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Il rafforzamento dell’asse Riad-Cairo: implicazioni geopolitiche ed economiche

L’Arabia Saudita continua a consolidare la propria presenza in Egitto attraverso massicci investimenti economici, confermando l’importanza strategica del Cairo nei suoi piani regionali. L’ultima linea di credito da 5 miliardi di dollari, consegnata a ottobre 2024, segna un altro passo in una relazione che, sebbene basata su interessi reciproci, evidenzia squilibri di potere e una crescente dipendenza economica dell’Egitto.

La nuova fase dei finanziamenti sauditi

Rispetto al periodo immediatamente successivo alle Primavere arabe del 2011, quando Riad garantiva aiuti a fondo perduto per stabilizzare il governo egiziano, l’approccio saudita è cambiato. Come dichiarato dal ministro delle Riforme Economiche saudita Mohammed al-Jadaan durante il Forum di Davos nel 2023, «non diamo più finanziamenti diretti a fondo perduto, vogliamo vedere riforme». I nuovi investimenti sauditi, pertanto, sono mirati a settori strategici come commercio, turismo ed energia, riflettendo un interesse meno altruista e più orientato al ritorno economico.

Questa nuova dinamica si inserisce in un contesto più ampio che vede i paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (UAE), competere per influenzare le economie della regione. Nel 2024, l’Egitto ha ricevuto 57 miliardi di dollari in crediti da vari attori internazionali, ma la metà di questi (35 miliardi) è arrivata dagli UAE, alimentando una competizione con Riad per il controllo delle risorse e dei progetti infrastrutturali egiziani.

Un obiettivo strategico: il Mar Rosso

Un elemento chiave della strategia saudita è lo sviluppo delle aree lungo il Mar Rosso, con un occhio di riguardo al turismo e agli investimenti immobiliari. In linea con il mega-progetto NEOM, del valore di 500 miliardi di dollari, l’Arabia Saudita punta a trasformare località come Ras Ghamila in poli turistici internazionali. Questo non solo rafforzerebbe l’economia saudita, ma consoliderebbe il ruolo di Riad come attore dominante nel Mar Rosso, a scapito della sovranità egiziana. Un precedente significativo è rappresentato dal trasferimento delle isole di Tiran e Sanafir nel 2016, una decisione che suscitò forti proteste al Cairo e che oggi appare come parte di una più ampia strategia di lungo termine.

Implicazioni politiche e geopolitiche

Dal colpo di stato del 2013 che portò al potere Abdel Fattah al-Sisi, l’Arabia Saudita ha visto nella stabilità del regime egiziano una priorità. I primi 12 miliardi di dollari sauditi garantirono la sopravvivenza del governo militare di al-Sisi, permettendo di marginalizzare le istanze democratiche emerse durante le rivolte del 2011. Tuttavia, il continuo afflusso di capitali non è privo di conseguenze geopolitiche.

Riad e Il Cairo sono stati accusati di adottare un approccio eccessivamente moderato nei negoziati per il cessate il fuoco a Gaza, sollevando interrogativi sul loro effettivo impegno a favore della causa palestinese. Il sostegno congiunto a Khalifa Haftar in Libia aggiunge ulteriori elementi di instabilità regionale, rafforzando un attore controverso e minando i tentativi di pacificazione del paese.

I costi umani e sociali della dipendenza finanziaria

Parallelamente, l’economia egiziana resta profondamente vulnerabile. Nonostante le promesse di riforme, il regime di al-Sisi continua a distinguersi per la repressione dei diritti umani. Il caso di Alaa Abdel Fattah, attivista con doppia cittadinanza egiziana e britannica, detenuto dal 2019, ne è un esempio emblematico. La madre dell’attivista, Laila Soueif, in sciopero della fame da oltre 60 giorni, ha denunciato il totale disinteresse delle autorità egiziane per i diritti fondamentali, suscitando anche la condanna del governo britannico.

Il sostegno saudita, lungi dal promuovere riforme reali, sembra consolidare un sistema repressivo incapace di affrontare le esigenze della popolazione locale. La crisi economica e monetaria continua a colpire duramente i cittadini egiziani, alimentando tensioni sociali che potrebbero esplodere in nuovi episodi di protesta.

Conclusioni

Gli investimenti sauditi in Egitto rappresentano un esempio classico di diplomazia finanziaria con implicazioni regionali e globali. Da una parte, rafforzano il regime di al-Sisi e stabilizzano la regione; dall’altra, consolidano la dipendenza economica del Cairo, indebolendo la sua sovranità. Sullo sfondo, si delinea una crescente competizione tra Riad e Abu Dhabi per il controllo delle rotte commerciali e dei corridoi energetici.

Tuttavia, senza un reale impegno per riforme economiche e politiche, né l’Egitto né i suoi alleati del Golfo potranno sperare di costruire una stabilità duratura. Al contrario, rischiano di alimentare dinamiche di tensione che continueranno a destabilizzare l’intera regione.

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