Che la Romania stia rafforzando le sue difese con l’acquisto di 32 caccia F-35 dagli Stati Uniti potrebbe sembrare, a prima vista, un passo verso l’indipendenza militare. Ma, scavando appena sotto la superficie dei titoli roboanti, emerge un quadro che ha poco a che fare con la sovranità e molto con la subordinazione. Non si tratta solo della Romania: questa dinamica è ormai il marchio di fabbrica di gran parte dei Paesi europei, Italia in primis.
Un contratto miliardario o una bolletta da pagare?
L’investimento di 6,5 miliardi di dollari (più di 6 miliardi di euro) per gli F-35 è stato celebrato come “senza precedenti”. Ma per chi è davvero un affare? Non certo per il contribuente rumeno, che finanzierà questa “modernizzazione” a caro prezzo, con l’economia del paese ancora traballante. Si parla di rafforzare la difesa nazionale, ma la verità è che questi aerei non sono strumenti di autodeterminazione: sono l’ennesima dimostrazione di una dipendenza militare dagli Stati Uniti, che continuano a vendere tecnologia militare come fosse l’unico distributore autorizzato dell’intera NATO.
In questo, la Romania segue le orme dell’Italia, che da anni acquista F-35 a prezzi faraonici senza mai mettere in discussione la necessità di avere uno strumento di difesa che non può usare in autonomia. Gli aerei, infatti, non possono volare o essere manutenuti senza il supporto e l’autorizzazione americana. Un dettaglio spesso dimenticato quando si celebrano questi contratti.
La NATO come ombrello o gabbia?
Il Primo Ministro rumeno, Marcel Ciolacu, ha dichiarato che l’acquisto “rafforzerà notevolmente le nostre capacità di difesa”. Ma difesa da chi? L’Ucraina è sotto attacco e i frammenti dei droni russi continuano a cadere sul suolo rumeno. Tuttavia, questi F-35 arriveranno solo nel 2030, troppo tardi per rispondere a qualsiasi emergenza attuale. È davvero questa la priorità o si tratta piuttosto di rispettare un ordine impartito da Washington?
L’Italia, allo stesso modo, non decide nulla senza il placet della NATO. Basta ricordare le basi militari americane disseminate nel nostro territorio: Aviano, Sigonella, Napoli. Per non parlare del “nucleare condiviso”, una pratica che ci obbliga a ospitare ordigni atomici di cui non possiamo disporre. Siamo i custodi di armi che non possiamo nemmeno toccare.
La sovranità che non c’è
La verità è semplice: sia la Romania che l’Italia – e molti altri Paesi europei – hanno rinunciato a una politica di difesa autonoma. Gli Stati Uniti decidono cosa comprare, quando comprarlo e, soprattutto, come usarlo. E noi, diligenti, apriamo il portafoglio e obbediamo. Parliamo di “alleanza”, ma il rapporto è quello tra un cliente e il suo fornitore, non tra partner alla pari.
Si dice che l’Europa debba rafforzarsi militarmente. Giusto. Ma come? Continuando a comprare armi dall’altra parte dell’Atlantico? Dove sono i progetti europei di difesa comune? Dove sono le industrie militari continentali capaci di competere con i colossi americani? In Italia abbiamo Leonardo, ma quanto conta realmente nelle strategie globali? Poco o nulla. Non si tratta di incapacità tecnica, ma di scelte politiche: siamo troppo impegnati a fare da appendice agli interessi di Washington.
Conclusione
L’acquisto degli F-35 da parte della Romania non è un passo verso la sovranità militare, ma l’ennesima ratifica di una dipendenza. Una realtà che conosciamo bene anche in Italia, dove continuiamo a investire miliardi in programmi decisi altrove, illudendoci di essere protagonisti. La verità è che non abbiamo una politica di difesa autonoma perché non abbiamo una politica estera autonoma. E finché i governi europei, compreso il nostro, continueranno a fare da esecutori materiali delle decisioni altrui, di sovranità si potrà parlare solo nei discorsi celebrativi, mai nella realtà.
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