Un’alleanza strategica e miliardi in aiuti militari
Gli Stati Uniti sono da sempre il principale sostenitore di Israele, un’alleanza che va ben oltre la semplice cooperazione diplomatica. Ogni anno, Washington fornisce miliardi di dollari in aiuti militari a Israele, consolidandone la superiorità tecnologica e strategica nella regione. Dal 2001, il 52% degli aiuti militari statunitensi è stato destinato a Israele, mentre l’Egitto, secondo maggior destinatario, rimane ben distante. Questi finanziamenti sono pensati per garantire a Israele un «vantaggio militare qualitativo» rispetto ai Paesi vicini, trasformandolo nella potenza militare dominante del Medio Oriente.
Nel 2018, il totale degli aiuti statunitensi a Israele, comprendendo finanziamenti militari, economici e per la difesa missilistica, ha raggiunto i 236 miliardi di dollari, rendendolo il maggiore destinatario di assistenza americana dalla Seconda guerra mondiale. Tuttavia, questa generosità contrasta con le stesse leggi statunitensi, che vietano la fornitura di aiuti a chi viola i diritti umani. In questo senso, è particolarmente significativo il mancato sostegno a un disegno di legge del Congresso volto a garantire che i fondi statunitensi non fossero utilizzati per maltrattamenti di bambini palestinesi, sfollamenti forzati e annessioni illegali.
Il veto americano e il sabotaggio della soluzione a due Stati
Gli Stati Uniti non si sono limitati a sostenere Israele con aiuti economici, ma hanno sistematicamente bloccato ogni tentativo di soluzione diplomatica del conflitto israelo-palestinese. Dal 1976, Washington ha posto il veto a una serie di risoluzioni ONU che chiedevano la creazione di uno Stato palestinese e il ritiro di Israele dai territori occupati nel 1967. Mentre la comunità internazionale, compresi i principali Stati arabi e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), sosteneva la soluzione a due Stati, gli Stati Uniti, spesso isolati, si opponevano.
Questa opposizione si è protratta per decenni, con gli Stati Uniti che hanno continuato a bloccare ogni iniziativa internazionale, scegliendo invece di sostenere l’espansione di Israele nei territori palestinesi. Le risoluzioni approvate dall’Assemblea Generale dell’ONU, come quella del 2020 in cui 163 Paesi votarono a favore della creazione di uno Stato palestinese, hanno visto l’opposizione ferma di Israele, Stati Uniti e pochi altri. Questo atteggiamento ha impedito progressi significativi verso la pace.
Iniziative di pace ignorate e negoziati manipolati
Ogni tentativo di promuovere la pace è stato ostacolato dagli Stati Uniti e rifiutato da Israele. L’Accordo di Ginevra del 2002, che proponeva una dettagliata soluzione a due Stati, non fu nemmeno sostenuto da Washington, consentendo a Israele di respingerlo. Anche l’Iniziativa di Pace Araba, che offriva una pace totale in cambio del ritiro israeliano entro i confini del 1967, fu ignorata da Israele e dagli Stati Uniti.
Ron Pundak, analizzando il percorso diplomatico, ha osservato che spesso il governo americano sembrava lavorare per gli interessi del primo ministro israeliano, mentre Aaron David Miller, consulente per i negoziati arabo-israeliani, ha ammesso il chiaro orientamento filoisraeliano della diplomazia statunitense. Questo ha reso i negoziati un processo squilibrato, dove la prospettiva palestinese non è mai stata realmente considerata.
Da Bush a Trump: continuità e escalation
L’atteggiamento filo-israeliano degli Stati Uniti non si è limitato a una singola amministrazione. George W. Bush pose il veto a risoluzioni ONU che condannavano le violenze nei territori occupati e chiedevano la presenza di osservatori internazionali. Barack Obama, nonostante si dichiarasse contrario all’espansione degli insediamenti israeliani, non prese mai iniziative concrete per condizionare l’assistenza americana al rispetto del diritto internazionale. Obama si vantò di essere il presidente «più filoisraeliano di sempre», un’affermazione confermata dall’aumento degli aiuti militari e dalla protezione offerta a Israele presso le Nazioni Unite.
L’amministrazione Trump portò il sostegno a Israele a un livello ancora più alto. Tra le sue azioni, ci sono il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, il riconoscimento della città come capitale «indivisa» di Israele, il sostegno agli insediamenti e la chiusura degli uffici dell’OLP a Washington. Queste mosse hanno minato definitivamente la possibilità di uno Stato palestinese, rendendo l’occupazione permanente e irreversibile.
La continuità di Biden e il futuro della pace
L’amministrazione Biden non ha introdotto cambiamenti significativi. Pur con un linguaggio più moderato rispetto a Trump, Biden ha accettato di fatto le scelte della precedente amministrazione, rifiutandosi di rilanciare i colloqui di pace o di esercitare pressioni su Israele. La politica americana continua a seguire lo schema tradizionale: fingere di essere un mediatore imparziale, mentre si garantisce il sostegno a Israele.
Conclusione: una responsabilità americana
Le politiche degli Stati Uniti non sono semplicemente una questione di alleanze strategiche, ma una responsabilità diretta nel perpetuare l’occupazione israeliana e il conflitto in Palestina. Il finanziamento e la protezione di Israele presso le istituzioni internazionali hanno reso impossibile ogni tentativo di soluzione diplomatica. La vergogna dell’apartheid in Cisgiordania e la tragedia degli attacchi aerei su Gaza sono il risultato diretto di decenni di complicità americana. Una revisione seria della politica estera statunitense è l’unico passo possibile verso una pace giusta e duratura.
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