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La torre d’avorio non esiste: la ricerca sul Medio Oriente tra attacchi e silenzi

L’idea della “torre d’avorio”, quell’immaginario spazio di isolamento intellettuale dove i ricercatori lavorano lontani dal rumore del mondo, è una favola utile per chi vuole screditare l’accademia. Myriam Benraad, politologa e direttrice di ricerca presso il CF2R, lo dice chiaramente: non solo questa immagine è sbagliata, ma è pericolosa. https://cf2r.org/reflexion/des-chercheurs-emprisonnes-dans-leur-tour-divoire-quelques-observations-autour-des-crises-au-moyen-orient/
Nel caso del Medio Oriente, ogni parola pronunciata da un accademico rischia di trasformarsi in un bersaglio, non solo per i potenti ma per le masse digitali che oggi dominano il dibattito pubblico.

Dopo l’11 settembre, la retorica contro gli studiosi del Medio Oriente ha trovato una nuova linfa. Martin Kramer, accademico neoconservatore, è stato tra i primi a scagliarsi contro le ricerche accademiche sulla regione, accusandole di essere troppo politicizzate e radicali. La sua “torre d’avorio”, però, era un’arma retorica per legittimare interventi militari e silenziare voci critiche. Gli attacchi di Kramer non erano un invito al dibattito ma un tentativo di ridurre l’accademia a megafono delle narrazioni dominanti.

Oggi, quel paradigma non è scomparso, anzi, si è evoluto. I social media hanno trasformato la critica accademica in una giungla digitale. Ogni ricerca sulla Siria, su Gaza o sull’Iraq può scatenare un’ondata di diffamazione e insulti. Non importa quanto il lavoro sia metodologicamente solido o supportato da fonti attendibili: ciò che conta è la fedeltà al discorso dominante.

Benraad racconta come gli studiosi che osano criticare l’interventismo occidentale o denunciare le ingiustizie in Medio Oriente siano immediatamente attaccati, derisi e ostracizzati. Di fronte a questa violenza, molti trovano rifugio nella cosiddetta “torre d’avorio”. Non per scelta, ma per sopravvivenza.

Ma questa torre non è un luogo di pace, bensì una prigione dorata. La critica, il dibattito e il confronto – i pilastri della ricerca accademica – sono stati soffocati da un clima di paura. Gli studiosi del Medio Oriente, come quelli di altre aree geopolitiche sensibili, sono costretti al silenzio, vittime di una cultura che favorisce l’ignoranza e la polarizzazione alla complessità.

Non è la prima volta che accade. Durante la Guerra Fredda, gli accademici che lavoravano per gli interessi politici ed economici dominanti venivano esentati da critiche, mentre chi rimaneva indipendente veniva marginalizzato. Oggi quegli stessi schemi si ripetono: chi resiste alle narrazioni ufficiali viene etichettato come fazioso o inutile.

Il risultato è devastante. Come sottolinea Benraad, la ricerca sul Medio Oriente è sotto attacco costante, ridotta al silenzio o relegata ai margini del dibattito pubblico. Il paradosso è che proprio oggi, in un’epoca in cui il Medio Oriente è al centro di crisi politiche, umanitarie e ambientali, il contributo degli studiosi sarebbe più necessario che mai.

Eppure, il clima ostile lascia poco spazio alla speranza. La torre d’avorio non dovrebbe esistere, non come rifugio ma come prigione. La ricerca accademica dovrebbe essere parte integrante del dibattito pubblico, un ponte tra conoscenza e società. Ma fino a quando il dibattito rimarrà ostaggio delle narrazioni unilaterali e della violenza digitale, il rischio è che quella voce critica scompaia del tutto.

Benraad lancia un avvertimento: senza un cambio di paradigma, perderemo la possibilità di comprendere davvero il Medio Oriente. E, con essa, la capacità di risolvere conflitti che continuano a essere alimentati da ignoranza e semplificazioni.

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