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Il Maghreb e l’energia: il nuovo teatro della geopolitica

La storia energetica del Maghreb è un lungo romanzo di risorse sfruttate, alleanze improbabili e ipocrisie occidentali. Algeria e Marocco sono oggi al centro di una partita che non si gioca solo sul campo dell’energia, ma anche su quello dei diritti, della politica e del solito colonialismo riverniciato in verde. E sì, come sempre, noi europei siamo protagonisti, ma con il classico ruolo da finti mediatori, capaci di applaudire la sostenibilità mentre chiudiamo entrambi gli occhi davanti alle occupazioni illegali e agli abusi.

Algeria: tra gas, nazionalismi e promesse solari

Partiamo dall’Algeria, la grande vecchia del gas. Siamo nel 1965: Houari Boumedienne prende il potere e, con lui, l’Algeria diventa una potenza energetica regionale grazie alla Sonatrach, il colosso statale che controlla ogni goccia di petrolio e ogni molecola di gas. Il gasdotto Transmed, costruito negli anni ‘70 in collaborazione con l’ENI, diventa la spina dorsale dell’approvvigionamento energetico italiano, una via del gas che da decenni ci garantisce calore, elettricità e un rapporto ambiguo con Algeri.

Tutto bene, direte voi. Eh no. Perché l’Algeria, pur essendo una delle maggiori esportatrici di gas al mondo, ha sempre avuto un problema: le élite che controllano le risorse non hanno mai avuto troppo interesse a redistribuire i guadagni. Risultato? Un Paese che, nonostante miliardi di dollari in entrate energetiche, arranca ancora in settori chiave come l’istruzione e la sanità. E adesso? Adesso si parla di transizione energetica, con piani faraonici per produrre 15 gigawatt di energia solare entro il 2035. Peccato che la burocrazia algerina sia lenta come una tartaruga su una duna, e che il controllo delle risorse sia ancora saldamente in mano a un’élite che si muove solo quando i profitti personali sono garantiti. Il risultato? Tanto fumo, poco arrosto e soprattutto un Paese ancora dipendente dall’export di gas naturale verso l’Europa, che detta le regole del gioco.

Marocco: il campione delle rinnovabili… ma a che prezzo?

E poi c’è il Marocco. Ah, il Marocco, il re del greenwashing. Il piano rinnovabili del 2009 è un capolavoro di marketing politico: 52% di energia da fonti pulite entro il 2030, mega-impianti solari come quello di Noor Quarzazate e partnership con giganti globali come Siemens, Enel e General Electric. Tutto meraviglioso, no? Non proprio.

Dietro le turbine eoliche e i pannelli solari c’è un piccolo, fastidioso dettaglio: il Sahara Occidentale. Questa regione, occupata illegalmente dal Marocco dal 1975, è il vero cuore della strategia energetica marocchina. Qui si producono energie pulite, sì, ma su un territorio che le Nazioni Unite considerano occupato. E mentre i governi europei e le multinazionali fingono di non vedere, il Marocco rafforza il suo controllo politico ed economico sulla regione. Per non parlare della popolazione saharawi, schiacciata tra la propaganda del “green” marocchino e l’indifferenza dell’Occidente. Perché, diciamocelo chiaramente, finché arrivano idrogeno verde e energia pulita, chi se ne importa dei diritti umani?

Italia: il solito gioco delle tre carte

E l’Italia? L’ENI è in Algeria dagli anni ‘60 e il Transmed è un capolavoro di ingegneria e diplomazia. Ma se pensate che il nostro Paese abbia scelto un approccio etico e sostenibile, vi sbagliate di grosso. La strategia italiana è semplice: mantenere buoni rapporti con tutti, chiudendo gli occhi quando serve. Collaboriamo con l’Algeria per il gas, certo, ma siamo anche pronti a investire nel Marocco, accettando in silenzio le implicazioni geopolitiche dell’occupazione del Sahara Occidentale.

Ecco l’ipocrisia europea servita su un piatto d’argento. Parliamo tanto di transizione verde, di diritti umani, di legalità internazionale, ma quando si tratta di energia e profitti, siamo tutti pronti a scendere a compromessi. E così l’Italia si trova a fare da ponte tra un’Algeria che fatica a staccarsi dai combustibili fossili e un Marocco che usa le rinnovabili come strumento di legittimazione geopolitica.

Conclusioni: chi comanda davvero?

In tutto questo, chi vince e chi perde? Vince chi ha il potere di controllare le risorse: i governi algerino e marocchino, le élite economiche e, ovviamente, le multinazionali europee che fanno affari d’oro. Perde chi non ha voce: le popolazioni saharawi, i cittadini algerini che vivono in un sistema che concentra ricchezze e potere, e, in fondo, anche noi europei, che ci illudiamo di fare la cosa giusta mentre alimentiamo lo sfruttamento.

Il Maghreb, dunque, non è solo il nuovo cuore dell’energia globale, ma anche lo specchio delle nostre ipocrisie. Parliamo di transizione verde, ma chiudiamo un occhio sull’occupazione del Sahara. Ci riempiamo la bocca di sostenibilità, ma lasciamo che un’élite decida chi guadagna e chi perde. E mentre il mondo va avanti, noi restiamo prigionieri di un sistema che cambia tutto per non cambiare niente.

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