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Israele e l’ONU: dalla Fondazione all’Isolamento Sistemico

La nascita dello Stato di Israele: un evento senza precedenti

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astensioni il piano di spartizione della Palestina, allora sotto mandato britannico. Israele è, di fatto, l’unico Stato al mondo la cui esistenza è stata sancita da una risoluzione ONU.

Il piano prevedeva l’assegnazione del 51% del territorio agli ebrei, che rappresentavano circa il 30% della popolazione, e il restante 49% agli arabi palestinesi. Gli arabi rifiutarono il piano, considerando il sionismo un progetto coloniale che ignorava i diritti autoctoni. Gli ebrei, invece, accolsero la spartizione come una legittimazione del loro diritto all’autodeterminazione, ponendo fine a un lungo periodo di persecuzioni.

Questo scontro di visioni portò alla prima guerra arabo-israeliana del 1948, durante la quale Israele, appena proclamato Stato, riuscì a estendere il proprio controllo al 78% della Palestina storica. Questo risultato fu ottenuto anche attraverso l’espulsione forzata di circa 725.000 palestinesi, che divennero rifugiati. L’ONU approvò una risoluzione per il loro rimpatrio, ma questa non venne mai applicata, gettando le basi di una questione irrisolta che persiste ancora oggi.

L’espansione territoriale e il consolidamento del controllo

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 segnò un punto di svolta. Israele occupò militarmente la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est, oltre al Sinai egiziano e alle alture del Golan siriano. Questo diede a Israele il controllo dell’intera Palestina storica e pose le basi per un’occupazione permanente.

L’ONU rispose con la risoluzione 242, che sanciva l’illegalità dell’acquisizione di territori attraverso la guerra e chiedeva il ritiro di Israele dai territori occupati. Tuttavia, questa e molte altre risoluzioni simili non furono mai applicate. Israele, al contrario, consolidò la sua presenza costruendo insediamenti (colonie) nei territori occupati, in aperta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta il trasferimento della popolazione occupante nei territori occupati.

L’occupazione ha introdotto misure come la costruzione di un muro di separazione, check-point che limitano la libertà di movimento e restrizioni su diritti fondamentali come salute, istruzione e proprietà privata. Questi atti sono stati più volte definiti illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia e da numerose risoluzioni ONU.

L’isolamento di Israele: condanne senza conseguenze

Israele è uno degli Stati più frequentemente condannati dall’ONU. Tuttavia, queste condanne rimangono prive di conseguenze concrete. Mentre altri paesi, come il Sudafrica durante l’apartheid, hanno subito sanzioni economiche e politiche, Israele ha evitato qualsiasi misura punitiva significativa grazie al sostegno incondizionato degli Stati Uniti.

Il veto americano al Consiglio di Sicurezza ha bloccato innumerevoli risoluzioni contro Israele. Nel maggio 2004, l’Assemblea Generale approvò con 140 voti favorevoli una risoluzione che dichiarava illegale lo status dei territori palestinesi occupati, ma solo 6 paesi votarono contro: Israele, Stati Uniti, Isole Marshall, Micronesia, Nauru e Palau. Una successiva risoluzione del luglio 2004, che richiedeva lo smantellamento del muro di separazione, fu approvata con 150 voti favorevoli e gli stessi 6 contrari.

Questi dati dimostrano l’isolamento crescente di Israele nella comunità internazionale. L’unico supporto attivo rimane quello americano, spesso sufficiente per impedire sanzioni o pressioni significative.

La reazione del mondo arabo e la questione dei diritti

I paesi arabi e musulmani, così come molti Stati del Sud del mondo, hanno più volte denunciato le politiche israeliane come una violazione sistematica dei diritti umani e del diritto internazionale. Durante l’Assemblea Generale dell’ONU del 2004, ben 72 paesi affrontarono il tema del conflitto israelo-palestinese, accusando Israele di perpetuare un sistema di oppressione contro i palestinesi.

Anche leader moderati, come Hosni Mubarak e Pervez Musharraf, hanno sottolineato come il conflitto rappresenti una delle principali cause di instabilità globale. Il generale pakistano, durante un incontro a Parigi nel 2004, dichiarò che il conflitto israelo-palestinese era la sfida politica più urgente per la comunità internazionale, superando anche altre crisi regionali come quella del Kashmir.

Le implicazioni per la comunità internazionale

La questione israelo-palestinese non è solo un conflitto regionale, ma una crisi che mette in discussione la credibilità delle istituzioni internazionali. L’impunità sistematica di Israele mina il principio di equità e giustizia su cui si basa l’ONU, alimentando risentimenti e instabilità.

Israele, da parte sua, interpreta le condanne ONU come un segnale di pregiudizio nei suoi confronti, ignorando il fatto che nessun altro Stato ha potuto violare così tante risoluzioni senza subire conseguenze. Questo atteggiamento, sostenuto dagli Stati Uniti, contribuisce a perpetuare il conflitto e a ostacolare qualsiasi prospettiva di pace.

Conclusione

Israele si trova a un bivio. Da un lato, il sostegno americano gli consente di mantenere lo status quo; dall’altro, l’isolamento internazionale e la crescente pressione sul rispetto dei diritti umani rischiano di compromettere ulteriormente la sua posizione.

Per superare questo stallo, è necessaria una soluzione basata sul rispetto del diritto internazionale e sul riconoscimento reciproco. Solo un cambiamento significativo nell’approccio di Israele e della comunità internazionale potrà evitare che questo conflitto si trasformi in una ferita permanente per l’ordine globale.

Tag: Israele, ONU, Palestina, risoluzione 242, colonie, diritto internazionale, veto americano, rifugiati palestinesi, Gerusalemme Est, Guerra dei Sei Giorni, apartheid, muro di separazione, conflitto israelo-palestinese, Stati Uniti

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