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Il vizio di dimenticare: quando la memoria si piega al potere

C’è un vizio antico nel nostro Paese, così radicato da sembrare connaturato al nostro essere italiani: dimenticare. Dimenticare fatti, sentenze, scandali e connivenze. Non è un’amnesia collettiva spontanea, sia chiaro, ma una rimozione accurata, chirurgica, spesso guidata da un sistema mediatico compiacente, che preferisce velare anziché illuminare. Un processo che ha trasformato il passato recente in un territorio nebbioso, dove i protagonisti della scena politica italiana, anche quelli più discutibili, vengono ricordati con indulgenza o, peggio, esaltati come figure istituzionali impeccabili.

Un caso emblematico è quello di Giulio Andreotti. Sì, proprio lui, l’uomo che per decenni ha incarnato il potere nella sua forma più pura e impenetrabile. Un uomo che è stato per molti il simbolo della Democrazia Cristiana, ma anche il protagonista di relazioni tanto oscure quanto determinanti. La sentenza della Corte di Cassazione del 15 ottobre 2004, che ha confermato la decisione della Corte d’Appello, è chiarissima: Andreotti, fino alla primavera del 1980, ha intrattenuto rapporti diretti e penalmente rilevanti con i vertici di Cosa Nostra, rafforzando un’associazione criminosa che aveva già avvolto il Paese nelle sue spire.

Eppure, chi lo ricorda oggi? Chi, nei talk show o nei dibattiti politici, menziona le “amichevoli relazioni” tra Andreotti e uomini come Stefano Bontate o Gaetano Badalamenti? Quasi nessuno. Forse perché fa comodo non farlo. Fa comodo dimenticare che quelle relazioni erano così strette da generare rancori persino tra i corleonesi, esclusi da quel dialogo perverso che aveva trasformato un uomo politico in un alleato prezioso per una fazione di Cosa Nostra.

Dimenticare conviene anche perché il peso di quei fatti è troppo ingombrante. La mafia, che in quegli anni si divideva tra “moderati” e corleonesi, trovò nella politica un interlocutore privilegiato. Andreotti, uomo al vertice del governo per tre anni consecutivi (1976-1979), era l’ingranaggio perfetto per un sistema che faceva della connivenza il suo punto di forza. La Corte suprema ha stabilito che Andreotti non solo conosceva, ma coltivava attivamente quei rapporti, arrivando persino a omettere la denuncia di crimini gravissimi, come l’omicidio Mattarella, di cui era a conoscenza.

Eppure, nella narrazione pubblica, Andreotti viene spesso ricordato come un grande statista, un politico arguto, quasi un’icona da rimpiangere. Certo, lo statista c’era. Ma c’era anche l’uomo che, in una riunione ad Altarello di Baida, si sentì dire da Bontate che “in Sicilia comandava la mafia”. Quell’episodio, che avrebbe dovuto segnare un punto di rottura, alimentò invece una guerra di mafia tra i “moderati” e i corleonesi, culminata nello sterminio del gruppo Bontate-Inzerillo. La storia, però, ha preferito soffermarsi su altro, lasciando che il ruolo di Andreotti in quella vicenda sprofondasse nel silenzio.

Questo silenzio, tuttavia, è assordante. È il silenzio di una società che non vuole fare i conti con la propria storia, che preferisce ricordare solo ciò che è comodo e dimenticare ciò che è scomodo. Ed è proprio qui che il giornalismo ha fallito. I talk show, i telegiornali, le testate principali: tutti impegnati a scolpire narrazioni accomodanti, a celebrare figure controverse senza mai scavare troppo a fondo. Anche l’opinione pubblica, sempre più anestetizzata, accetta passivamente questa rimozione, trasformando il passato in un mosaico frammentario dove pezzi cruciali vengono intenzionalmente lasciati fuori.

Ma ricordare è un dovere. Non solo per fare giustizia storica, ma anche per comprendere come il potere, quando intrecciato con il crimine, possa corrompere la democrazia fino al midollo. Rinfrescare la memoria su Andreotti significa rinfrescare la memoria su un intero sistema, su un’intera epoca. Significa guardare in faccia il passato per evitare di ripetere gli stessi errori. Perché, come ci insegna la storia, dimenticare è il primo passo verso il disastro. E noi italiani, di disastri, ne abbiamo già visti abbastanza.

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