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La Russia rappresenta veramente una minaccia?

Nel suo discorso del 6 marzo 2025, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la Russia di Vladimir Putin una “minaccia esistenziale” per l’Europa. Un’affermazione forte, che ha l’effetto immediato di polarizzare l’opinione pubblica, ma che secondo François-Régis Legrier, colonnello dell’esercito francese in pensione e docente di geopolitica, e Philippe Kalfayan, giurista internazionalista e consulente in strategia esperto dello spazio post-sovietico, merita un’analisi molto più approfondita.

I due autori, in un contributo pubblicato sulla rivista Front Populaire, https://frontpopulaire.fr/international/contents/la-russie-represente-t-elle-une-menace_tco_31156980

mettono in discussione la narrativa dominante in Occidente, che riduce il conflitto russo-ucraino a un semplice schema binario: da un lato un aggressore autoritario, dall’altro una vittima democratica. Secondo Legrier e Kalfayan, questa rappresentazione semplificata oscura volutamente le responsabilità occidentali e impedisce una comprensione reale delle cause profonde del conflitto. L’Occidente, sostengono, si è a lungo arrogato il diritto esclusivo all’uso della forza, senza accettare che un altro attore geopolitico, al di fuori del proprio controllo, possa sentirsi minacciato e reagire con mezzi militari.

Lungi dal voler giustificare l’aggressione russa, i due analisti sottolineano però l’importanza di ascoltare anche le ragioni dell’altro, senza liquidarle con sufficienza. La diplomazia non consiste nel parlare solo con gli alleati, ma anche nel mantenere un canale di comunicazione con gli avversari, proprio per evitare che la guerra diventi l’unica opzione praticabile. L’Europa, secondo loro, dovrebbe oggi fare un esame di coscienza, interrogarsi sulle proprie scelte passate e valutare in modo critico le proprie responsabilità nella tensione crescente con Mosca.

Nel loro contributo, Legrier e Kalfayan evidenziano come la presunta “minaccia esistenziale” russa sia una costruzione mediatica alimentata da strategie di comunicazione politica e da un uso sistematico della paura. La manipolazione delle masse, ricordano, non è appannaggio dei regimi autoritari: anche le democrazie occidentali hanno mostrato negli ultimi trent’anni una notevole capacità di costruire nemici funzionali ai propri obiettivi. Lo hanno fatto in Iraq con la falsa accusa delle armi di distruzione di massa, in Kosovo e in Libia con la retorica umanitaria selettiva, e oggi lo stanno facendo con la Russia, dipingendola al tempo stesso come una potenza allo sbando e come una minaccia militare imminente.

La retorica occidentale è inoltre segnata da un doppio standard che mina la sua credibilità internazionale. L’integrità territoriale del Kuwait o dell’Ucraina viene difesa con veemenza, mentre quella della Serbia o dell’Armenia è trattata con indifferenza. Il cambio di regime a Kiev nel 2014, appoggiato apertamente da Washington, viene considerato legittimo, mentre ogni interferenza russa è denunciata come attentato alla democrazia. Questo atteggiamento selettivo ha alimentato un profondo risentimento in buona parte del mondo non occidentale, come testimonia l’espansione del blocco dei BRICS e l’attivismo diplomatico crescente della Russia in Africa, in Asia e in America Latina.

Secondo Legrier e Kalfayan, esiste anche un nesso diretto tra la costruzione della minaccia russa e il progetto politico europeo di trasformare l’Unione in una federazione post-nazionale. L’insistenza sulla necessità di un nemico esterno serve a giustificare la centralizzazione dei poteri a Bruxelles, ignorando il dissenso popolare già emerso, per esempio, nel referendum francese del 2005. Il presidente Macron, con la sua proposta di mutualizzare la dissuasione nucleare, porta avanti da anni una visione federalista che, secondo gli autori, è scollegata dalle vere priorità dei cittadini.

Ma la Russia rappresenta davvero una minaccia concreta per l’Europa? Sul piano economico, il paese ha un PIL comparabile a quello della Spagna e una demografia in declino. Nonostante ciò, ha resistito meglio del previsto alle sanzioni occidentali, ha ristrutturato la propria economia di guerra e ha rafforzato la sua industria bellica. Secondo gli autori, la vera minaccia non è costituita dalla Russia in sé, ma dalla possibilità che si consolidi un’alleanza duratura tra Mosca e Pechino, in grado di destabilizzare gli equilibri globali. In questo senso, la politica americana, che ha volutamente tagliato i ponti tra Russia ed Europa, si è rivelata miope e dannosa anche per gli interessi europei.

Quanto al conflitto in Ucraina, Legrier e Kalfayan sottolineano che la Russia ha reagito a una progressiva estensione dell’influenza occidentale nello spazio post-sovietico, culminata con le rivoluzioni colorate e con l’espansione della NATO verso Est. La guerra del 2022, pur nella sua brutalità, si inscrive in una logica difensiva: quella di impedire che l’Ucraina diventi una piattaforma militare ostile ai confini della Federazione. In questa prospettiva, l’azione militare russa non appare tanto come un progetto di conquista territoriale, quanto come una strategia per fermare l’avanzata dell’Occidente nel proprio spazio storico di sicurezza.

Sulla questione della capacità militare russa, gli autori riconoscono che l’invasione dell’Ucraina non si è svolta secondo le aspettative del Cremlino, ma notano anche che Mosca ha saputo adattarsi e riorganizzarsi. Tuttavia, un’invasione dell’Europa resta uno scenario del tutto irrealistico, sia per limiti logistici e demografici, sia per la mancanza di obiettivi strategici reali. Molto più concreta è la minaccia ibrida: disinformazione, cyberattacchi, ingerenze nei territori d’oltremare, uso di proxy in Africa o nel Caucaso.

In conclusione, Legrier e Kalfayan sostengono che il vero pericolo per l’Europa non è la Russia, ma l’illusione che il confronto sia l’unica via. La Francia, che un tempo vantava una tradizione di indipendenza diplomatica, ha rinunciato al suo ruolo di equilibrio per seguire la linea atlantista. Ma in questo modo rischia solo di diventare irrilevante sul piano internazionale, mentre il mondo multipolare si consolida attorno a logiche nuove, nelle quali l’Occidente non è più il centro. La via dell’apaisement, per quanto difficile, resta l’unica scelta strategicamente lungimirante.

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