Joe Biden, come da tradizione presidenziale, è salito sul palco del Rose Garden della Casa Bianca per la grazia ai tacchini del Giorno del Ringraziamento. Peach e Blossom, due enormi volatili, sono stati celebrati per la loro “indole produttiva” e salvati da una fine crudele. Un atto simbolico, certo, ma che stride terribilmente con il destino dei 40 detenuti del braccio della morte federale che, a poche settimane dalla fine del mandato di Biden, attendono ancora di sapere se saranno risparmiati o meno.
Questa contraddizione racconta molto di un presidente che aveva promesso di porre fine alla pena di morte federale e che invece, a oggi, non ha fatto nulla per mantenere quella promessa. Nel frattempo, la minaccia del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca riaccende i riflettori su un tema che la politica americana, di entrambi gli schieramenti, preferirebbe ignorare.
Il boia federale e il disastro di Terre Haute
La corsa alle esecuzioni avviata da Trump nel 2020 resterà nella storia come una delle pagine più oscure della giustizia americana. In sei mesi, ben 13 persone furono giustiziate nel braccio della morte federale di Terre Haute, Indiana. Più che in tutti i dieci mandati presidenziali precedenti messi insieme. Una serie di esecuzioni che, oltre a violare ogni principio di prudenza in piena pandemia, ha messo in luce il lato più brutale e fallace della pena di morte.
Le storie dei condannati rivelano un sistema profondamente iniquo. Orlando Hall, per esempio, giustiziato nel novembre 2020, era stato condannato a morte da una giuria interamente bianca, senza che il suo passato di abusi e traumi fosse mai stato portato all’attenzione del processo. Come lui, molti altri avevano subito processi difettosi, avvocati incompetenti o erano affetti da gravi disturbi mentali. Alcuni si sono proclamati innocenti fino all’ultimo respiro.
Nonostante ciò, le amministrazioni democratiche non sono esenti da responsabilità. Dieci dei condannati giustiziati da Trump avevano presentato richieste di clemenza durante la presidenza Obama, che furono ignorate. Biden, allora vicepresidente, non sollevò obiezioni. Oggi, il rischio di ripetere quel tragico errore è più concreto che mai.
Trump e il ritorno del boia
Con il suo probabile ritorno alla Casa Bianca, Trump promette di riprendere ciò che aveva lasciato in sospeso. Il programma “Project 2025”, redatto dai suoi sostenitori, prevede di “portare a compimento” i procedimenti per tutti i condannati rimasti nel braccio della morte. Un manifesto chiaro: la pena di morte tornerà ad essere uno strumento politico, utilizzato non per punire i “peggiori dei peggiori,” come si dice, ma per riaffermare la forza bruta dello Stato.
Il tempo sta per scadere
Biden, però, ha ancora una finestra di opportunità. Potrebbe firmare una grazia collettiva per tutti i detenuti del braccio della morte federale, dimostrando che la giustizia può essere compassionevole e che la politica può essere coerente con i principi di umanità. Ma il tempo stringe: mancano poche settimane alla fine del suo mandato, e la pressione delle associazioni abolizioniste si fa sempre più forte.
Non si tratta solo di salvare vite umane. Con una clemenza generale, Biden potrebbe prevenire un nuovo ciclo di esecuzioni federali sotto un’eventuale amministrazione Trump. Potrebbe chiudere una pagina oscura della storia americana e avviare un percorso verso l’abolizione della pena di morte federale, come promesso durante la campagna elettorale.
La giustizia come spettacolo
Il problema, però, è che negli Stati Uniti la giustizia è sempre stata uno spettacolo, un palcoscenico su cui presidenti e politici mettono in scena la propria forza e il proprio potere. La pena di morte, con il suo apparato teatrale e la sua crudeltà, è il simbolo di questa visione. Le esecuzioni a Terre Haute, con giornalisti, avvocati e famiglie obbligati ad assistere a un rituale macabro, lo dimostrano. E la clemenza per i tacchini, celebrata con tanto di battute e sorrisi, è l’ennesima dimostrazione di quanto il sistema sia capace di chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza reale.
Orlando Hall, poco prima di morire, aveva chiesto clemenza all’amministrazione Obama. La sua partner, Shanyce Matthews, che assistette alla sua esecuzione, ricorda come il personale della prigione tentasse di mantenere una parvenza di normalità, scambiando cortesie mentre lo conducevano alla morte. “Tutti loro erano complici,” ha detto, riflettendo sull’orrore mascherato da routine.
Un’occasione mancata
Il mandato di Biden rischia di essere ricordato non solo per le promesse non mantenute, ma per l’incapacità di fare una scelta di civiltà. I detenuti di Terre Haute non chiedono il perdono, ma solo la possibilità di vivere, anche in prigione, senza subire l’umiliazione e la crudeltà della pena capitale.
Se Biden non agirà, non solo avrà mancato un’opportunità storica, ma avrà anche lasciato la porta aperta a un ritorno della barbarie. Il tempo per cambiare rotta è poco, ma la responsabilità è tutta nelle sue mani. E il prezzo del silenzio sarà pagato con la vita di uomini e donne che, al netto dei loro crimini, meritano almeno una forma di giustizia che non sia vendetta travestita da legge.
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