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La strategia russa nella crisi siriana prima della caduta di Assad :un equilibrio tra forza e diplomazia

La crisi siriana, iniziata nel 2011, ha trasformato la regione mediorientale in un campo di battaglia geopolitico. La Russia, attraverso un intervento strategico e calcolato, ha consolidato la propria influenza globale, assicurandosi un ruolo dominante non solo nella risoluzione del conflitto ma anche nella definizione degli equilibri futuri del Medio Oriente. L’intervento russo, avviato formalmente nel settembre 2015, non fu solo una risposta alla precarietà del regime di Bashar al-Assad, ma un tassello di una strategia più ampia volta a riaffermare la Russia come potenza globale, proteggere i propri interessi strategici nella regione e sfidare l’egemonia occidentale.

Quando il regime siriano iniziò a vacillare sotto la pressione dei ribelli sostenuti da potenze occidentali e regionali, Mosca vide nella crisi una duplice minaccia. La perdita di Bashar al-Assad avrebbe comportato la caduta dell’ultimo alleato russo nella regione e la compromissione della base navale di Tartus, l’unico porto russo sul Mediterraneo, fondamentale per proiettare potenza navale e garantire l’accesso alle rotte energetiche e commerciali. Inoltre, il Cremlino temeva che la Siria potesse diventare l’ennesimo esempio di “regime change” sponsorizzato dall’Occidente, replicando il modello libico del 2011, quando un intervento militare guidato dalla NATO aveva portato alla caduta di Gheddafi e al caos che ne seguì. Per la Russia, evitare il collasso del regime di Assad era quindi non solo una questione di interessi strategici, ma anche un segnale al mondo che Mosca era pronta a contrastare l’espansione dell’influenza occidentale.

L’intervento russo in Siria fu caratterizzato da una strategia militare precisa e dalla dottrina della “quantità ragionevolmente sufficiente”. La Russia schierò risorse limitate ma tecnologicamente avanzate per massimizzare l’impatto sul terreno. Creò una base operativa nella città di Khmeimim, nella provincia di Latakia, e rafforzò la presenza navale a Tartus, utilizzandole come piattaforme per lanciare attacchi aerei su larga scala. L’esercito russo utilizzò anche missili da crociera Kalibr, lanciati dal Mar Caspio, per colpire obiettivi strategici con estrema precisione. Questo non solo dimostrò la capacità militare russa, ma servì anche come vetrina tecnologica per il mercato globale degli armamenti. La Russia coordinò le proprie operazioni con l’Iran, che fornì supporto di terra attraverso Hezbollah e milizie sciite, e insieme riuscirono a respingere l’avanzata dei ribelli su fronti cruciali come Aleppo e Damasco.

Un altro aspetto fondamentale dell’intervento russo fu la lotta contro il terrorismo jihadista. La Russia giustificò la propria presenza in Siria come parte della guerra globale contro il terrorismo, concentrandosi in particolare sull’ISIS e su altri gruppi jihadisti attivi nella regione. Tuttavia, l’attenzione russa si rivolse anche a ribelli sostenuti dall’Occidente, dimostrando come la retorica antiterroristica fosse utilizzata per consolidare il controllo di Assad sul territorio. Per Mosca, la guerra in Siria era anche una lotta per la sicurezza nazionale: migliaia di combattenti jihadisti provenienti da Cecenia, Daghestan e altre repubbliche russe a maggioranza musulmana si erano uniti all’ISIS, rappresentando una minaccia diretta per la stabilità interna della Russia. Combattere questi gruppi sul terreno siriano era visto come un modo per contenere il jihadismo lontano dai confini russi.

L’intervento in Siria permise alla Russia di perseguire obiettivi geopolitici ben più ampi. Prima di tutto, riaffermare il proprio ruolo di grande potenza. Con l’operazione militare, Mosca dimostrò di essere in grado di agire in maniera indipendente e di influenzare le dinamiche globali, sfidando direttamente l’egemonia americana. In secondo luogo, la Russia utilizzò il conflitto per contrastare la strategia occidentale di destabilizzazione attraverso il cambio di regime, affermandosi come garante della sovranità degli Stati contro le ingerenze esterne. Infine, l’intervento offrì a Mosca l’opportunità di espandere il proprio mercato militare, utilizzando la Siria come banco di prova per testare e promuovere nuove tecnologie belliche.

Consolidato il controllo militare, la Russia si propose come principale mediatore del conflitto siriano, lanciando il processo di pace di Astana nel 2017, in collaborazione con Iran e Turchia. Questo forum rappresentò un’alternativa al processo di Ginevra, dominato dalle potenze occidentali, e permise a Mosca di dettare i termini della diplomazia. Uno dei risultati principali di Astana fu la creazione di quattro zone di de-escalation, concepite per ridurre le ostilità tra le forze governative e i ribelli. Tuttavia, queste zone furono gradualmente riconquistate dalle truppe di Assad, con il tacito sostegno russo, dimostrando come Mosca utilizzasse la diplomazia per consolidare i propri successi militari.

Nel 2018, la Russia organizzò il Congresso del Dialogo Nazionale Siriano a Soči, un tentativo di dare forma a una nuova Costituzione siriana e facilitare una transizione politica. Nonostante le ambizioni, l’evento fu criticato per la scarsa rappresentatività, con un’evidente predominanza delle forze filogovernative e l’esclusione di molte fazioni dell’opposizione. Questo sottolineò i limiti della diplomazia russa, più orientata a legittimare il regime di Assad che a facilitare una vera riconciliazione. La collaborazione con la Turchia e l’Iran fu un elemento cruciale del successo di Astana. Ankara, pur essendo un membro della NATO, si alleò con Mosca per mantenere il controllo sul nord della Siria e affrontare la questione curda, mentre Teheran fornì supporto strategico e politico ad Assad, pur mantenendo tensioni con Mosca sulla gestione postbellica del Paese.

Nonostante i successi militari e diplomatici, la Russia fu costretta a affrontare numerose sfide. La Siria rimase un Paese devastato, con milioni di rifugiati e una ricostruzione che appare lontana. Inoltre, Mosca fu costretta a gestire complesse relazioni con i suoi partner regionali: l’Iran, che cerca di espandere la propria influenza nella regione, e la Turchia, con la quale condivideva interessi divergenti. Il processo di pace di Astana e Soči, pur avendo garantito una relativa stabilità, non ha portato a una soluzione politica duratura, lasciando la Siria in uno stato di precarietà. ieri ed oggi.

L’intervento russo in Siria fu senza dubbio un successo strategico per il Cremlino. Mosca salvò il regime di Assad, consolidato la sua presenza militare nella regione e riaffermato il suo ruolo di potenza globale.

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