
Il direttore quasi da record che cade per il Sahel
Due mesi dal primato, poi lo stop dell’Eliseo
Bernard Émié è stato il secondo direttore più longevo della DGSE nel periodo 2017-2023. Gli è mancato poco per battere il primato di Jacques Dewatre, alla guida del servizio dal 1993 al 2000: due mesi appena. Eppure la sua parabola si è chiusa prima del traguardo simbolico. Il fattore determinante, nel racconto che circola nell’ambiente presidenziale, è l’Africa: i colpi di Stato a ripetizione nel Sahel che il servizio non avrebbe individuato in tempo e che hanno fatto apparire la DGSE come un apparato incapace di leggere la direzione del vento nei Paesi considerati essenziali per la sicurezza e l’influenza francesi. La decisione politica matura quando si avvicinano le Olimpiadi di Parigi del 2024: Émié avrebbe lasciato intendere ai giornalisti di essere stato rassicurato sul fatto che sarebbe rimasto in carica fino a dopo l’evento. Invece, la scelta di Macron arriva prima, e per chi frequenta il “cerchio” dell’Eliseo non è un fulmine: il rapporto personale era buono, ma l’irritazione presidenziale cresceva da tempo e, soprattutto, non veniva colta dal diretto interessato.
Il rapporto con Macron: stima, ma con distanza
Nell’entourage presidenziale si descrive un legame fatto di apprezzamento e prudenza. Macron stimava l’impostazione proattiva di Émié e la sua capacità di muoversi con iniziativa. Ma voleva tenere una certa distanza, anche per non riprodurre quel tipo di relazione molto stretta che aveva legato Bernard Bajolet a François Hollande. La frizione non nasce da un conflitto personale: nasce da un accumulo di dossier in cui l’Eliseo si convince che la DGSE stia perdendo presa o stia raccontando una realtà troppo rassicurante. Qui torna il tema africano: Émié arrivava ai consigli di difesa sostenendo che tutto fosse “sotto controllo” mentre, sul terreno, gli insuccessi si moltiplicavano e il servizio dava l’impressione di diventare lo zimbello del continente, con ufficiali catturati e operazioni interrotte una dopo l’altra. In quella forbice tra “va tutto bene” e “sta andando male” si apre una frattura che si allarga fino al punto di non ritorno.
AUKUS: l’umiliazione industriale e il fallimento dell’allerta
A questa erosione, si sommano lamentele operative e politiche. Nel settembre 2021, l’annuncio dell’accordo AUKUS tra Stati Uniti e Regno Unito per dotare l’Australia di sottomarini a propulsione nucleare rappresenta un colpo pesantissimo. Non è solo una scelta strategica anglosassone: è un’operazione che “aggira” la DGSE, nel senso che non sarebbe stata anticipata e gestita come minaccia imminente per un contratto già firmato. Il risultato è la rottura del maxi accordo del 2016 con Canberra per sottomarini convenzionali del Naval Group: un trauma per Parigi, economico e simbolico, perché colpisce un pilastro della proiezione geoeconomica francese, cioè l’industria della difesa come leva di potere esterno. Macron, secondo questo filone di ricostruzione, si infuria anche perché aveva chiesto esplicitamente a Émié di rafforzare l’intelligence economica della DGSE: AUKUS diventa quindi il caso scuola che certifica, agli occhi del presidente, che quella richiesta non ha prodotto il livello di protezione e capacità anticipatoria atteso.
La Turchia: linea conciliante, poi i “canali paralleli”
Un altro snodo è Ankara. Émié sostiene una postura conciliante verso la Turchia per ragioni che lui considera prioritarie: le esigenze antiterrorismo e la necessità di mantenere canali utili. Ma nello stesso periodo, all’Eliseo cresce la percezione di una Turchia “sempre più aggressiva” contro interessi francesi: nel Mediterraneo, in Siria, in Libia, in Africa, e anche sul fronte interno con attività di influenza e finanziamenti religiosi. Un consigliere ricorda che a un certo punto Parigi ha dovuto “cambiare approccio”. Qui il racconto si fa ancora più tagliente: Émié, insistendo sul mantenimento di buoni rapporti, finisce per scoprire troppo tardi che si stanno formando canali paralleli a sua insaputa. La Direzione delle Operazioni, il braccio operativo del servizio, vede moltiplicarsi battute d’arresto contro interessi francesi nel Mediterraneo e in Africa; e le risposte proposte vengono regolarmente “insabbiate” man mano che risalgono la catena. La reazione è la scavalcatura: la DO porta proposte di azioni dure “contro la Turchia e la Russia” direttamente all’Eliseo o allo staff personale del presidente, anche in ipotesi di operazioni sui loro territori. Se il capo dello Stato approva, l’idea viene poi fatta “rientrare” al direttore come se provenisse dall’Eliseo. È un indicatore politico devastante: significa che il direttore non è più percepito come filtro naturale tra esigenza operativa e decisione politica.
Il profilo mondano e la tentazione del ministero degli Esteri ombra
Émié, diplomatico di carriera, punta moltissimo sulla diplomazia segreta e sulla rete relazionale. Una qualità che inizialmente gli viene riconosciuta, ma che poi si trasforma in capo d’accusa: il direttore che vuole diventare una sorta di ministro degli Esteri di fatto, con un protagonismo che irrita altri pezzi dello Stato. Nel periodo della ministra Catherine Colonna (2022-2024), conosciuta da lui fin dai tempi dell’Eliseo di Jacques Chirac, Émié avrebbe avuto un rapporto duro in privato. Si muove da ex ambasciatore in Libano e Algeria, conoscendo bene i dossier e i personaggi. Un’immagine dell’estate 2022 diventa emblematica: pranzo ufficiale ad Algeri con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, Macron, il capo di Stato Maggiore Thierry Burkhard, il ministro delle Forze Armate Sébastien Lecornu e, al tavolo, anche Émié. Presenza non neutra: un capo servizio che compare in un contesto pubblico di massima visibilità diplomatica e militare.
Il “gioco” con Hezbollah e l’incontro clandestino con Nasrallah
Il capitolo più sensibile è Hezbollah. Émié scommette su canali diretti e clandestini con Hassan Nasrallah, con modalità da romanzo operativo: viaggio bendato, cambi d’auto in un parcheggio, ascensori usati per non riconoscere luogo e piano dell’incontro, e senza il proprio addetto alla sicurezza. L’ultimo incontro viene collocato all’inizio di dicembre 2023, a due mesi dal 7 ottobre: un gesto che alcuni negli ambienti dell’Eliseo e del Quai d’Orsay giudicano “folle”, perché porta il livello di rischio politico e personale a un punto estremo. Questa scelta si collega alla strategia più ampia di Macron: fare di Hezbollah un interlocutore, nonostante il peso storico di traumi come l’attentato del 1983 a Beirut contro l’edificio Drakkar, che uccise 58 soldati francesi, la più grave perdita francese in un’operazione estera.
Il canale rischia di esplodere nel 2024. Attraverso quella linea, Parigi trasmette a Nasrallah un messaggio segreto sulla situazione libanese il 25 settembre 2024. Due giorni dopo, il 27 settembre 2024, Nasrallah viene ucciso da un attacco aereo israeliano. A quel punto, nei ranghi di sicurezza di Hezbollah sopravvissuti si insinua il sospetto che il messaggio francese sia stato una trappola orchestrata con il servizio israeliano. Servono giorni a Parigi per dissipare questi timori: dettaglio che segnala quanto sia sottile la linea tra canale diplomatico e rischio di controspionaggio, soprattutto quando l’interlocutore colpito è un leader di quel livello.
Macron, Beirut 2020 e la scelta di parlare con Hezbollah
La scelta del dialogo non è solo di Émié: è presidenziale. Macron diventa il primo presidente francese, dalla nascita di Hezbollah nel 1982, ad accettare di parlare con un suo esponente. Succede a Beirut il 6 agosto 2020, quarantotto ore dopo le esplosioni del porto: alla Residenza dei Pini, sede dell’ambasciatore, Macron incontra Mohammad Raad, capo del blocco parlamentare di Hezbollah. Fino ad allora, i contatti erano gestiti soprattutto da ambasciatori o servizi. L’idea, nell’interpretazione diplomatica, è che per “chiamare i leader libanesi alle loro responsabilità” dopo la tragedia bisogna parlare con l’attore più influente. Macron incarica quindi Émié di aiutare il Libano a realizzare riforme attese da anni; e qui pesa la biografia: Émié è stato ambasciatore a Beirut dal 2004 al 2007 e conosce il campo.
Nel 2006, quando Hezbollah stringe l’accordo politico con il Movimento Patriottico Libero del generale Aoun, Émié incontra già Nasrallah in circostanze inverosimili, per capire le ragioni di quel patto ritenuto “innaturale”. Quindici anni dopo, lo schema si ripete, ma l’esito cambia: Hezbollah si dimostra riluttante a sbloccare l’impasse, soprattutto sul nodo della presidenza, vacante dopo l’uscita di Michel Aoun nell’ottobre 2022 e risolta solo nel gennaio 2025 con l’elezione di Joseph Aoun.
La scommessa su Frangieh e la rabbia dei tradizionali alleati
Nel mezzo, Parigi compie una scelta che molti in Libano leggono come uno strappo: nella primavera 2023 decide, contro ogni aspettativa, di non porre veto al candidato sostenuto da Hezbollah, Sleiman Frangieh, maronita e amico di Bashar al-Assad. Per molti interlocutori libanesi è un boccone amaro: la Francia viene percepita come baluardo contro le milizie sciite e ora sembra accettare il candidato del loro campo. In questo clima esplode la protesta di Samy Gemayel, leader del partito Kataeb e nipote di Bachir Gemayel: nella sua roccaforte di Bikfaya, a est di Beirut, denuncia una posizione francese “folle”, accusando Parigi di non riconoscere più partner storici e veri amici, mentre lui stesso riceve minacce di morte dal movimento.
La linea viene poi consolidata da Jean-Yves Le Drian, che progressivamente prende in carico il dossier libanese. Nominato inviato personale di Macron nel giugno 2023, difende la strategia apertamente: “Dobbiamo parlare con Hezbollah”, dichiara pubblicamente nell’ottobre 2024. Questa impostazione si innesta su una scelta precedente: nel 2013 Hollande chiede all’Unione Europea di classificare come terrorista solo l’ala armata, non l’intera organizzazione. Distinzione che mantiene detrattori e che viene liquidata, nel racconto, come “fantascienza” da Mike Pompeo nel 2020. Anche tra i diplomatici francesi emerge scetticismo: il canale dimostra “centralità” e fornisce resoconti utili agli americani che non parlano direttamente, ma i risultati concreti vengono giudicati scarsi.
Émié, inoltre, coltiva contatti anche con Teheran: incontri con il ministro dell’Intelligence e con il numero due del Consiglio Supremo di Sicurezza, per tenere un filo con il principale sponsor di Hezbollah.
Ucraina e Bielorussia: l’operazione Alisia e l’imprudenza del volo
Sull’Ucraina, Émié è direttamente coinvolto prima dell’invasione. A metà dicembre 2021 incontra i vertici dei servizi russi: quello interno, quello militare e quello esterno. Al ritorno redige un promemoria classificato che, con cautela diplomatica, non esclude opzioni estreme, compresa l’invasione. Nel marzo 2023 guida poi una missione ristrettissima su un Falcon 900EX partito da Le Bourget verso la Bielorussia: obiettivo, convincere Alexander Lukashenko a non coinvolgersi ulteriormente nella guerra. Nome in codice: Alisia. Il volo è complicato già all’ingresso nello spazio aereo, perché dalla guerra lo spazio bielorusso è quasi chiuso e un aereo da Parigi insospettisce. Il Falcon torna alle 22:20 dello stesso giorno dopo negoziati difficili. A Parigi la missione viene inizialmente letta come successo: una settimana dopo Lukashenko chiede una tregua tra Mosca e Kiev e l’Eliseo accoglie bene l’esito. Ma scatta l’imbarazzo: il volo era tracciabile in tempo reale su siti di monitoraggio, e negli ambienti della sicurezza questa “visibilità” viene percepita come imprudenza.
La costruzione della propria immagine: Davos, documentari e reti
Émié lavora molto sulla proiezione esterna. Partecipa al Forum di Davos nel 2021, 2022 e 2023, cosa insolita per un capo dei servizi. Invita a cena ministri nella sede del servizio e abbina le visite a tour personalizzati. Sostiene e promuove un documentario televisivo sulla formazione degli agenti, trasmesso nel 2024, con l’obiettivo di valorizzare i ruoli e l’immagine dell’apparato. Fa anche da intermediario per i produttori della serie “Le Bureau des légendes”, facilitando contatti che arrivano fino al vertice dell’intelligence statunitense: in particolare un incontro con William Burns, legame reso possibile dal fatto che entrambi erano stati ambasciatori in Giordania negli anni Novanta.
Questa esposizione, però, ha un costo interno. Per i veterani, uno dei doveri del direttore è dire ai politici cose scomode. Qui emerge un episodio rivelatore: informato dal proprio team di un’analisi che contraddice una posizione presidenziale, alla vigilia di un Consiglio di Difesa, il capo esplode: “Non posso dirlo al presidente”. È la frase che, in un servizio di intelligence, suona come una resa: l’analisi non deve compiacere il potere, deve avvertirlo.
Distacco dalla “casa” e lamentele operative
Nel quartier generale, diversi testimoni lo descrivono come distante, quasi estraneo al servizio che guidava. Nelle invettive usava formule come “tu”, “i tuoi metodi”, “i tuoi uomini”, come se non fosse il capo ma un osservatore. Molti funzionari lamentavano che fosse poco coinvolto nelle operazioni e nell’organizzazione quotidiana. Critica considerata anche ingenerosa, perché durante il suo mandato parte la riforma più ambiziosa dalla creazione del servizio nel 1982.
La grande riorganizzazione e la partita sulle risorse umane
La riforma ristruttura l’organizzazione in centri per missione. Il presidente, inizialmente, la guarda con diffidenza: teme una struttura troppo “geografica”, simile al ministero degli Esteri, percepito come stagnante. Émié insiste e prevale, nonostante resistenze interne. Alcuni alti funzionari, con decenni di esperienza, preferiscono lasciare piuttosto che perdere posizioni consolidate; al contrario, molti giovani ambiziosi riconoscono alla riforma il merito di aver aperto spazi e accelerato carriere.
Sul personale, a fine mandato, vengono introdotte misure per riequilibrare carriere e retribuzioni tra uomini e donne e per impedire penalizzazioni legate alla maternità, soprattutto per le candidature a incarichi all’estero, una lamentela ricorrente. Il quadro resta limitato: solo due donne risultano in ruoli di leadership, in intelligence economica e sicurezza. Un’altra donna, per la prima volta, dirige il Centro di Addestramento Specializzato al Paracadutismo collegato al servizio d’azione, a Cercottes vicino a Orléans: dettaglio importante perché tocca uno dei reparti più “tradizionalmente maschili” dell’apparato operativo.
La successione preparata, rimandata, poi decisa
Secondo fonti vicine al presidente, l’uscita di Émié era stata considerata già prima della fine del primo mandato di Macron. Martin Briens, capo di gabinetto della ministra della Difesa Florence Parly ed ex responsabile strategico del servizio, era tra i profili valutati come possibile successore. A Émié viene prospettato un incarico di grande prestigio: un’ambasciata “a scelta”. Ma la campagna del 2022 e poi la guerra in Ucraina gli consentono di prolungare la permanenza. Si parla poi di Washington come possibile destinazione nel 2023, ma anche quel passaggio slitta. Con il tempo, i candidati alternativi si stancano di aspettare: Briens finisce per ottenere Roma nel giugno 2023, e Émié comunica al proprio staff che se ne andrà dopo le Olimpiadi. La svolta arriva dopo l’ultimo colpo di Stato in Niger: nel settembre 2023 Macron decide definitivamente. Tre mesi dopo, Émié viene sostituito da Nicolas Lerner.
Scenari economici e geoeconomici: perché questa vicenda pesa
Dietro la storia personale c’è una posta più larga. Sahel significa uranio, corridoi logistici, gestione delle migrazioni, controllo del rischio jihadista e competizione con attori esterni. Quando il dispositivo di influenza cede, si alzano costi di sicurezza e si riducono margini negoziali su risorse e contratti. AUKUS significa perdita di una commessa industriale e, soprattutto, dimostrazione di vulnerabilità nella protezione degli interessi economici strategici. Turchia e Mediterraneo significano accesso energetico, zone economiche esclusive, stabilità della sponda sud e capacità di proiezione navale. Libano e canale con Hezbollah significano ruolo politico francese nel Levante, credibilità diplomatica e capacità di prevenire escalation che colpirebbero rotte commerciali e sicurezza regionale.
Valutazione strategico-militare
La critica più pesante che emerge dal quadro è lo scollamento tra analisi, operazioni e politica. Quando la direzione garantisce controllo e l’ambiente percepisce perdita di controllo, la legittimità si rompe. Quando il braccio operativo scavalca la catena gerarchica per portare proposte direttamente al presidente, è il segnale che l’apparato non si riconosce più in chi lo guida. E quando un direttore considera impronunciabile un’analisi sgradita al vertice politico, il servizio rischia di trasformarsi da strumento di allerta a strumento di accompagnamento delle decisioni già prese.
Conclusione: autonomia strategica, guerra economica e il limite strutturale francese
La vicenda Émié non è solo una storia di potere interno e di caratteri. È un termometro della pretesa francese di essere potenza autonoma in un mondo che riduce gli spazi d’azione dei Paesi “medi” e punisce gli errori di lettura. L’autonomia strategica, per Parigi, non è uno slogan: è una dottrina che tiene insieme deterrenza, industria della difesa, capacità di proiezione, controllo delle catene di valore e influenza diplomatica. Proprio per questo, quando il servizio esterno appare in ritardo sui colpi di Stato nel Sahel, la sconfitta non è solo operativa: è geopolitica e geoeconomica. Perché il Sahel non è periferia morale, è un nodo di risorse, corridoi logistici, sicurezza regionale e concorrenza fra potenze. Se perdi lì, perdi leve altrove.
Il caso AUKUS è la fotografia più nitida della guerra economica contemporanea. Non è semplicemente un “tradimento” tra alleati: è la dimostrazione che gli interessi industriali e tecnologici si difendono con strumenti ibridi, dove intelligence, diplomazia e pressione commerciale si intrecciano. Per un presidente che aveva chiesto di rafforzare l’intelligence economica, vedersi scavalcato su un contratto miliardario significa scoprire di non avere abbastanza anticorpi nella competizione sulle filiere ad alta tecnologia e sulla cantieristica militare. E quando l’industria della difesa è una colonna della sovranità, ogni colpo industriale diventa un colpo strategico.
Il Mediterraneo e la partita turca raccontano un’altra dimensione della stessa crisi: la difficoltà di tenere insieme antiterrorismo e competizione tra Stati. Se l’approccio “conciliante” mantiene canali utili, ma intanto un attore rivale erode interessi francesi su più teatri, l’Eliseo finisce per chiedere un cambio di postura. Il dettaglio dei canali paralleli attivati a insaputa del direttore è, qui, più che gossip: è un segnale di frattura istituzionale. Quando la catena decisionale viene aggirata, l’autonomia strategica perde coerenza perché lo Stato smette di agire come organismo unico e diventa una somma di linee concorrenti.
Infine, il dossier libanese e il canale con Hezbollah mostrano il lato più rischioso della dottrina francese: l’idea che la centralità si costruisca parlando con tutti, anche con gli attori più controversi, per restare “nel gioco” e ottenere margini negoziali. È una tradizione che può produrre vantaggi tattici, ma può anche diventare una trappola: se i risultati sono scarsi, l’investimento politico si trasforma in esposizione. E in un ambiente di controspionaggio permanente, basta una coincidenza temporale — un messaggio riservato e, due giorni dopo, l’eliminazione del destinatario — per far precipitare la fiducia e alimentare sospetti letali.
In sintesi: la caduta di Émié segnala che, per la Francia, l’autonomia strategica non si decide nei discorsi, ma nell’efficienza della macchina che deve sostenerla. La guerra economica impone servizi capaci di proteggere contratti, tecnologie, reti e reputazione industriale. La competizione geopolitica impone analisi che dicano anche ciò che il potere non vuole sentire. E la guerra ibrida impone una catena di comando che non si rompa sotto pressione. Quando questi tre pilastri si incrinano insieme, il problema non è un direttore: è la fragilità del progetto di potenza.
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