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La guerra ombra in Ucraina e l’errore di percezione che ha accelerato Mosca

La guerra ombra in Ucraina e l’errore di percezione che ha accelerato Mosca

L’idea che l’Ucraina sia diventata, prima del 2022, una piattaforma operativa occidentale alle porte della Russia è uno dei pilastri del racconto del Cremlino. Nel febbraio 2024 un’inchiesta del New York Times ha aggiunto un tassello utile: secondo un alto funzionario europeo, verso la fine del 2021 Vladimir Putin ha esitato ancora sull’invasione, poi ha incontrato il capo di uno dei principali servizi russi e ne avrebbe ricavato una convinzione decisiva: Agenzia centrale di informazione statunitense e servizio segreto britannico stavano “controllando” l’Ucraina e trasformandola in una retrovia per operazioni contro Mosca. La tesi è che questa “guerra ombra” sia stata percepita come minaccia sufficiente a far scattare la scelta più catastrofica.

Ma qui sta il punto più delicato: la stessa ricostruzione suggerisce che Mosca abbia interpretato male una dinamica cruciale. Washington, in più fasi, è stata riluttante a esporsi fino in fondo: paura di provocare il Cremlino, dubbi sull’affidabilità dei partner ucraini, timore che iniziative operative non controllate producessero escalation. È una prudenza che però non ha impedito l’allargarsi del legame tra apparati: anzi, negli sviluppi successivi la cooperazione tra Langley e le strutture ucraine è apparsa più stretta, sistematica, e soprattutto inserita in una cornice più ampia di condivisione informativa europea.

Dalle linee rosse agli “incidenti” che cambiano la posta

Un ex responsabile della Agenzia centrale di informazione per il dossier Russia, George Beebe, ha messo il dito sulla variabile più instabile dell’approccio occidentale: le azioni militari ucraine, controllate solo in modo imperfetto dagli alleati. Nonostante gli avvertimenti statunitensi contro attacchi diretti al territorio russo, Kiev ha colpito oltreconfine con droni e incursioni terrestri, talvolta usando capacità fornite dall’alleanza atlantica. Con missili a lungo raggio britannici e con l’arrivo dei caccia occidentali, la capacità di proiezione aumenta: ed è qui che il rischio politico diventa rischio strategico, perché ogni colpo oltre frontiera può essere letto a Mosca come prova di regia esterna e, a Washington, come trascinamento indesiderato verso uno scontro diretto.

Una coalizione clandestina contro il Cremlino

Sempre secondo il New York Times, la logica della collaborazione non si è limitata a Kiev. Il responsabile della sezione che seguiva la Russia avrebbe organizzato un incontro segreto all’Aia con rappresentanti britannici, ucraini e servizi alleati, compresi quelli olandesi, per ampliare la condivisione di informazioni sulla Russia. Ne sarebbe nata una sorta di coalizione clandestina, nella quale gli ucraini diventano membri essenziali. È un passaggio decisivo perché spiega la lettura russa: non un singolo programma bilaterale, ma un dispositivo europeo incentrato sul contenimento informativo e operativo di Mosca.

Il paradosso è che la cautela dichiarata dagli Stati Uniti nel “non provocare” non ha prodotto l’effetto sperato. Le operazioni letali delle strutture ucraine di sicurezza e informazione hanno irritato anche i settori più prudenti dell’amministrazione statunitense già negli anni precedenti, ma il legame non si è interrotto. La sfiducia russa, al contrario, si è nutrita proprio di questa ambiguità: prudenza politica a parole, consolidamento operativo nei fatti.

La chiave neorealista: paura, intenzioni opache, escalation

La cornice teorica richiamata da John Mearsheimer aiuta a capire perché, in sistemi internazionali competitivi, la paranoia non è un incidente ma una condizione strutturale. Le intenzioni non sono misurabili con certezza e possono cambiare rapidamente: per questo le grandi potenze tendono a presumere il peggio, soprattutto quando vedono crescere un potenziale egemone o quando percepiscono un accerchiamento. Tradotto sul terreno ucraino: i timori di Kiev verso la Russia e quelli di Mosca verso l’alleanza atlantica seguono la stessa logica, speculare e incompatibile.

La lunga miccia: Ucraina, alleanze, zona cuscinetto

Che lo status dell’Ucraina fosse “esistenziale” per Mosca lo hanno segnalato, negli anni, molti osservatori occidentali. Già nel 2006 Robert Kagan parlava di una “battaglia per l’Ucraina” che il Cremlino si preparava ad affrontare. Nel 2013, durante un viaggio a Mosca con François Fillon, Pierre Lellouche riferirà in seguito una frase glaciale attribuita a Putin: meglio distruggere l’Ucraina che accettarne l’assorbimento nella sfera occidentale. Nel 2008, un dispaccio dell’ambasciatore statunitense a Mosca William Burns descriveva l’ingresso dell’Ucraina nell’alleanza atlantica come la più netta delle linee rosse per l’élite russa, con il rischio di interferenze in Crimea e nell’est del Paese.

A questo si aggiunge la lettura geopolitica resa esplicita da George Friedman: da un secolo Washington punta a impedire che una sola potenza concentri troppo potere in Europa, e l’ipotesi più temuta è un asse tra risorse russe e tecnologia-capitali tedeschi. In tale schema, l’Ucraina non è un simbolo: è una cerniera.

Scenari economici: l’Ucraina come infrastruttura strategica

Quando i servizi e le forze armate di un Paese vengono integrati di fatto in un ecosistema operativo e informativo esterno, non cambia solo la sicurezza: cambiano gli investimenti, le catene di fornitura militari, la dipendenza tecnologica, la struttura del bilancio pubblico. Dal 2015 in poi, il programma di addestramento e interoperabilità ha avvicinato l’esercito ucraino agli standard atlantici: questo significa contratti, logistica, manutenzioni, munizionamento, comunicazioni, e una crescente esposizione a un’economia di guerra sostenuta dall’esterno. Sul versante russo, la percezione di una retrovia ostile accelera la scelta di “mettere in sicurezza” corridoi, coste, industrie e accessi, con costi enormi e crescente isolamento.

Valutazione strategico-militare: deterrenza fallita e controllo imperfetto

La “guerra ombra” ha due effetti militari. Primo: riduce i tempi decisionali, perché ogni ambiguità viene interpretata come intenzione ostile. Secondo: moltiplica gli attori e quindi gli incidenti, perché tra operazioni coperte, incursioni oltreconfine e nuove capacità a lungo raggio, la soglia tra guerra indiretta e confronto aperto si assottiglia. Il controllo politico sull’alleato diventa fragile: gli avvertimenti di Washington non eliminano la possibilità che Kiev, per necessità o calcolo, spinga oltre, trascinando lo sponsor in un’escalation che non vuole.

Valutazione geopolitica e geoeconomica: interessi incompatibili, tragedia annunciata

La conclusione più scomoda è che, dentro questa logica, tutti agiscono secondo interessi nazionali percepiti come vitali, ma incompatibili. Ciò non assolve Mosca: l’invasione resta una scelta di aggressione e una responsabilità centrale nella tragedia. Però illumina il meccanismo che ha reso la crisi più rapida e più irreversibile: la combinazione tra cambio di orientamento politico a Kiev, sensibilità russa sulla neutralità della zona cuscinetto, e trasformazione dei servizi ucraini in partner operativi di un dispositivo occidentale più ampio. In un contesto del genere, la “guerra ombra” non resta ombra: diventa il linguaggio con cui ogni parte legge l’altra, e quindi il catalizzatore che avvicina la guerra aperta.

Dal 2014: la guerra ombra come infrastruttura politica

Dopo la caduta di Ianukovich, l’Ucraina entrò in una fase in cui la dimensione militare e quella informativa si sovrapposero fin dall’inizio. Secondo ricostruzioni attribuite al New York Times e al Washington Post, la collaborazione tra Agenzia centrale di informazione statunitense, polizia di sicurezza ucraina e informazione militare ucraina nacque con lentezza e prudenza. Non per mancanza di volontà, ma per un problema strutturale: il timore che gli apparati di Kiev fossero ancora permeabili alle infiltrazioni dell’apparato russo. Da qui l’idea di costruire un “perimetro sterile” dentro lo stesso servizio ucraino, isolato dal resto, con un compito preciso: misure attive contro la Russia.

L’epurazione e la nuova architettura: la Quinta Direzione

Nelle prime fasi dell’estate successiva al rovesciamento politico, l’operazione antiterrorismo nel Donbass e una vasta epurazione interna ridisegnarono la sicurezza ucraina, favorendo gli elementi più chiaramente orientati verso l’Occidente. Per gestire il rischio di infiltrazione, la collaborazione con l’Agenzia statunitense si tradusse in un artificio organizzativo: un sottodipartimento separato, protetto, pensato per operare “contro la Russia” senza contaminazioni. Fu chiamato Quinta Direzione per distinguerlo dalle quattro unità storiche. In seguito, sempre secondo le stesse ricostruzioni, si sarebbe aggiunta un’ulteriore articolazione dedicata alla cooperazione con il servizio segreto britannico, segnale che Londra non restava ai margini, pur mantenendo un profilo meno decifrabile nella fase 2014-2022.

Addestramento e prime missioni: dall’informazione alla forza

Il punto operativo fu semplice: addestrare personale capace di muoversi dietro le linee, come squadre clandestine, e costruire una rete di comunicazioni sicure. I siti vicini a Kiev avrebbero permesso la formazione di reclute, con una dotazione che comprendeva apparati di comunicazione protetti, travestimenti e uniformi “separatiste” per rendere credibile l’infiltrazione nelle aree occupate. Le prime missioni, almeno nella versione più “istituzionale”, avrebbero puntato sul reclutamento di informatori e sullo spionaggio informatico. Ma la dinamica interna della guerra ombra tende quasi sempre a spostare l’asticella: sabotaggi, catture di figure separatiste o di presunti collaboratori, detenzioni in siti clandestini. E poi, in un arco relativamente breve, l’escalation: eliminazioni mirate che, all’esterno, possono essere mascherate come faide o regolamenti di conti, ma che in realtà rispondono a una regia.

Perché il baricentro si spostò sull’informazione militare

La polizia di sicurezza ucraina, più grande e più politicizzata, soffriva di un deficit di fiducia e di governabilità. L’informazione militare, più piccola e più “snella”, risultava più facile da ristrutturare e da integrare in un rapporto di scambio con gli alleati. Non è un dettaglio: quando un apparato è enorme e attraversato da correnti, la penetrazione e il doppio gioco sono più probabili; quando è ridotto e selezionato, è più controllabile.

Un episodio raccontato come simbolico riguarda il 2015: il capo dell’informazione militare ucraina avrebbe consegnato senza preavviso una pila di documenti riservati agli interlocutori statunitensi, includendo dati sensibili sulla marina russa e sui sottomarini nucleari. Da quel momento, l’immagine è quella di un flusso: personale dell’Agenzia che esce dagli uffici con zaini pieni di materiale. È il modo più concreto per dire che la relazione non era più solo “formazione”, ma filiera informativa.

Il nodo delle linee rosse: cautela americana, impazienza ucraina

Con l’approfondirsi della partnership dopo il 2016, cresce la frizione tipica di ogni alleanza asimmetrica. Gli ucraini percepivano la prudenza statunitense come un freno e cercavano margini di autonomia operativa. Da qui la scelta di operazioni letali e omicidi mirati che, secondo queste ricostruzioni, violavano le indicazioni della Casa Bianca. La reazione a Washington fu di rabbia e minacce di taglio del sostegno, ma il punto politico sta nel non detto: la minaccia non venne trasformata in atto. Perché nel frattempo quel rapporto produceva un bene strategico ormai indispensabile: informazioni sulla Russia in quantità e qualità tali da diventare un patrimonio per l’intero sistema occidentale.

La fase Trump: l’espansione e la logica dell’infrastruttura

La continuità è l’aspetto più istruttivo. Anche sotto l’amministrazione Trump, descritta spesso come incerta sul dossier ucraino, la cooperazione clandestina non solo proseguì: si ampliò. Figure di primo piano considerate dure verso Mosca, come il direttore dell’Agenzia e il consigliere per la sicurezza nazionale, avrebbero visitato Kiev per benedire la partnership e spingerla su due terreni: addestramento più specializzato e costruzione di nuove strutture. È qui che la guerra ombra assume una forma quasi “territoriale”: basi in foreste, centri di comando, caserme, organici che crescono in modo drastico. Non più un programma, ma una rete.

Prima del 2022, questa rete viene descritta come composta da dodici basi segrete vicino al confine: un dispositivo che serve a due scopi simultanei. Primo: raccogliere segnali e comunicazioni russe in modo sistematico. Secondo: preparare capacità operative sul terreno, in prossimità del fronte potenziale.

Budanov e l’Unità 2245: l’audacia che trascina l’alleato

L’ascesa di Kyrylo Budanov a capo dell’informazione militare nell’estate 2020 viene presentata come acceleratore. Figura fortemente anti-russa, legata a operazioni audaci dietro le linee, con rapporti stretti con l’Agenzia, Budanov incarna la tensione centrale: il partner locale che vuole spingere e lo sponsor che prova a gestire. L’episodio del 2016 in Crimea, con un’incursione travestita da operazione russa e un esito sanguinoso, rappresenta proprio questo: audacia tattica, costo strategico. La reazione di Mosca fu durissima; quella di Washington, furiosa. Eppure il programma non venne chiuso: il direttore dell’Agenzia convinse i decisori che interromperlo sarebbe stato controproducente, perché ormai la collaborazione stava generando informazioni cruciali.

Qui compare un altro dato che pesa: le “regole segrete” elaborate per evitare che l’assistenza fosse ragionevolmente considerata letale. Un compromesso instabile, perché quando le linee rosse sono vaghe diventano, paradossalmente, un incentivo alla violazione: ciascuno prova a spingerle un po’ più in là, sapendo che la punizione è improbabile se il rapporto è diventato troppo prezioso.

La guerra di ritorsione e l’effetto catena

L’assassinio con autobomba del colonnello Maksim Shapoval, figura chiave dell’Unità 2245 e collegata ai contatti con l’Agenzia, segnò un salto di qualità. Non solo perché indicava una penetrazione russa capace di colpire al cuore, ma perché rendeva inevitabile l’effetto catena: più ritorsioni, più clandestinità, più dipendenza da infrastrutture protette, più espansione della rete.

A quel punto, la guerra ombra non era più un segmento laterale: era una dimensione strutturale del confronto.

Minsk congelava il fronte, la guerra ombra lo scaldava

Gli accordi di Minsk del febbraio 2015 congelarono la linea del Donbass in una condizione di “né pace né guerra”. In quel clima, la diplomazia europea, guidata da Francia e Germania, cercava di preservare canali con Mosca anche per interessi energetici, con il grande progetto del Nord Stream 2 sostenuto da imprese europee. Ma proprio qui si vede la frattura: mentre una parte dell’Europa cercava una stabilizzazione, Washington avviava una battaglia politica e legale contro quel progetto, e sul terreno ucraino cresceva un dispositivo clandestino anti-russo sempre più integrato.

Quando, nel 2021, Mosca ammassò truppe al confine e Washington sospese le sanzioni sul gasdotto per riaprire il dialogo con Berlino, il segnale era chiaro: l’energia contava, ma non era il punto centrale. La faglia principale restava l’Ucraina come status strategico e come piattaforma informativa-operativa.

La conclusione operativa: intensificazione costante, rischio di inevitabilità

Dal 2014 in poi la traiettoria appare coerente: epurazioni e riallineamento interno, creazione di unità isolate e protette, addestramento e dotazioni, passaggio da raccolta informativa a operazioni attive, spostamento del baricentro sull’informazione militare, espansione di basi e infrastrutture, aumento della capacità di intercettazione fino a volumi ingestibili senza l’analisi a Washington, e infine la normalizzazione della ritorsione.

È questa intensificazione costante che spiega l’effetto più pericoloso: la guerra ombra non resta “ombra”. Diventa una prova quotidiana di ostilità, alimenta la paura e irrigidisce le percezioni. E quando le percezioni si irrigidiscono, la politica perde spazio: perché ogni gesto viene letto come preparazione del colpo successivo, e il conflitto smette di essere un rischio da evitare e comincia a sembrare un esito da anticipare.

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