La pandemia di COVID-19, un evento che ha sconvolto il mondo, si è rivelata un’opportunità perfetta per l’industria israeliana della sorveglianza, già leader globale in tecnologie avanzate per il monitoraggio e il controllo. In Israele, un paese da sempre all’avanguardia nello sviluppo di strumenti di sicurezza e spionaggio, il COVID-19 non è stato solo una crisi sanitaria, ma anche un laboratorio per sperimentare e promuovere su scala internazionale soluzioni tecnologiche nate dall’occupazione palestinese.
La tecnologia della sorveglianza al servizio della pandemia
A partire dall’inizio della pandemia, il governo israeliano ha mobilitato ogni risorsa tecnologica disponibile per tracciare i contatti e monitorare i contagi. Il ministro della Difesa Naftali Bennett annunciò già nell’aprile 2020 una partnership con NSO Group, produttore del celebre spyware Pegasus, per affrontare l’emergenza sanitaria. Parallelamente, lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, si trovò in una posizione inedita: l’uso delle sue tecniche di sorveglianza, pensate per controllare i palestinesi, fu esteso all’intera popolazione israeliana.
Lo Shin Bet tracciò i movimenti dei cittadini, utilizzando i metadati dei telefoni cellulari raccolti segretamente da anni e monitorando i social media alla ricerca di segnali di potenziali violazioni delle misure di lockdown. Questa intrusione massiva non mancò di sollevare critiche da parte di attivisti israeliani, i quali evidenziarono l’ironia di uno strumento progettato per opprimere i palestinesi che si rivolgeva ora contro gli stessi cittadini ebrei.
L’industria israeliana della sorveglianza come modello globale
Mentre il COVID-19 si diffondeva, le aziende israeliane leader nella sorveglianza coglievano l’occasione per esportare le loro tecnologie. NSO Group si presentò come una “salvatrice”, offrendo il software di analisi Fleming, capace – a detta dell’azienda – di prevedere focolai, identificare necessità di ventilatori e stabilire quando porre fine ai lockdown. Analogamente, Cellebrite, Rayzone Group e Cobwebs Technologies promuovevano soluzioni di hacking e analisi dati per il tracciamento sanitario.
Questa tecnologia, presentata come essenziale per affrontare la pandemia, trovò terreno fertile in Stati autoritari e democrazie in cerca di soluzioni rapide. Nonostante le dichiarazioni ufficiali che garantivano la tutela della privacy, indagini come quelle di Forensic Architecture dimostrarono che i dati personali raccolti in diversi paesi, tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita, Ruanda e persino Israele stesso, erano identificabili e vulnerabili a usi impropri. La privacy degli individui risultò spesso sacrificata sull’altare dell’efficienza, con il pretesto della sicurezza sanitaria.
Tra le aziende più aggressive nella promozione delle proprie tecnologie ci fu Intellexa, che vendette i suoi strumenti di tracciamento come soluzioni mirate a combattere il COVID-19. Il capo di Intellexa, Zin Dalian, ammise senza troppi scrupoli che affrontare la pandemia era solo il primo passo: i suoi strumenti erano concepiti per un uso ben più ampio, incluse attività di spionaggio e monitoraggio politico.
La pandemia come banco di prova globale
Israele, con decenni di esperienza nell’occupazione militare dei territori palestinesi, era già leader nell’uso di tecnologie di sorveglianza per il controllo della popolazione. Durante la pandemia, molte di queste tecnologie vennero adattate e utilizzate anche all’interno del paese. I palestinesi, già soggetti a un monitoraggio pervasivo, furono costretti a scaricare app che consentivano all’esercito di tracciare i loro movimenti per verificare la validità dei permessi di lavoro.
Il paradosso fu che la stessa logica di controllo venne applicata anche agli ebrei ultraortodossi di Bnei Brak, una comunità povera e isolata. Considerati un potenziale focolaio di contagi, vennero sottoposti a misure di quarantena rigide, monitorati con droni, palloni di osservazione e telecamere termiche. Una risposta che rivelava come l’arsenale tecnologico di Israele, progettato per la gestione dell’occupazione, potesse essere rapidamente trasformato in un sistema di controllo interno.
L’espansione delle esportazioni di sorveglianza
L’esperienza pandemica consolidò il ruolo di Israele come esportatore di tecnologie di sorveglianza. Secondo un rapporto del Ministero della Difesa israeliano, aziende come NSO Group, Elbit Systems e Rafael Advanced Defense avrebbero aumentato le loro esportazioni grazie alla crescente domanda di strumenti per il monitoraggio dei cittadini. Paesi di tutto il mondo, dalle democrazie alle dittature, si dimostrarono interessati a tecnologie che potessero non solo affrontare crisi sanitarie, ma anche consolidare il controllo politico e sociale.
Le implicazioni globali della sorveglianza israeliana
La pandemia di COVID-19 ha dunque accelerato una tendenza già in atto: l’adozione su scala globale di tecnologie di sorveglianza nate in un contesto di occupazione e conflitto. Israele, da anni definito “nazione startup”, ha trasformato le sue esperienze militari in strumenti di soft power economico e diplomatico, presentandosi come leader mondiale nella sicurezza tecnologica.
Tuttavia, dietro l’immagine innovativa promossa dai media internazionali, si celano profonde implicazioni etiche. Le stesse tecnologie che oggi vengono usate per monitorare la salute pubblica o combattere il crimine possono facilmente essere utilizzate per reprimere dissidenti, perseguitare minoranze e consolidare regimi autoritari.
Come dimostrano i casi documentati durante la pandemia, Israele ha saputo capitalizzare sulle sue competenze nel settore della sorveglianza, ma il prezzo di questo successo – per la privacy, i diritti umani e la libertà individuale – rischia di essere pagato da milioni di persone in tutto il mondo. La pandemia è stata, in definitiva, il perfetto banco di prova per un futuro in cui la tecnologia della sorveglianza giocherà un ruolo sempre più centrale nella gestione delle società.
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