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Il maggiordomo dell’Eliseo

Quando l’intelligence diventa servizio in camera

Il maggiordomo dell’Eliseo

Quando l’intelligence diventa servizio in camera

Ci sono sigle che, dentro un servizio, valgono più di un ordine scritto. Una “TTU” è una di quelle: se la ricevi, capisci subito che arriva dall’Eliseo e che non è una richiesta come le altre. La procedura stessa è un rito di potere. L’appuntamento si fissa con una settimana di anticipo, ma senza lasciare impronte: si chiama da una cabina telefonica, si usa un nome falso, si indica un orario “scontato” di un’ora. Si dice mezzogiorno per vedersi alle undici, in una brasserie rumorosa intorno a Saint-Lazare, lontano otto fermate di metropolitana dalla sede della Direzione centrale dell’intelligence interna. Il rumore copre le parole, l’anonimato copre le responsabilità.

Thierry, che racconta questa liturgia, all’inizio crede all’idea dell’“FBI francese” promessa da Nicolas Sarkozy. Poi scopre altro: una piccola macchina di manovra piegata agli interessi del palazzo. La politicizzazione, dice, permea l’intera struttura. Si lavora molto senza sapere davvero per chi o per cosa. Il segnale sta sulla carta: “U” urgente, “TU” molto urgente, “TTU” urgenza assoluta, la pratica che deve risalire al Castello. E quando arriva la TTU si butta via tutto il resto. Ciò che di norma richiede una settimana va consegnato subito, a volte con il commissario che aspetta persino fuori dall’ufficio dell’operatore.

L’ottavo piano: la pompa e il filtro

Cento rapporti, una sola destinazione

Ogni giorno i tremila agenti producono centinaia di note di intelligence. Sono i vecchi “blocchi” della polizia politica, ma con una differenza: non sono anonimi, un codice identifica chi scrive. Il flusso sale senza sosta al quartier generale, dove una quarantina di persone lavora come una pompa gigantesca e insieme come un filtro. Qui si decide cosa “merita” l’Eliseo. A volte basta un nome: un politico amico o rivale, un capitano d’industria, un padrone dei media. E la nota viene marcata.

Nel frastuono di mezzogiorno, Thierry riassume la deriva con una frase che non è solo ironia: “Il nostro capo, che fa da amministratore del Castello, è sempre più ingestibile. Ignora quasi tutte le missioni in corso, tranne quelle che interessano i politici o quelle che lo riguardano direttamente, magari perché toccano la Corsica. Il suo ufficio non è qui. È all’Eliseo”.

Il capo in questione è Bernard Squarcini. Lui stesso si definisce, con un misto di servilismo e orgoglio, un “maggiordomo” operativo: se il Presidente gli chiedesse di rifare gli arazzi di Brégançon, dice, lo farebbe. E quando “gli interessi dell’azienda” sono minacciati, arriverebbe con la cassetta degli attrezzi.

Le Figaro, Dassault e il giornalista “impertinente”

Quando una notizia diventa un caso di Stato

Fine giugno 2010: Georges Malbrunot pubblica su Le Figaro un articolo sugli “affari segreti” di Israele nel Golfo, citando l’acquisto di droni israeliani da parte degli Emirati. Nulla di davvero nuovo: informazioni già apparse nella stampa israeliana due anni prima. Eppure, nel momento sbagliato, anche una notizia vecchia diventa una mina.

Perché Serge Dassault, proprietario del quotidiano, è impegnato in una trattativa gigantesca: una sessantina di Rafale agli Emirati per sei miliardi di euro. L’articolo irrita ambienti industriali e infastidisce l’Eliseo, dove la questione viene seguita da vicino. Risultato: i servizi aprono un’indagine sul giornalista. E lo fanno con un trucco semplice e devastante: la richiesta viene spezzettata e frammentata, in modo che gli agenti incaricati di raccogliere pezzi d’informazione non capiscano mai lo scopo finale.

Thierry aggiunge dettagli che fanno capire quanto la “macchina” sia intrecciata con amicizie e interessi: Squarcini è amico di Étienne Mougeotte, allora figura di vertice a Le Figaro; vola talvolta sul Falcon 7X di Dassault; lo accompagna un altro amico, Alexandre Djouhri, franco-algerino, uomo di relazioni e intermediario, vicino a Claude Guéant e utile nelle triangolazioni dell’aeronautica. A quel punto, dice Thierry, chiedere un’inchiesta ai servizi diventa un segno esteriore del potere: uno strumento “normale” per faccende che spesso hanno poco a che fare con l’interesse dello Stato. Non che in passato i servizi fossero innocenti, ma qui la differenza è la scala: operazioni tra amici eseguite come se fossero produzione industriale.

Pentole, coperchi e scandali: Bettencourt e Karachi

Il compito non è fermare, è rallentare

Per un direttore dell’intelligence interna, quella posizione è ideale: permette di tenere “la fiamma sotto controllo” sotto lo sguardo del Presidente. Sul tavolo di Squarcini finiscono dossier incandescenti: Bettencourt, Karachi, i casi più tossici per l’Eliseo. Lo “Squalo” – così lo chiamano – non ferma l’ebollizione, prova a rallentarla. Ma la pentola, prima o poi, trabocca. Karachi esplode fino a toccare due uomini del cerchio presidenziale: Brice Hortefeux, l’amico storico ed ex ministro dell’Interno, e Nicolas Bazire, testimone di nozze del terzo matrimonio di Sarkozy.

Karachi, 8 maggio 2002: un attentato suicida uccide quattordici persone, undici francesi, dipendenti della Direzione dei cantieri navali venuti a seguire la costruzione di due sottomarini Agosta venduti nel 1994. Il giudice Bruguière sostiene la pista dell’organizzazione terroristica internazionale. Nel 2007 i giudici Marc Trévidic e Yves Jannier ripartono da zero e imboccano un’altra strada: la vendetta di funzionari pakistani rimasti a mani vuote sulle commissioni legate alla vendita.

Il punto di svolta sta nel 1995: Jacques Chirac, appena eletto, ordina la fine dei pagamenti delle commissioni sui contratti d’armamento dell’era Balladur. Il più pesante è Sawari II, tre fregate all’Arabia Saudita per 18,8 miliardi di franchi. La motivazione è politica e brutale: impedire al rivale traditore di costruirsi un tesoro di guerra. Chirac è convinto che i balladuriani abbiano montato un sistema di tangenti e rimpatrio occulto, usando società fittizie, per riportare in Francia una parte delle commissioni pagate agli intermediari.

Qui entra Renaud Van Ruymbeke, magistrato magro e ruvido, geloso della propria indipendenza. Sarkozy lo detesta e non gli perdona di aver creduto, per un periodo, alle liste false di Clearstream. Eppure, paradossalmente, è proprio Sarkozy che lo “riporta” al centro bloccandone la promozione: Van Ruymbeke resta ai reati finanziari e si occupa del denaro sporco di Karachi, la parte più delicata perché tocca il finanziamento della campagna Balladur del 1995, quando Sarkozy era ministro del Bilancio e portavoce del candidato.

Van Ruymbeke e altri sospettano che i servizi abbiano ostacolato deliberatamente le indagini per proteggere l’establishment. Il controspionaggio, secondo questa lettura, capisce presto che la pista terroristica non regge ma la continua a nutrire verso Bruguière. Perché? Perché i chirachiani non vogliono apparire responsabili indiretti della strage: interrompere le commissioni avrebbe scatenato la vendetta dell’intermediario. E perché, su Sawari II, i giudici si chiedono se una parte delle commissioni – 1,4 miliardi di franchi – non sia finita anche nel campo di Chirac, con un contentino a parte per calmare Balladur.

Dopo il 2007, con Sarkozy all’Eliseo, l’ipotesi è che Squarcini continui a “tirare il freno” sull’inchiesta. Con successo, almeno fino a quando Trévidic, solo alla fine del 2011, ottiene documenti della Difesa declassificati: dimostrano che il controspionaggio non crede alla pista dell’organizzazione terroristica. Sono note di intelligence che Squarcini non può ignorare: la Direzione interna, quando viene creata, eredita gli archivi della vecchia struttura. Il paradosso finale è crudele: il giudice, nei dossier terrorismo, deve affidarsi proprio alle indagini dell’apparato che sospetta di avere deviato la verità.

Sorvegliati tutti: giudici, giornalisti, vittime

La paura come metodo di governo

Nel mondo Karachi, quasi tutti giurano – in privato – di essere stati sorvegliati: magistrati, avvocati, giornalisti, familiari delle vittime. Un dato resta certo: nel 2010 il sito Mediapart, in prima linea sulla vicenda, viene oggetto di un’indagine approfondita dell’intelligence.

Un magistrato accetta di parlare, protetto da agenti che lo accompagnano ovunque, tranne che dentro il tribunale. Non dice di temere i suoi uomini, ma ricorda un’evidenza: loro rispondono ai superiori, i superiori rispondono all’esecutivo. E spiega la trasformazione: la fusione che crea la Direzione interna cambia il lavoro. La sezione antiterrorismo, che prima attingeva anche a informazioni di altri canali, ora dipende da un’unica filiera, più controllata e controllabile. Anche lui, quando lavora con gli uomini di Squarcini, non può scegliere né il dipartimento né il personale: è “sicurezza nazionale”. La maggioranza, dice, è fatta di persone convinte di servire il bene comune, ma rinchiuse nel bunker di Levallois e intrappolate in un sistema iper-compartimentato.

Poi, quasi citando la domanda classica dei polizieschi, suggerisce la risposta: in Francia esiste un solo vero potere, quello dell’esecutivo, e sempre più quello del Presidente.

Lo “spione viaggiatore” e la sottodivisione internazionale

Quando l’interno fa politica estera

Il maggiordomo del Castello, però, ama soprattutto un’altra parte: la scena internazionale. L’ufficio di Squarcini è pieno di statuette, medaglie, oggetti raccolti nei viaggi. A Levallois le truppe brontolano: il capo non c’è mai. Compare una volta l’anno in un video di auguri sulla intranet, e qualcuno scherza sullo stile “messaggio clandestino”.

Squarcini si difende: non è turismo. Se Guéant lo chiama e gli dice di partire per l’Algeria entro un’ora per negoziare liberazioni e facilitare il rilascio di ostaggi, lui parte. E sostiene che funziona perché ha contatti, parlantina, reti: “il mio lato mediterraneo”. Parla inglese e spagnolo, ma può perfino passare all’italiano – lingua della sua infanzia – davanti ai capi dei grandi servizi, irritando i rispettivi vice. Racconta episodi quasi sentimentali: la casa natale mostrata a sud di Palermo dal capo dei servizi italiani; la casa d’infanzia a Rabat mostrata dal capo spie di Mohammed VI; una strada “fatta tremare” dagli uomini marocchini; lo stesso copione a Costantina in Algeria, quando scoprono dove ha passato i primi anni.

Per i viaggi usa un traduttore che già lavorava per Yves Bertrand, altro nome del vecchio apparato. E coltiva una struttura che ama: la Sottodivisione E, Affari internazionali. È una branca dell’intelligence interna che prima non esisteva e che i servizi esterni tentano di bloccare. I suoi uomini preferiti sono quelli dell’E2: un gruppo di circa trentacinque agenti che fa da “baby-sitter” permanente alle delegazioni straniere, ventiquattr’ore su ventiquattro. Notte: Parigi. Giorno: lezioni e pasti in una sede chiamata “L’Appartement”, di fronte alla sede storica in rue Nélaton. Non mancano gli incidenti: un capo ad interim che va a festeggiare una cattura legata al terrorismo basco e lascia in difficoltà un alto funzionario dell’intelligence americana arrivato per un vertice.

Da quando nasce questa struttura, l’intelligence interna lavora sempre più fuori dai confini. E il servizio esterno, che prima gestiva da solo i sequestri di cittadini francesi all’estero, talvolta si ritrova ridotto al ruolo di accompagnatore. Un esempio concreto: per liberare Pierre Camatte, rapito in Mali, Squarcini va ad Algeri con un rappresentante del servizio esterno per negoziare lo scambio con la liberazione di due islamisti algerini sospettati di attentati.

Squarcini, intanto, coltiva ufficiali di collegamento nelle ambasciate francesi, tenendo d’occhio anche i colleghi dell’estero. L’intelligence interna piazza “orecchie” a Mosca, Algeri, Singapore, Baghdad, perfino in Gabon e, naturalmente, in Qatar. E nulla deve incrinare la luna di miele tra Sarkozy e l’emiro: l’emiro è il primo capo di Stato arabo ricevuto all’Eliseo appena venti giorni dopo l’insediamento.

Guéant, dittature e messaggeri: l’asse segreto del potere

Quando il diplomatico non serve

Squarcini diventa braccio destro di Claude Guéant per le missioni riservate, soprattutto nei regimi autoritari. Prima della repressione sanguinosa in Siria, viene usato per ricucire i legami con Damasco. Guéant lo utilizza come messaggero preferito, e Squarcini arriva a vantarsene: quando il presidente siriano chiede di vedere il rappresentante francese, non vuole un diplomatico, non vuole il ministro, vuole lui.

Nel 2011, quando Alain Juppé arriva agli Esteri, pone una condizione: Guéant deve andarsene dall’Eliseo. Guéant si è autoproclamato ministro degli Esteri di fatto, circondato da ex agenti dell’estero e dal capo dell’interno. Juppé non vuole subire umiliazioni. Il destino, però, gioca di specchi: Guéant finisce agli Interni, come Pasqua nel 1993, e si ritrova in una dinamica di rivalità simile con un Juppé che agli Esteri fa valere la sua autorità. Guéant, del resto, aveva imparato la diplomazia segreta proprio come vicecapo di gabinetto di Pasqua, sfruttandone reti in Africa e Medio Oriente.

Squarcini, in quel periodo, viene nominato da Pasqua vicedirettore della ricerca presso l’intelligence politica e poi catapultato al vertice poco dopo. Ha già contatti con Alexandre Djouhri, che diventerà amico di Guéant e intermediario in grandi contratti d’esportazione. E oggi, per continuare a “fare estero”, Guéant ha bisogno di Squarcini più che mai.

L’asso nella manica: gli oppositori rifugiati in Francia

Il prezzo degli scambi con i regimi

L’intelligence interna ha un vantaggio rispetto a quella esterna: può rintracciare oppositori politici rifugiati in Francia. Ed è esattamente ciò che interessa alle dittature: informazioni sull’opposizione. Yves Bonnet, ex capo del controspionaggio, lo dice con prudenza: lo scambio va gestito, c’è un equilibrio da non rompere, e lui ricorda di essersi rifiutato di collaborare con le autorità egiziane.

Un caso concreto nel 2009: un giornalista tunisino dell’opposizione, in esilio in Francia, fa infuriare il regime di Ben Ali con la sua rivista, L’Audace, distribuita a Parigi in mille copie, raccontando spese folli e avventure della First Lady. Il presidente tunisino chiede che la rivista venga vietata, minacciando di rompere i legami con la Francia. Guéant manda Squarcini – allora capo della vecchia struttura – a negoziare: smettere in cambio della naturalizzazione.

Due anni dopo, dopo la Rivoluzione dei Gelsomini e la caduta del regime, l’ex capo della sicurezza tunisina sostiene in un rapporto che la mattina del 13 gennaio 2011 Squarcini avrebbe avvertito il genero di Ben Ali che un colpo di Stato è in corso. Il giorno dopo il presidente fugge. Squarcini smentisce con forza. Ma Pierre Péan racconta un dettaglio: proprio il giorno della caduta del regime, Squarcini sarebbe all’Hôtel Bristol con Alexandre Djouhri, di passaggio a Parigi, per aggiornarlo sulla situazione tunisina.

Libia, intermediari e un clima da luna di miele

Quando le reti contano più dei dossier

A Levallois, quando arriva l’ordine di avvicinarsi ai servizi del colonnello Gheddafi, serpeggia malcontento: ma è il tempo della luna di miele tra Tripoli e Parigi. E quella luna di miele passa da un intermediario libanese legato anche al dossier Karachi, Ziad Takieddine, che lavora dietro le quinte dal 2005 con Guéant, allora capo di gabinetto al ministero dell’Interno. Takieddine si appoggia ai suoi legami con Abdallah Senoussi, capo dei servizi libici, cognato di Gheddafi e figura associata a vecchi attentati. Tra settembre e dicembre 2005, Guéant, Sarkozy e Hortefeux fanno missioni e contatti. La politica estera riservata diventa un traffico di relazioni, e l’intelligence interna è parte della carovana.

In quel sistema, il “maggiordomo dell’Eliseo” non è un semplice direttore. È un ingranaggio centrale: riceve TTU, filtra note, attiva indagini, viaggia, tratta, spinge, protegge. E soprattutto rende evidente la regola non scritta: quando il palazzo chiama, lo Stato esegue. Anche se, a volte, lo Stato sta semplicemente eseguendo gli affari e le amicizie del palazzo.

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Bernard Squarcini, Eliseo, servizi segreti francesi, intelligence interna, DCRI, DST,

La conclusione, in fondo, è più semplice e più dura di quanto sembri: quando un servizio nasce per proteggere lo Stato e finisce per proteggere il Palazzo, non è più un servizio. È un’appendice del potere. E non perché i singoli agenti siano “cattivi” o corrotti, ma perché la catena di comando, i riflessi di carriera e la cultura del segreto producono un risultato inevitabile: l’intelligence diventa lo strumento più comodo per fare ciò che la politica non vuole fare alla luce del sole.

Il meccanismo è spietato proprio perché è elegante. Non servono ordini espliciti, basta una sigla, una priorità, un “TTU”, e la macchina capisce da sola che ciò che conta non è la minaccia, ma il committente. Così la sicurezza nazionale viene piegata a esigenze di reputazione, a nervi scoperti di un presidente, a interessi industriali, a amicizie, a vendette, a protezioni. Il servizio non agisce più per valutare il reale, ma per produrre un utile politico: schermare, rallentare, deviare, spostare la colpa, disinnescare l’imbarazzo.

Qui sta il punto politico più corrosivo: l’esecutivo non usa l’intelligence solo per sapere. La usa per governare l’informazione, quindi la percezione, quindi la realtà. È una torsione che trasforma la democrazia in una scenografia: le istituzioni restano in piedi, ma la sostanza si sposta in una zona dove il controllo pubblico non entra. E quando l’intelligence viene impiegata per sorvegliare magistrati, giornalisti, oppositori o anche solo per intimidire chi indaga, il messaggio è chiaro: il potere non teme la minaccia esterna, teme la trasparenza interna.

C’è poi una conseguenza ancora più cinica, e spesso sottovalutata: un servizio che viene usato per le piccole guerre di palazzo perde tempo, energie e credibilità per le grandi guerre reali. Ogni risorsa bruciata per “gestire” un articolo scomodo, per proteggere un dossier industriale o per mettere il cappello su un’inchiesta, è una risorsa sottratta alla prevenzione di attentati, al controspionaggio vero, alla protezione delle infrastrutture. La politicizzazione non è solo un problema etico: è inefficienza strutturale. E l’inefficienza, in sicurezza, si paga in carne.

Infine, la lezione più fredda: l’intelligence, quando diventa un servizio di cortigianeria, non serve più a proteggere lo Stato dalla crisi. Serve a rimandarla. È l’arte del tappo sulla pentola: non spegni il fuoco, non cambi ricetta, non ripulisci la cucina. Metti un coperchio e speri. Ma la pressione cresce. E quando il coperchio salta, non travolge solo un governo o un presidente: travolge la fiducia nel fatto che la legge sia uguale per tutti, che lo Stato non sia proprietà privata, che il potere non possa usare strumenti eccezionali per scopi ordinari.

Questa è la verità più impietosa: il “maggiordomo dell’Eliseo” non è un personaggio folkloristico, è un modello. È la dimostrazione che, in un sistema iperpresidenziale, l’intelligence tende naturalmente a scivolare dalla protezione della Repubblica alla protezione del Principe. E quando succede, il problema non è solo chi comanda i servizi. È chi comanda la politica. Perché un potere che ha bisogno di spie per proteggersi dai giornali e dai giudici è un potere che ha già smesso di credere nella propria legittimità.

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