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Il Sistema del Potere: Come le Élite Dominano la Politica Estera degli Stati Uniti nella interpretazione di Noam Chomsky

Chi stabilisce la politica estera e a quali interessi risponde?

La politica estera di uno Stato è spesso il riflesso delle dinamiche di potere interne. Negli Stati Uniti, le decisioni politiche sono saldamente nelle mani di gruppi d’élite economici e politici. Hans Morgenthau, uno dei principali teorici delle relazioni internazionali, osservava che “le concentrazioni di potere privato che governano gli Stati Uniti dalla Guerra Civile hanno resistito a ogni tentativo di controllo”. Questi gruppi decidono le linee guida della politica estera ignorando o manipolando l’opinione pubblica.

Il popolo americano ha un ruolo marginale nel processo decisionale. Ad esempio, una maggioranza significativa degli americani sostiene la neutralità degli Stati Uniti nel conflitto israelo-palestinese, ma il governo continua a offrire un sostegno incondizionato a Israele. Le politiche estere statunitensi, quindi, non riflettono i desideri della maggioranza ma gli interessi di pochi privilegiati.

Il divario tra opinione pubblica e politica governativa

Gli esempi di discrepanza tra ciò che il popolo desidera e ciò che il governo attua abbondano:

• Nicaragua (1984): il 67% degli americani si oppose alla decisione di Ronald Reagan di minare i porti del Nicaragua, ma l’amministrazione portò avanti la politica.

• Protocollo di Kyoto (2001): l’88% degli americani che conoscevano il riscaldamento globale sosteneva l’accordo, ma l’amministrazione Bush lo respinse.

• Embargo su Cuba: due terzi degli americani sono contrari, ma l’embargo rimane in vigore.

• Israele-Hamas (2023): la maggioranza degli americani voleva un cessate il fuoco permanente, ma il presidente e il Congresso si rifiutarono di promuoverlo.

La storia dimostra che l’opinione pubblica viene ignorata, e le politiche vengono attuate a dispetto delle preferenze popolari. Anche quando il popolo è contrario, come nel caso dello spionaggio governativo sulle comunicazioni, queste pratiche continuano a essere legali e consuete.

Quando il pubblico non sa, non può opporsi

Spesso, le scelte di politica estera non vengono rese note al pubblico. Esempi emblematici includono:

• Bombardamenti segreti: il popolo americano era ignaro dei bombardamenti su Cambogia e Laos durante la guerra del Vietnam.

• Devastazione di Timor Est: il sostegno degli Stati Uniti all’Indonesia non è mai stato apertamente discusso.

• Attacchi con droni: gli omicidi mirati vengono raramente dibattuti pubblicamente.

Come osserva l’economista Jeffrey Sachs: “Alla gente non si chiede né si dice nulla: la si ignora”. La segretezza consente ai governi di agire senza opposizione, spesso giustificando le loro azioni con il pretesto della “sicurezza nazionale”.

Manipolazione e menzogne: un sistema consolidato

La manipolazione dell’opinione pubblica è una pratica consolidata. John Mearsheimer afferma che i leader nelle democrazie mentono più frequentemente rispetto a quelli delle autocrazie, perché devono manipolare il popolo per evitare di essere rimossi.

Un esempio chiave è Robert McNamara durante la guerra in Vietnam. Mentre confessava privatamente ai suoi collaboratori che la situazione stava peggiorando, dichiarava pubblicamente “progressi significativi”. Questo modello di menzogna deliberata si ripete in numerosi contesti, alimentando una distanza crescente tra cittadini e governo.

La politica estera nelle mani delle élite economiche

Uno studio pubblicato sull’American Political Science Review evidenzia che la politica estera statunitense è influenzata quasi esclusivamente da grandi uomini d’affari, banche e studi legali che rappresentano interessi aziendali. L’opinione pubblica, invece, ha un impatto quasi nullo.

La dipendenza dei partiti politici dai finanziamenti privati consolida ulteriormente questo controllo. Secondo Thomas Ferguson, quando le élite concordano su un tema, i partiti evitano di discuterne, ignorando le richieste dei cittadini. La concentrazione di ricchezza alimenta quindi un ciclo vizioso di concentrazione di potere.

Media e propaganda: il consenso fabbricato

Walter Lippmann descriveva il processo come “produzione del consenso”, in cui una ristretta élite di “uomini di qualità superiore” decide per tutti, relegando il pubblico al ruolo di “gregge disorientato”. Questo approccio giustifica il controllo dell’informazione e la manipolazione sistematica delle masse.

Edward Bernays, pioniere delle pubbliche relazioni, sosteneva che “la manipolazione consapevole delle masse è un elemento fondamentale di una società democratica”. Questo sistema, che Bernays chiamava “ingegneria del consenso”, permette alle élite di guidare le opinioni pubbliche verso obiettivi predefiniti.

La militarizzazione della politica statunitense

La spesa militare degli Stati Uniti supera quella di Cina, Russia, India e altre grandi potenze messe insieme. Questo budget enorme, giustificato come necessario per la “sicurezza nazionale”, sottrae risorse vitali a istruzione, sanità e infrastrutture.

Nel 1953, Dwight Eisenhower definì la spesa militare “un furto alla società”, sottolineando che ogni dollaro speso per le armi è un dollaro sottratto ai bisogni del popolo. Tuttavia, il bilancio della difesa continua a crescere, alimentando il complesso militare-industriale e arricchendo le grandi aziende.

La crisi della democrazia e il dominio delle imprese

La Commissione Trilaterale, in un rapporto del 1975, descriveva l’espansione della partecipazione democratica come una minaccia alla stabilità del sistema. Samuel Huntington lamentava che gruppi storicamente emarginati, come i “negri”, stessero facendo richieste eccessive, e proponeva di limitare l’espansione della democrazia per garantire il funzionamento del sistema politico.

Questo atteggiamento riflette una visione comune tra le élite, che vedono la partecipazione popolare come una minaccia al proprio controllo. La democrazia, per queste élite, funziona meglio quando il popolo è apatico e disimpegnato.

Conclusioni: verso una democrazia reale

La politica estera statunitense riflette gli interessi delle élite economiche e politiche, mentre l’opinione pubblica viene ignorata o manipolata. Una democrazia autentica richiederebbe una maggiore partecipazione dei cittadini nel processo decisionale, non solo come spettatori ma come attori protagonisti.

Se i cittadini avessero un reale potere decisionale, le politiche estere e interne degli Stati Uniti sarebbero radicalmente diverse, orientate verso la pace, la giustizia sociale e il benessere collettivo, piuttosto che verso l’arricchimento di pochi privilegiati.

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