La storia di Haaretz, il quotidiano israeliano che ha osato disturbare il manovratore Netanyahu, sembra uscita da un manuale di istruzioni per governi che vogliono apparire democratici mentre censurano chi li critica. Non con i metodi brutali delle dittature d’altri tempi, ma con la raffinatezza di una mannaia ben affilata: vietare ogni rapporto economico tra enti pubblici e il giornale, togliendo pubblicità e finanziamenti. Il risultato? Un colpo dritto al cuore della libertà di stampa, senza però lasciare tracce troppo visibili.
La proposta, ça va sans dire, arriva dal ministro delle Comunicazioni, Shlomo Karhi, fedelissimo del Likud e cultore della retorica anti-stampa. Lo stesso che un anno fa accusava Haaretz di “falsa propaganda”, quasi fosse colpa loro se in Israele qualcuno ancora legge e pensa. Ora il decreto è servito: chi lavora per il governo non deve nemmeno parlare con Haaretz, figuriamoci comprare un annuncio pubblicitario.
La colpa del quotidiano? Scrivere editoriali che, secondo l’Esecutivo, avrebbero “leso il diritto di difesa” dello Stato ebraico. Tradotto dal politichese: hanno osato criticare Netanyahu e il suo governo. Come se non bastasse, il colpo di grazia è arrivato dalle parole dell’editore, Amos Schocken, che a Londra ha definito “apartheid” le politiche contro i palestinesi e ha osato chiamare “freedom fighters” quelli che Tel Aviv etichetta come terroristi. Apriti cielo. Prima il Ministero degli Esteri ha disdetto gli abbonamenti, poi è iniziata la fuga delle aziende private, e ora la mazzata finale.
Tutto questo, però, guai a chiamarlo censura. Non sia mai. Israele è una democrazia, ripetono in coro i difensori del governo. Una democrazia senza Costituzione, va detto, ma sempre democratica. Solo che, nella pratica, la democrazia diventa un concetto elastico: non puoi chiudere un giornale, ma puoi strangolarlo economicamente. Un’arte che Netanyahu e soci padroneggiano alla perfezione.
Il vero paradosso? Haaretz, con la sua pluralità di posizioni e il coraggio di dire ciò che altre testate non osano, è un esempio di libertà che farebbe comodo persino in certi Paesi occidentali, Italia inclusa. Ma nel nuovo corso di Tel Aviv, chi disturba viene silenziato. Non con la violenza, sia chiaro, ma con l’astuzia di chi sa come piegare le regole senza spezzarle. Alla fine, resta una domanda: se questa è la democrazia che si vuol difendere, cosa rimane di democratico? La risposta, come al solito, ce la daranno i fatti. O forse no, se anche quelli finiranno sotto embargo.
Dammi un titolo in stile Marco travaglio
Be First to Comment