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Il declino della politica globale: dal mito dell’egemonia alla barbarie del diritto calpestato

Nel labirinto della geopolitica del 2024, una verità emerge con disarmante chiarezza: il disegno delle potenze occidentali si muove in una direzione che ignora l’etica, alimenta l’instabilità e sacrifica la diplomazia sull’altare della forza bruta. Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a gestire le crisi internazionali come se il mondo fosse rimasto fermo al ventennio unipolare post-Guerra Fredda. Una visione miope, che ignora la trasformazione globale in atto, e che in nome della supremazia perpetua rischia di trascinare il pianeta in una spirale di conflitti.

La Cina e la strategia del confronto

La politica americana verso la Cina è un esempio lampante di questa deriva. Da anni gli Stati Uniti insistono su una strategia di contenimento, ma sotto la nuova amministrazione, questa si trasforma sempre più in una politica di confronto aggressivo. Taiwan diventa il terreno di scontro ideale per testare i limiti della diplomazia cinese, in un gioco pericoloso che rischia di trasformare il Pacifico in un nuovo campo di battaglia. Tariffe e protezionismo non bastano più: l’idea è costringere Pechino a cedere su questioni di sovranità e sviluppo economico, ignorando il fatto che, così facendo, si alimenta una reazione bellicosa che Pechino sarebbe più che felice di evitare.

In questo quadro, la continuità tra neo-conservatori e democratici appare evidente. La differenza tra il bellicismo della destra nazionalista e quello del centrosinistra si riduce a dettagli di forma, ma non di sostanza. I venture capitalist della Silicon Valley, la lobby pro-Israele, i magnati del petrolio e i donatori cristiani continuano a dettare le regole di un gioco che vede nella supremazia militare la chiave per mantenere il controllo globale. Non sorprende che la politica estera americana non abbia mai davvero preso in considerazione l’opzione della cooperazione come strumento di stabilità.

Medio Oriente: un disastro annunciato

Il Medio Oriente rappresenta l’altro fronte caldo in cui la forza bruta ha sostituito la diplomazia. L’idea di colpire i siti nucleari iraniani torna a farsi strada a Washington, come se non fosse già evidente quanto questo approccio sia controproducente. Ogni mossa aggressiva degli Stati Uniti non fa che rafforzare la convinzione di Teheran di dover ottenere l’arma nucleare per garantire la propria sopravvivenza. La denuncia unilaterale del JPCOA da parte di Trump nel 2018 ha dato il colpo di grazia a un accordo che avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta nella distensione regionale. Da allora, nessuna amministrazione americana ha davvero provato a invertire la rotta.

Nel frattempo, Israele continua a godere di un’impunità che delegittima qualsiasi discorso sul rispetto del diritto internazionale. I crimini di guerra commessi a Gaza e nei territori palestinesi, accertati da organismi internazionali, vengono ignorati, mentre Netanyahu e Gallant, oggetto di mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale, non devono temere nulla. Gli Stati europei, pur firmatari dello Statuto di Roma, preferiscono voltarsi dall’altra parte, dimostrando ancora una volta che il diritto vale solo quando non interferisce con gli interessi geopolitici ed economici.

La cooperazione internazionale che non c’è

Il contrasto con il resto del mondo non potrebbe essere più netto. I Brics, spesso descritti come un’accozzaglia di interessi contrastanti, riescono dove l’Occidente fallisce: risolvono diplomaticamente i conflitti tra membri, come dimostrano i recenti accordi tra Cina e India o tra Iran e Arabia Saudita. Invece di prendere esempio da questi approcci, l’Occidente persiste in un modello egemonico che non fa altro che alimentare instabilità e sfiducia.

La realtà è che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno perso la capacità di pensare strategicamente. La forza militare è diventata l’unica risposta a sfide che richiederebbero dialogo e cooperazione. In questa cornice, anche l’etica è stata sacrificata. L’appoggio incondizionato a Israele e la connivenza con i suoi crimini di guerra dimostrano quanto poco contino i principi quando si tratta di proteggere alleati strategici.

La barbarie del XXI secolo

Il risultato è un ritorno alla barbarie. Il diritto internazionale, faticosamente costruito nel secolo scorso, viene calpestato ogni giorno, mentre le opinioni pubbliche occidentali sono anestetizzate da un’informazione complice, che presenta i conflitti come inevitabili e le violazioni come necessarie. Il XXI secolo, che doveva essere il secolo della cooperazione e della pace, rischia di trasformarsi in un’epoca di instabilità cronica e guerra perpetua.

L’unico antidoto possibile è una presa di coscienza collettiva. Gli Stati Uniti e l’Europa devono abbandonare il mito dell’egemonia e tornare a investire nella diplomazia e nella cooperazione. Ma per farlo, dovrebbero prima ammettere i loro errori. E questo, purtroppo, sembra ancora più improbabile di una pace duratura in Medio Oriente o nel Pacifico.

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