Press "Enter" to skip to content

Il sangue e il silenzio: l’attentato Leighton e l’anatomia del terrore transnazionale tra Cile, Italia e Stati Uniti

Il sangue e il silenzio: l’attentato Leighton e l’anatomia del terrore transnazionale tra Cile, Italia e Stati Uniti

Roma, 6 ottobre 1975. Una sera apparentemente come tante nella capitale italiana. Le ombre si allungano sui marciapiedi di via Aurelia, tra i muri del Vaticano e gli ingressi degli anonimi palazzi residenziali. Ma a pochi passi dalla Città del Vaticano, in quel quartiere di Cavalleggeri che nulla ha di scenografico, si compie uno dei crimini politici più gravi, cinici e misconosciuti della Guerra Fredda: l’attentato contro Bernardo Leighton e sua moglie Anita Fresno, sopravvissuti per miracolo a un’esecuzione che portava la firma della DINA cilena e il marchio complice dei neofascisti italiani.

Per comprendere le radici profonde di quel delitto bisogna risalire indietro nel tempo, a quell’11 settembre 1973 in cui il generale Augusto Pinochet guidò il colpo di Stato militare contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. Lungi dall’essere un episodio isolato, quel golpe sanciva l’inizio di una lunga notte repressiva per il popolo cileno e, contemporaneamente, l’inaugurazione operativa di una rete clandestina continentale di eliminazione degli oppositori: l’Operazione Condor. Uno schema repressivo transnazionale, attivato formalmente nel 1975, in cui intelligence militari di Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Paraguay e Bolivia si coordinavano per identificare, rapire, torturare o eliminare sistematicamente dissidenti, esiliati politici, giornalisti, ex funzionari, religiosi, persino studenti. Un piano continentale che si muoveva nel cono d’ombra della Guerra Fredda, con l’appoggio implicito (e talvolta esplicito) degli apparati occidentali più retrivi.

L’anomalia Leighton: un democristiano troppo democratico

In questa geografia del terrore, Bernardo Leighton rappresentava un’anomalia pericolosa. Nato nel 1909 a Nacimiento, cattolico, moderato, giurista, era stato più volte ministro e vicepresidente del Cile. Figura fondatrice della Democrazia Cristiana cilena, non era certo un uomo di sinistra, ma incarnava quella coerenza democratica che, in tempi torbidi, diventa un’anomalia inaccettabile. Quando Pinochet prese il potere, la DC si spaccò. Una parte, guidata da Frei e Aylwin, decise di collaborare, nella speranza – più illusoria che sincera – che la giunta militare fosse una fase transitoria verso una “democrazia autoritaria”. Leighton no. Fin dal giorno dopo il golpe, fu tra i pochi a denunciare pubblicamente l’illegittimità del regime, firmando la celebre “Declaración de los 13” con cui accusava la giunta di colpo di Stato e ne presagiva le derive totalitarie.

Fu una scelta coraggiosa e suicida. Isolato politicamente, minacciato, decise l’esilio. Insieme alla moglie Anita si stabilì a Roma, dove si immerse in una fitta rete di relazioni con gli esiliati cileni, gli ambienti progressisti europei, i partiti democratici cristiani più coerenti, i socialisti e persino i comunisti. In Italia appoggiava il compromesso storico tra DC e PCI, sostenuto da Berlinguer e Moro, e criticava duramente i tentativi di dividere gli esiliati cileni all’estero. Era diventato un punto di riferimento scomodo, capace di unire mondi apparentemente inconciliabili in nome della democrazia. Troppo per la DINA, troppo per Pinochet. E troppo anche per gli Stati Uniti di Henry Kissinger, che già nel 1970 avevano dichiarato che “non si poteva permettere a un Paese di diventare comunista per l’irresponsabilità del proprio popolo”.

La genesi dell’agguato: Roma, nodo dell’eversione globale

Nel giugno 1975, dopo le elezioni regionali italiane che avevano visto un forte avanzamento del PCI, la DINA – allarmata dalla possibilità che il “modello italiano” di dialogo tra cattolici e comunisti potesse contagiare anche l’opposizione cilena in esilio – decise di colpire. Il nome di Leighton fu inserito nella lista nera. L’ordine era chiaro: neutralizzarlo.

La missione fu affidata a Michael Townley, agente della DINA di origini statunitensi, specializzato in operazioni clandestine in Occidente. Lo affiancavano la moglie Mariana Callejas e il cubano Virgilio Paz. Dopo un primo tentativo fallito – con appostamenti notati e passaporti irregolari – la DINA decise di affidarsi a manovalanza europea. Il contatto fu Stefano Delle Chiaie, figura chiave dell’estrema destra italiana, già fondatore di Avanguardia Nazionale, legato alla P2, ai servizi deviati, alle operazioni nere che avevano insanguinato l’Italia. Concutelli, altro nome noto del terrorismo neofascista, fu incaricato dell’esecuzione materiale.

Roma offriva l’ambiente perfetto: capitale attraversata da ambiguità istituzionali, rifugio di neofascisti protetti, città in cui i servizi segreti italiani, più preoccupati dalla sinistra che dalla sovversione nera, si voltavano regolarmente dall’altra parte. Nell’appartamento di via Aristide Sartorio 51, già rifugio di militanti fascisti, si preparò l’attentato. L’idea era semplice e brutale: eliminare Leighton e sua moglie, poi far ricadere la colpa su sedicenti gruppi marxisti, così da seminare ulteriore confusione.

Il 6 ottobre 1975: due colpi alla nuca e un silenzio assordante

La sera dell’attentato, i Leighton tornavano dalla spesa. Scendevano dall’autobus e si avviavano verso casa. Una figura li seguiva. Due colpi di pistola alle spalle. Leighton cadeva, immobile. Anita si chinava su di lui: un altro colpo la colpiva. Il killer, Concutelli, spariva in una macchina posteggiata all’angolo. Sembrava fatta. E invece, un errore balistico – le pallottole da 9 mm corto troppo potenti per un’esecuzione a bruciapelo – fece sì che entrambi sopravvivessero, seppur menomati per sempre.

L’indomani, Townley partiva per Londra. I complici italiani volavano in Cile a incassare il premio. I servizi italiani? Silenziosi. La stampa? In parte indignata, ma subito distratta. Il SID comunicava all’ambasciata cilena che la DINA non c’entrava nulla. Si fabbricarono piste false: estremisti cileni di sinistra, dissapori tra esuli, vendette ideologiche. Depistaggi su depistaggi. Come già era accaduto per piazza Fontana, l’obiettivo era chiaro: proteggere i neofascisti, salvare i patti tra intelligence europee e sudamericane, tutelare i rapporti con Washington.

La rete della P2: tra impunità e collusione

La protezione fu capillare. Giulio Grassini (SISDE), Giuseppe Santovito (SISMI), Pietro Musumeci, Walter Pelosi: tutti iscritti alla Loggia P2. Tutti impegnati, direttamente o indirettamente, a sabotare le indagini. Grassini ammetterà, anni dopo, alla Commissione parlamentare, che fu proprio Licio Gelli a metterlo in contatto con i servizi segreti argentini e, tramite loro, con quelli cileni. La collaborazione fu continua, sistemica, mirata alla caccia degli esuli politici in Europa.

Quando nel 1978 Townley, sotto protezione dell’FBI, iniziò a parlare, gli Stati Uniti scelsero di non condividere le informazioni. Non volevano “rilanciare il caso Leighton”. Non volevano incrinare l’alleanza con il regime di Pinochet. Non volevano che emergesse la verità: che un uomo e una donna erano stati assassinati in piena Europa su ordine di una dittatura amica, con la complicità di terroristi protetti dallo Stato italiano.

La giustizia negata, la memoria mutilata

I processi in Italia furono una farsa. Delle Chiaie e Concutelli furono assolti. Le prove, dicono le sentenze, non erano sufficienti. Le confessioni dei collaboratori, benché coerenti, furono considerate non decisive. Il procuratore d’appello addirittura chiese la conferma dell’assoluzione, sconfessando la stessa accusa. Solo nel 1992, grazie alla rogatoria internazionale del giudice Giovanni Salvi, Townley testimoniò formalmente che l’attentato era stato ordinato da Pinochet, eseguito da Concutelli, organizzato da Delle Chiaie. Ma era troppo tardi. Gli esecutori, già assolti, non potevano più essere processati.

Leighton e Anita vissero altri anni nel dolore e nella disabilità. Lui con il cervello devastato. Lei, paraplegica. Mai più vita pubblica. Mai più politica. Ma anche nessun odio, nessuna richiesta di risarcimento. Solo un messaggio, letto in ospedale, rivolto a tutti coloro che li avevano sostenuti: una testimonianza di dignità, di speranza, di fede.

Epilogo: la storia contro la sentenza

Come spesso accade, la verità storica diverge dalla verità giudiziaria. Le ricerche degli studiosi americani, cileni, italiani non lasciano dubbi: Delle Chiaie e Concutelli eseguirono un ordine politico, protetti da apparati deviati. Ma anche oggi, decenni dopo, quella vicenda resta ai margini della memoria pubblica italiana. Eppure, fu un atto gravissimo: uno Stato straniero, alleato, ordinò e realizzò un omicidio politico a Roma. Nessuno pagò. E l’impunità, allora come oggi, è la prima forma di complicità.

Leighton non fu un eroe solo cileno. Fu un simbolo universale di democrazia, nel tempo in cui la democrazia veniva assassinata in nome della stabilità. E la sua storia – insieme a quella di Anita – è una ferita aperta nella coscienza europea. Non solo per ciò che accadde. Ma, soprattutto, per ciò che non accadde dopo.

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

    Mission News Theme by Compete Themes.
    mappamundi

    Privacy

    Privacy Policy di OPIG

    Per maggiori dettagli sui dati raccolti e sui cookie visualizzare le diverse informative presenti sul sito.