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Il fallimento africano di Macron e le opportunità perse per l’Italia

La cacciata delle truppe francesi da Senegal e Ciad rappresenta l’ultimo colpo inferto all’influenza di Parigi in Africa, un continente che per oltre due secoli è stato il fulcro della politica estera e della presenza militare francese. Dopo le espulsioni da Mali, Niger e Burkina Faso, anche i bastioni ritenuti più sicuri, come il Ciad, stanno voltando le spalle a una Francia che appare sempre più incapace di mantenere il proprio ruolo storico.

Il Senegal e la sovranità ritrovata

Il 27 dicembre il primo ministro senegalese, Ousmane Sonko, ha annunciato la chiusura delle basi militari straniere presenti nel Paese. Una decisione che, pur non esplicitamente dichiarata, è diretta principalmente contro la Francia, unica nazione con una presenza militare stabile nel Senegal. Il presidente Bassirou Diomaye Faye ha giustificato questa scelta come un passo verso la piena sovranità del Paese, affermando che “il Senegal deve gestire la propria difesa senza influenze esterne.”

Questa mossa è l’ultimo segnale di un malcontento crescente verso il ruolo della Francia nel continente. Già da mesi Sonko aveva messo in discussione la compatibilità tra la sovranità nazionale e la presenza militare straniera. Non è un caso che il Senegal, come altre nazioni africane, stia cercando nuovi partner strategici, guardando sempre più verso Russia, Cina e Turchia, attori che propongono modelli di cooperazione meno ingombranti rispetto all’approccio post-coloniale francese.

La svolta del Ciad: una disfatta per Parigi

Se il Senegal rappresenta un colpo simbolico per la Francia, il caso del Ciad segna una vera e propria disfatta. Considerato per anni il più fedele alleato di Parigi in Africa, il Ciad ha annunciato a novembre la fine della cooperazione militare con la Francia, imponendo il ritiro delle sue truppe entro il 31 gennaio 2025. Questo Paese, strategico nel Sahel, era l’ultimo baluardo della presenza francese nella regione dopo le espulsioni da Mali, Burkina Faso e Niger, nazioni che hanno aperto le porte alla crescente influenza di Mosca e Pechino.

Il ritiro francese dal Ciad, che include lo smantellamento delle basi di Faya Largeau e Abeche e il rimpatrio di circa 1.000 militari, evidenzia il tracollo della politica di Macron in Africa. La decisione, ufficialmente giustificata come una riaffermazione della sovranità nazionale, è in realtà l’effetto di un progressivo declino dell’influenza politica e militare francese, incapace di adattarsi ai nuovi equilibri geopolitici.

La crisi dell’Occidente e l’opportunità mancata dell’Italia

La cacciata delle forze francesi dal continente africano non è un caso isolato, ma rientra in un fenomeno più ampio che coinvolge l’intero Occidente. Anche le forze statunitensi e tedesche hanno subito ridimensionamenti significativi, soprattutto nel Sahel. Tuttavia, l’Italia, pur mantenendo una presenza militare in Niger, non sembra in grado di sfruttare questo vuoto.

Il tanto celebrato “Piano Mattei,” proposto come il cardine della politica italiana in Africa, risulta insufficiente per affrontare le vere priorità del continente: sicurezza e difesa. Concentrato su progetti umanitari e infrastrutturali, il piano manca di un pilastro strategico che includa la cooperazione militare. Questo limita la capacità dell’Italia di proporsi come un’alternativa credibile alle potenze occidentali in declino.

La penetrazione russa e cinese: un modello vincente

In questo contesto, Russia e Cina stanno costruendo una presenza sempre più solida in Africa, offrendo pacchetti completi che combinano aiuti economici, infrastrutture e cooperazione militare. Mosca, in particolare, ha saputo sfruttare il malcontento verso l’Occidente, proponendo un modello che include addestramento, armamenti e il supporto dei contractor del gruppo Wagner.

La Cina, dal canto suo, continua a espandere la propria influenza economica, accompagnandola con una presenza militare crescente, come dimostra la base navale di Gibuti. La Turchia si sta ritagliando uno spazio importante, puntando su una cooperazione pragmatica che spazia dalla difesa alle infrastrutture.

Conclusioni

Per l’Italia, l’occasione di rafforzare la propria influenza in Africa potrebbe rivelarsi un’opportunità storica mancata. Senza un piano strategico che integri sicurezza e sviluppo, il nostro Paese rischia di rimanere ai margini di una partita sempre più dominata da attori extra-occidentali. È tempo di ripensare il nostro approccio, puntando su progetti bilaterali e una cooperazione diretta con i governi africani. Solo così l’Italia potrà competere in un continente che si sta rapidamente trasformando in un nuovo campo di battaglia geopolitico.

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