva turca.
Le armi chimiche e le reazioni americane
Un momento chiave nella gestione della crisi siriana da parte di Trump fu rappresentato dagli attacchi chimici condotti dal regime di Assad. Nell’aprile 2017, un attacco a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, causò oltre 80 morti, tra cui molti bambini, provocando un’ondata di indignazione internazionale. Trump rispose ordinando un attacco con 59 missili Tomahawk contro la base aerea di Shayrat, da cui si riteneva fosse partito l’attacco chimico.
L’intervento fu descritto come una misura simbolica per punire l’uso di armi chimiche e ristabilire una linea di deterrenza, in contrasto con l’inerzia mostrata dall’amministrazione Obama dopo il superamento della “linea rossa” nel 2013. Tuttavia, non alterò significativamente il corso del conflitto, né impedì ulteriori attacchi chimici da parte del regime.
Un secondo attacco chimico, avvenuto a Douma nell’aprile 2018, spinse Trump a ordinare una nuova operazione militare, questa volta in coordinamento con Francia e Regno Unito. Gli Stati Uniti, insieme agli alleati, colpirono strutture siriane legate alla produzione e allo stoccaggio di armi chimiche. Sebbene l’intervento fosse più ampio rispetto al precedente, anche in questo caso non ci fu un impatto duraturo sul conflitto, e il regime continuò a consolidare il proprio controllo sul terreno grazie al sostegno russo e iraniano.
Il contenimento dell’Iran e il ruolo di Israele
Un altro pilastro della strategia americana in Siria sotto Trump fu il contenimento dell’Iran. Washington vedeva la presenza iraniana in Siria, attraverso la Guardia Rivoluzionaria e le milizie sciite, come una minaccia diretta agli interessi americani e alla sicurezza di Israele. L’amministrazione Trump cercò di limitare l’influenza iraniana sostenendo le operazioni israeliane contro obiettivi iraniani in Siria.
Israele, preoccupato per la costruzione di infrastrutture militari iraniane vicino ai suoi confini, intensificò gli attacchi contro basi e convogli iraniani. Gli Stati Uniti appoggiarono pienamente queste operazioni, ma evitarono di impegnarsi direttamente in azioni contro Teheran, temendo un’escalation regionale. Questo approccio, sebbene coerente con la retorica anti-iraniana di Trump, sottolineò la mancanza di una strategia chiara per affrontare la crescente presenza iraniana in Siria.
Le contraddizioni del ritiro e il caos geopolitico
L’annuncio del ritiro delle truppe americane dalla Siria rappresentò uno dei momenti più controversi dell’amministrazione Trump. Sebbene la decisione fosse coerente con la retorica del presidente sul disimpegno dalle “guerre infinite”, il modo in cui fu gestita mise in luce le contraddizioni della politica americana in Siria.
Dopo l’annuncio iniziale, il ritiro fu parzialmente ritrattato, con Trump che autorizzò il mantenimento di un piccolo contingente per “proteggere i pozzi petroliferi” nel nord-est della Siria. Questa mossa, ampiamente criticata, evidenziò l’approccio caotico e incoerente dell’amministrazione, che sembrava più interessata a salvaguardare risorse strategiche che a risolvere il conflitto.
La decisione di ritirarsi lasciò i curdi in una posizione vulnerabile, spingendoli a cercare un accordo con Assad e la Russia. Ankara, approfittando del vuoto lasciato dagli Stati Uniti, intensificò le operazioni nel nord della Siria, consolidando il proprio controllo su territori strategici lungo il confine.
Conclusione: una politica frammentata e le conseguenze globali
L’amministrazione Trump ereditò una situazione complessa e frammentata in Siria, ma non riuscì a sviluppare una strategia coerente per affrontare il conflitto. Sebbene la lotta contro l’ISIS abbia prodotto risultati significativi, con la liberazione di Raqqa e la fine del “califfato territoriale”, il mancato impegno politico e le contraddizioni interne lasciarono il campo libero alla Russia e all’Iran.
Le scelte di Trump – dal ritiro delle truppe al supporto ai curdi, passando per l’appoggio a Israele – riflettono una politica che oscillava tra disimpegno e interventismo, senza mai affrontare le cause profonde della crisi. La Siria, devastata da anni di guerra, rimane un campo di battaglia per le ambizioni geopolitiche globali, con gli Stati Uniti relegati a un ruolo marginale in una regione che un tempo dominavano.
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