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Il realista senza illusioni

C’è un Jabotinsky “maturo” che smette di credere alle scorciatoie morali e guarda la politica per quella che è: una costruzione, spesso, nata da una frattura e consolidata attraverso la forza. Non lo dice con gusto della brutalità, ma con la freddezza di chi non confonde i desideri con i fatti. Già nel luglio 1906, quando scrive di non credere “nell’amore tra le nazioni”, mette un chiodo in una porta che molti, nel sionismo del suo tempo, avrebbero preferito lasciare socchiusa: l’idea che un accordo spontaneo tra comunità in competizione per una stessa terra sia, di norma, un miraggio.

Il contesto è quello del Mandato britannico in Palestina, concepito nel 1920, formalizzato nel 1922, entrato in vigore nel 1923. In quel quadro Jabotinsky rivendica due cose insieme: non essere “nemico” degli arabi e rispettare le loro posizioni; ma anche considerare irrealistico pensare a un’intesa ottenuta senza passare per un rapporto di forza che renda la nuova realtà inevitabile. È qui che la sua lucidità diventa disillusione: gli Stati, per lui, non nascono da un patto idilliaco, ma da una “violenza fondatrice” che può essere brutale o disciplinata, ma resta irruzione della forza nell’ordine.

Questa intuizione lo avvicina, per affinità concettuale, a una genealogia intellettuale ampia. Le idee sul conflitto come matrice del politico circolavano già allora: da Karl Marx a Ludwig Gumplowicz, con la sua tesi dello Stato generato dallo scontro tra gruppi diversi, fino a Herbert Spencer e alle letture storiche che in Hegel attribuiscono alla guerra un ruolo nella formazione del potere. A valle, Jabotinsky si ritrova facilmente a dialogare con un’idea moderna: il monopolio della violenza legittima di Max Weber. Se il potere è dominio dell’uomo sull’uomo, la forza resta l’ultima ratio. Il punto è che in Palestina, in quel momento, la traiettoria sembra già indirizzata verso un conflitto pubblico, non una lite privata: qualcosa che, anni dopo, Carl Schmitt avrebbe descritto come criterio specifico del “politico”, la distinzione amico-nemico. Il nemico non è un avversario morale: è chi minaccia l’esistenza di un gruppo come unità politica. Jabotinsky lo capisce prima di molti e, proprio per questo, viene accusato di durezza, di scarsa diplomazia, di intolleranza verso l’attendismo.

Pessimismo antropologico e mito nazionale

Dietro quel realismo c’è un pessimismo sull’uomo: la storia come competizione, non come armonia. La sua immaginazione politica assorbe filosofie dell’azione che, portate all’estremo, possono scivolare in un darwinismo sociale: Nietzsche e Sorel, per intendersi. Ma la funzione, nel suo sionismo revisionista, è chiara: costruire un mito mobilitante. Non un mito religioso, bensì politico: lo Stato nazionale futuro come promessa di rigenerazione.

Il bersaglio è l’immagine dell’ebreo “inermi” in un mondo di lupi. La terapia, per Jabotinsky, è la trasformazione: un popolo “vigoroso”, energico, dotato di un esercito come elemento rigeneratore e di una nazione capace di stare nella storia. È una promessa che parla anche a oggi: ogni identità sotto pressione tende a cercare sicurezza nella forma-Stato e nella forza organizzata, e quasi sempre paga un prezzo, perché la forza protegge ma irrigidisce, unisce ma semplifica.

Il laboratorio delle minoranze: Russia e Ucraina

La durezza di Jabotinsky non nasce in Palestina. Nasce prima, nell’impero multinazionale e nel problema delle minoranze. Nel 1911 ingaggia sui giornali una discussione con Pëtr Struve, ex marxista divenuto liberale e dirigente dei “cadetti” (Partito democratico costituzionale). Struve immagina una Russia “alla statunitense”: popolazioni diverse integrate in una sola nazione, dunque non un impero multinazionale ma uno Stato nazionale composto da etnie differenti. Per lui, la chiave è l’unità della cultura russa. Ne consegue una negazione pesante: non riconosce una nazione ucraina autonoma né il diritto all’autodeterminazione; arriva a negare una cultura ucraina distinta.

Jabotinsky reagisce da nazionalista delle minoranze. Difende la lingua, la cultura, perfino la “difficile traduzione” dei poemi di Taras Ševčenko. Polemizza sulla bellezza di Dumy moi, dumy moi… e scrive nel 1911 un saggio sul Giubileo di Ševčenko che diventa una difesa generale del nazionalismo ucraino contro i “Grandi russi”, che liquidano l’ucraino come dialetto provinciale imbastardito. Jabotinsky celebra vitalità e autenticità di un nazionalismo che rigetta gli elementi stranieri. E compie un passaggio che oggi suona urticante ma rivela la sua logica: ama Ševčenko anche perché la sua poesia è intollerante verso altre culture; quella xenofobia, per Jabotinsky, è prova di radicamento, non un vizio da correggere. È realismo identitario: la cultura, quando si sente minacciata, tende a irrigidirsi.

Da qui la proposta implicita: ebrei e ucraini possono allearsi perché vivono condizioni simili, discriminazioni in Russia e nell’Impero austro-ungarico, e perché condividono nemici: il movimento monarchico e antisemita dei Centoneri e gli egemonisti polacchi nelle aree polacche sotto Russia e Austria. La democratizzazione dell’Impero zarista appare, in questa prospettiva, non un fine morale ma un mezzo per la liberazione nazionale.

La Galizia come specchio sporco

Nel 1906, in un articolo intitolato Non multum, sed multa, Jabotinsky fotografa la Galizia polacco-russa, dove gli ebrei finiscono in un ruolo ambivalente: “ausiliari” nell’oppressione economica e nazionale degli ucraini. La sua tesi è cruda: nelle lotte tra nazionalità con base territoriale, agli ebrei viene spesso assegnato il ruolo di strumento per il profitto di altri. La parte più forte costringe gli ebrei locali a schierarsi con essa nella sottomissione dell’altra nazionalità. In Galizia, la parte più forte sono i polacchi, che “utilizzano” gli ebrei galiziani, oppressi e ignoranti, per comprimere gli ucraini.

È un punto chiave per capire il suo futuro: le minoranze possono essere trasformate in leve di dominio. E quando succede, l’odio si attacca a chi fa da ingranaggio, anche se l’ingranaggio è esso stesso vulnerabile. È un meccanismo che ritorna nel presente, ogni volta che una potenza, un’élite o un apparato usa una comunità come cuscinetto o intermediario: alla fine, la violenza della frattura si scarica su chi sta in mezzo.

“Razza”, nazionalismo, contesto

Nel pensiero jabotinskiano convivono due nazionalismi: uno deterministico, punteggiato dal linguaggio della “razza”; l’altro volontaristico, più vicino al nazionalismo risorgimentale. Per capire il primo, bisogna ricordare l’epoca. “Razza” e “colore” sono categorie comuni nei censimenti di paesi come Stati Uniti e Brasile; nel 1911 a Londra si tiene il primo Universal Races Congress, promosso anche da ambienti progressisti; tra i relatori c’è Israel Zangwill con un intervento intitolato La razza ebraica. Persino etnologi oggi insospettabili, come Marcel Mauss, usano il concetto senza reticenze. E nella letteratura politica del XIX secolo il lessico è onnipresente: Benjamin Disraeli in Coningsby fa dire che “la razza è tutto”; Giuseppe Mazzini parla della “forte razza piemontese” di Cavour. Non è un’assoluzione, è una cornice: Jabotinsky parla il vocabolario del suo tempo mentre costruisce la propria teoria della nazione.

L’Italia, Mussolini e la carta mediterranea

Il rapporto con l’Italia fascista è spesso letto in modo sbrigativo. Qui emerge invece come un incrocio di strategie. La lettera a Mussolini è del 16 luglio 1922. L’interesse di Jabotinsky non è un’adesione ideologica totale, ma una convergenza di intenti, più una vocazione “mediterranea” del revisionismo. Il regime, a un certo punto, valuta l’uso dei revisionisti in funzione anti-inglese in Palestina: l’Italia vuole inserirsi nel Levante, garantirsi un punto d’appoggio mediorientale.

I contatti producono fatti concreti: alcuni militanti del Betar partecipano alla scuola marittima di Civitavecchia; con fondi revisionisti viene acquistato un veliero chiamato Sara I. Ma l’ultima edizione del corso a Civitavecchia si chiude nel 1938: le leggi razziali e la politica fascista spezzano i rapporti. La lezione è cinica: per Mussolini il nazionalismo ebraico revisionista vale come pedina negoziale, utile finché serve in un gioco più ampio nel mondo arabo. Quando cambia la convenienza, finisce l’affinità.

Gli ultimi soggiorni di Jabotinsky in Italia risalgono all’estate 1922 e all’autunno 1935: due date che dicono anche quanto fosse contingente quel canale.

Il “Piano di evacuazione”: profezia senza sponsor

Nel 1936 Jabotinsky elabora un “Piano di evacuazione” ambizioso: trasferire gradualmente circa un milione e mezzo di ebrei dell’Europa orientale, soprattutto da Polonia, Ungheria e Romania, verso la Palestina. È l’idea della migrazione organizzata come salvezza, fondata sulla convinzione che l’antisemitismo in quei paesi avrebbe reso presto impossibile la vita delle comunità ebraiche. Ma il piano non trova appoggi: né governi europei né autorità britanniche in Palestina lo sostengono. Resta un progetto teorico, e proprio questo fallimento accentua il suo pessimismo “hobbesiano”: se nessuno ti apre la porta, devi costruirti un muro e una forza.

È qui che la promessa al lettore diventa attuale: quante crisi contemporanee, dai rifugiati alle minoranze, finiscono nello stesso imbuto? Tutti vedono il rischio, pochi pagano il costo della soluzione.

Autodifesa e militarizzazione: dai pogrom alla Legione

Il suo militarismo ha un’origine concreta: i pogrom. A Kišinëv, tra il 6 e l’8 aprile 1903, la violenza antisemita, tollerata se non favorita dalla polizia zarista, produce 49 morti e 500 feriti. È uno shock collettivo che cambia la mentalità e rafforza la coscienza nazionale. Da lì l’idea dei corpi volontari di autodifesa.

Dopo un viaggio in Palestina nel 1908, Jabotinsky conclude che nessuno “regalerà” quella terra agli ebrei. Critica i socialisti che pensano di acquisire la Palestina gradualmente comprando terreni: per lui, la guerra con gli arabi è inevitabile e serve l’appoggio di una grande potenza.

Nel frattempo, il Congresso sionista lo manda in Turchia: deve curare tre giornali sionisti, uno in francese, uno in ebraico, uno in ladino; decide anche di aiutare “Le Jeune Turc”, finanziato dall’esecutivo sionista. La sua fama cresce: parla russo, italiano, yiddish, polacco, tedesco, ebraico, francese, inglese. Vladimir Dmitrievich Nabokov, padre dello scrittore di Lolita, lo definisce il miglior oratore della Russia.

Con la Prima guerra mondiale Jabotinsky intravede una finestra: la dissoluzione dell’Impero ottomano può favorire il progetto sionista. Propone persino al governo turco un’immigrazione di massa di ebrei sefarditi in Eretz Israel per creare sostegno ebraico a Costantinopoli e mitigare l’ostilità araba. Ma la sua scommessa vera è militare: vuole un corpo di volontari ebrei sotto bandiera britannica o francese sul fronte palestinese.

In Egitto, nel campo profughi di Gabari finanziato dagli inglesi, incontra Iosif Trumpeldor, ex ufficiale russo mutilato a Port Arthur e sostenitore della Legione. Il generale britannico John Grenfell Maxwell è favorevole a un corpo di mulattieri sionisti. Jabotinsky lo considera degradante: non vuole che il primo esercito ebraico della diaspora sia un reparto logistico. Si sfila e insiste per una vera legione.

La svolta arriva nel 1917: con David Lloyd George il governo britannico diventa più favorevole al sionismo e prepara la conquista della Palestina. Il 27 luglio 1917 annuncia la formazione di un reggimento ebraico, anche con uomini provenienti dai mulattieri. Jabotinsky diventa luogotenente. Più tardi rivendica il valore storico della Legione: tre battaglioni, “né molto né poco”, ma abbastanza da far sì che la liberazione della Palestina avvenga “con noi”, e che i Royal Fusiliers possano iscrivere “Palestina” nelle loro bandiere.

Dopo il 1919 la Legione ottiene un riconoscimento simbolico: il titolo di Primo battaglione ebraico, con la Menorah come segno distintivo. Ma Londra mantiene restrizioni: nel 1920 impedisce al battaglione di proteggere insediamenti ebraici in Galilea. Nello stesso anno, dopo disordini a Gerusalemme durante la festa musulmana di Nabī Mūsā, Jabotinsky viene arrestato. Nel carcere di Acco traduce in ebraico parti dell’Inferno di Dante: un dettaglio che racconta la sua capacità di essere insieme politico, militare, intellettuale.

“Vegetariani” e addestramento: la profezia della paura

In una lettera del 21 marzo 1922 a Richard Lichtheim, Jabotinsky risponde a chi lo accusa di militarismo. Vuole l’addestramento militare tra gli ebrei diffuso quanto l’accensione delle candele dello Shabbat, perché la “zona di pericolo” si allarga. Cita timori di pogrom a Vienna, aggressioni a Berlino. Racconta un episodio in Texas: vede una parata del Ku Klux Klan e nota che amici ebrei americani parlano con lo stesso tono spaventato degli ebrei russi di Odessa durante i pogrom. Il suo punto, però, non è solo autodifesa locale: è la Palestina. Per lui le opzioni diventano due: dimenticare la Palestina o combattere una guerra per essa.

Usa anche un ragionamento demografico spietato: quando gli ebrei sono il 12% la minaccia è percepita poco; la vera battaglia inizierà al 30% quando si punterà al 51%. Bisogna prepararsi. E non è “astratto” chiedersi come l’addestramento di un ebreo in Austria possa servire in Palestina: i responsabili troveranno modi e mezzi, purché esistano ebrei addestrati in ogni paese da cui si può salpare.

Questo filo porta a due strumenti: il Betar, fondato a Riga nel 1923 come Brit Trumpeldor, e l’Irgun, nato nel 1931 tra Europa e Palestina. E arriva all’ultimo tentativo: un esercito ebraico per combattere con gli Alleati all’alba della Seconda guerra mondiale. Jabotinsky morirà prima di vedere la storia compiersi: 4 agosto 1940, infarto, durante una visita a un campo Betar negli Stati Uniti.

Socialismo: simpatia giovanile, incompatibilità adulta

Ha avuto una stagione di simpatia socialista e scrive anche per l’Avanti!, riconoscendo Marx come classico. Ma lo Jabotinsky adulto rifiuta comunismo e lotta di classe: li ritiene incompatibili con il messaggio del nazionalismo ebraico e con la costruzione di uno Stato. In Palestina, scioperi e serrate sono “antinazionali”: bloccano industria e classe imprenditoriale in un’economia fragile.

Negli anni Trenta la frattura si approfondisce anche per un fatto politico: l’omicidio a Tel Aviv di Haim Arlozoroff (1933), dirigente laburista del Mapai legato a Ben-Gurion. I sospetti ricadono sui revisionisti; Jabotinsky si batte per respingere le accuse. Nel 1935 arriva la scissione: nasce la Nuova organizzazione sionista (NOS), autonoma dall’assemblea sionista tradizionale, guidata da una convergenza di liberali e sionisti socialisti. Sul terreno sociale, i lavoratori revisionisti che si offrono di sostituire gli scioperanti dell’Histadrut scatenano scontri e accuse di fascismo da parte della sinistra sindacale e laburista.

Jabotinsky, inoltre, non vede nel proletariato il motore del cambiamento. In testi come Crisi del proletariato e Robot e lavoratore prevede l’avvento delle macchine e la scomparsa del proletariato, sostituito da una società dominata da una classe media di commercianti e artigiani. Richiama economisti come Pantaleoni, Böhm-Bawerk e la scuola austriaca di Menger per colpire la teoria del valore-lavoro di Marx. E in un articolo, I Do Not Believe, attacca il mito socialista del proletariato solidale: cita i lavoratori bianchi americani che negarono diritti civili agli afroamericani. Il proletariato, per lui, si mobilita per interessi locali, non per l’internazionalismo.

Economia nazionale e arbitrato: il profilo corporativo

La sua proposta per risolvere i conflitti economici in Palestina è un arbitrato “nazionale”: lo Stato, o un organo neutrale, deve imporre un “giusto mezzo” tra datori di lavoro e prestatori di manodopera. Il conflitto di classe, con scioperi e serrate, per lui è letale: il sindacato può mettere in ginocchio piccole industrie. Qui il suo pensiero sfiora un corporativismo che ricorda i regimi fascisti: non perché copi meccanicamente, ma perché converge sul primato dell’unità nazionale e sulla compressione dello scontro sociale.

Pur usando la parola “classe”, preferisce dividere la società per settori di occupazione e professioni: industria, agricoltura, amministrazione. Riconosce la differenza tra chi assume e chi lavora, ma nega lo sfruttamento come categoria universale, sostenendo che spesso i lavoratori stanno meglio dei piccoli commercianti abbandonati dalle istituzioni sioniste.

Nel 1935 scrive Introduzione alla teoria dell’economia: descrive la natura umana mossa da necessità (N) e gioco (G) come base della sfera economica. Il suo pensiero diventa una sintesi tra liberalismo russo e giustizia sociale biblica: cerca un orizzonte utopico alternativo al socialismo, usando idee come il giubileo, l’anno sacro di rinnovamento sociale ed economico. A rileggerlo oggi, quella fede nel progresso economico, tecnologico e morale appare ingenua, ma rivela un punto decisivo: anche il realista duro ha bisogno di una promessa di senso per mobilitare.

La formula massimalista: “a ovest e a est del Giordano”

Lo scopo politico è netto: creare in Palestina una maggioranza ebraica “così a ovest come a est del Giordano”. La democrazia parlamentare, per lui, può funzionare solo dopo aver ottenuto quella maggioranza, senza intaccare l’essenza nazionale ebraica del paese. I prerequisiti sono politici e diplomatici: alleanza con la Gran Bretagna.

Sulla Transgiordania, compresa nei confini del Mandato ma poi esclusa dalla clausola sionista, parla di “ingiustizia storica e pratica”: sostiene che le terre a levante del Giordano furono parte della Palestina ebraica, perché insediamenti ebraici vi sarebbero stati prima della conquista della Palestina occidentale. È un massimalismo territoriale che però, in lui, non è terra come assoluto religioso: è strumento per risolvere la condizione ebraica. Non è messianismo. Non è kahanismo ante litteram. È utilitarismo nazionale.

Arabi: non espulsione, ma normalizzazione della maggioranza

Ed eccoci al punto più controverso e più attuale. Jabotinsky riconosce la rivendicazione araba e non arriva a chiedere l’espulsione. Parla semmai di integrazione, con una condizione: la presenza ebraica deve diventare ineluttabile e difesa. Per lui, anche in uno Stato a maggioranza ebraica resterà una minoranza araba. E sostiene una tesi quasi “economica” dell’uguaglianza: se gli arabi resteranno poveri, il paese sarà povero; quindi il loro benessere politico, economico e culturale sarà condizione permanente del benessere di Eretz Israel. Prevede uguaglianza assoluta davanti alla legge per tutti gli abitanti, per entrambe le principali “razze”, entrambe le lingue, tutte le confessioni.

In un testo del 1940, The Arab Angle Undramatized, abbozza una proposta costituzionale: uno Stato con solida maggioranza ebraica che normalizzi nelle coscienze arabe il primato ebraico e, a quel punto, garantisca ampi diritti di autonomia. Questa impostazione verrà richiamata, molto più tardi, nella proposta di autonomia palestinese di Menachem Begin durante gli accordi di pace con l’Egitto del 1978.

Ma il realismo jabotinskiano non è pacifismo: se non c’è pacificazione, bisogna difendersi; e chi attacca perde il diritto di convivere pacificamente con la maggioranza. Qui sta la sua promessa e il suo avvertimento, utili per leggere il presente: la politica delle identità, quando si sente assediata, tende a trasformare la sicurezza in fondamento morale. È una continuità storica che lega passato e oggi: dal pogrom alla legione, dal mandato alla frontiera, dalla minoranza temuta alla maggioranza che chiede di essere riconosciuta.

Jabotinsky, però, resta anche un paradosso vivente: liberale e nazionalista, inclusivo nella teoria dei diritti e duro nella teoria del conflitto. E soprattutto resta una voce d’opposizione: salvo brevi periodi, rimane fuori dalla linea esecutiva sionista e muore otto anni prima che nasca Israele. È il destino dei realisti: spesso non vedono la fine della strada che hanno indicato, ma consegnano agli altri la mappa.

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