
Dunque, ricapitoliamo. Donald Trump, presidente eletto e campione mondiale di autovittimizzazione, si ritrova al centro di un circo giudiziario che farebbe impallidire persino i tribunali di Kafka. Le accuse? Robetta da niente: cospirazione, occultamento di documenti riservati, false dichiarazioni e, giusto per non farsi mancare nulla, aver incitato la rivolta al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Ma tranquilli, niente paura. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti – che teoricamente dovrebbe difendere la legge e non aggirarla – ha deciso che, siccome Trump tornerà a fare il presidente il 20 gennaio 2025, non si può processarlo. Non per mancanza di prove, badate bene, ma perché “non sta bene”.
La legge secondo Trump (e chi lo protegge)
C’è una regola non scritta, ma ormai scolpita nel marmo della politica americana: se sei presidente, o presidente eletto, puoi fare quello che vuoi. Rubare documenti segreti e nasconderli sotto il letto di Mar-a-Lago? Un gesto patriottico. Incitare una folla inferocita a devastare il simbolo della democrazia? Libertà d’espressione. E quando tutto il castello di carte crolla, ecco spuntare la clausola magica: “Il presidente non può essere perseguito”. È la stessa logica per cui Al Capone avrebbe meritato una medaglia per la sua carriera imprenditoriale.
L’arte dell’impunità
Il procuratore speciale Jack Smith, che avrebbe dovuto incarnare il baluardo della giustizia, si è ritirato con la stessa eleganza di un pugile suonato al quinto round. “Chiediamo l’archiviazione senza pregiudizio”, dice. Traduzione: “Non abbiamo il coraggio di affrontarlo ora, magari ci riproviamo quando non sarà più presidente”. Sempre che Trump, nel frattempo, non decida di firmare un’autograzia, cioè perdonare se stesso per i suoi crimini. Sì, perché negli Stati Uniti – terra della democrazia – nessuno lo ha mai fatto, ma nulla vieta di provarci. È un po’ come giocare a Monopoli con le regole fatte in casa: se passi dal via, incassi anche l’assoluzione.
La retorica del martire
E poi c’è lui, The Donald, che di fronte a tutto questo si erge come un moderno San Sebastiano trafitto dalle frecce del Partito Democratico. “È una caccia alle streghe!”, grida. “Sono stato perseguitato, diffamato, umiliato”. Peccato che, mentre si lamenta, le sue tasche si riempiano di donazioni dei suoi fan. “Fanno di tutto per fermarmi perché temono il mio ritorno”, ripete, come un mantra. Ed eccolo, il capolavoro: trasformare accuse gravissime in un comizio elettorale, far passare la giustizia per un’arma politica e presentarsi come l’unico difensore del popolo contro le élite.
La fine della giustizia (e della decenza)
Non è solo Trump il problema. È l’intero sistema che gli permette di farla franca, che accetta come normale un presidente che può violare ogni legge senza pagarne le conseguenze. È la Corte Suprema che gli riconosce l’immunità per gli atti commessi “nell’esercizio delle sue funzioni”. È il Dipartimento di Giustizia che si ritira in buon ordine. È un sistema politico dove la giustizia è sempre più debole e il potere sempre più impunito.
E poi ci lamentiamo di Salvini che posta video su TikTok o di Berlusconi che parlava di “giudici comunisti”. Trump è la versione americana, più rumorosa e più pericolosa, di quel vizio tutto occidentale: il potere che si fa scudo della giustizia per poi pugnalare alle spalle chi la rappresenta.
L’amaro spettacolo
Alla fine, quello che resta è un messaggio chiaro: se sei abbastanza potente, puoi farla franca. Se sei presidente, puoi violare la legge, incitare alla violenza, nascondere prove e accusare chi ti accusa. E se ti beccano, puoi sempre piangere sui giornali, accusare gli altri di persecuzione e gridare al complotto. Tanto il popolo ci casca, e i procuratori si arrendono.
La verità è che Trump non è il problema, ma il sintomo. Il sintomo di un sistema dove la legge è forte con i deboli e debole con i forti. Un sistema che, a forza di inchinarsi al potere, ha perso la spina dorsale. Il re è nudo, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. E chi ci prova finisce sommerso dai fischi di un pubblico che, ormai, non distingue più la giustizia dal circo.
Il grande bluff dell’ordine mondiale”
C’era una volta il diritto internazionale. Quella bella favola narrata dai vincitori della Seconda guerra mondiale, secondo cui il mondo sarebbe stato governato da regole comuni, sanzioni giuste e un’organizzazione – le Nazioni Unite – che avrebbe vegliato sulla pace. Poi venne la realtà, a strappare le pagine di quella fiaba e a mostrarci che, più che un ordine, quello globale era una recita, con gli attori principali impegnati a riscrivere il copione ogni volta che serviva a tutelare i propri interessi.
Nazioni Unite o disunite?
L’ONU, nata per promuovere la pace e il dialogo, è oggi una macchina inceppata, incapace persino di recitare il ruolo di comparsa. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza? Carta straccia per chiunque non le gradisca. Le missioni di peacekeeping? Fotografie in movimento di un fallimento annunciato: soldati con elmetti blu che fanno da bersagli mobili, veicoli bianchi che sembrano usciti da un museo dell’inerzia, comandanti lasciati soli a fronteggiare massacri. La Somalia? Una missione umanitaria sponsorizzata da una multinazionale della frutta, abbandonata ai primi morti americani. Il Ruanda? Due milioni di vittime a colpi di machete, con i soldati ONU ridotti a spettatori per volere di chi avrebbe dovuto fermare la strage.
Il doppio standard dell’Occidente
Prendiamo la Russia. Oggi è l’imputato numero uno della comunità internazionale per aver invaso la Georgia nel 2008 e l’Ucraina nel 2014 e 2022. Giusto condannare, sia chiaro. Ma qualcuno ha memoria corta. Perché lo stesso Occidente che oggi grida al diritto violato, ieri lo calpestava nei Balcani, in Iraq, in Libia, sempre con la scusa dell’autodeterminazione o della democrazia esportata. La NATO bombarda la Serbia senza mandato ONU? Tutto normale. L’Ucraina massacra le province del Donbas che chiedono autonomia? Dettagli. Le violazioni del diritto internazionale non sono tutte uguali: dipendono da chi le commette e, soprattutto, da chi ne trae vantaggio.
Libano: il caso scuola del fallimento
E poi c’è il Libano, teatro dell’ennesima tragicommedia ONU. La missione UNIFIL, creata per monitorare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, è da decenni ostaggio delle bombe israeliane e libanesi. Una missione senza mezzi, senza difesa, senza senso. I soldati ONU non possono sparare, non possono difendersi, possono solo farsi uccidere. Nel frattempo, Israele ha violato 69 risoluzioni ONU in settant’anni, gli Stati Uniti ne hanno bloccate 29, e il mondo continua a girare come se niente fosse. L’ONU è lì, immobile, a garantire un’inutile parvenza di legittimità internazionale mentre il Libano sprofonda in un conflitto eterno.
Il diritto umanitario al capolinea
Nemmeno la giustizia penale internazionale se la passa meglio. I tribunali speciali, da Norimberga alla ex Jugoslavia, hanno spesso mascherato con processi tardivi le complicità dei potenti di turno. E la Corte Penale Internazionale? Un organismo nato per perseguire i crimini di guerra, ma sabotato da chi quei crimini li commette. Gli Stati Uniti, la Russia e Israele non riconoscono la sua giurisdizione e, quando serve, fanno pressioni per indebolirla. L’ultimo caso è quello di Netanyahu, per cui la Corte ha emesso un mandato d’arresto. Risultato? Minacce e intimidazioni contro la Corte, mentre il premier israeliano continua a violare ogni norma del diritto internazionale con l’allegria di chi sa che non verrà mai toccato.
Conclusione: il re è sempre nudo
Il grande bluff dell’ordine mondiale è ormai smascherato. Le regole esistono solo per chi non ha abbastanza potere per infrangerle. I conflitti si moltiplicano, gli stati canaglia prosperano, i crimini di guerra restano impuniti. E l’ONU? Sta lì, a prendere appunti, mentre il mondo brucia. Fino a quando, ci chiediamo? Ma la risposta è già scritta: fino a quando i potenti di turno non decideranno che è arrivato il momento di riscrivere un’altra fiaba. E noi, come sempre, la leggeremo senza crederci davvero.
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