
Ci sono momenti nella storia di una nazione in cui la trama della democrazia si rivela fragile, come un tessuto lacerato da mani invisibili. L’Italia degli anni Sessanta e Settanta è stata attraversata da uno di questi momenti, un’epoca in cui lo Stato sembrava tradire sé stesso, cedendo spazio a poteri oscuri, intrecciati con interessi sovranazionali, che cercavano di riscrivere le regole del gioco democratico. A guidare questa operazione non era una forza dichiaratamente nemica, ma un’entità trasversale, interna ed esterna allo stesso tempo, capace di muoversi tra le istituzioni e oltre i confini nazionali. Una sorta di antistato.
Il nome di Ordine Nuovo, spesso associato alla violenza dell’estrema destra, emerge come il fulcro operativo di una rete terroristica eversiva. Vincenzo Vinciguerra, figura emblematica ma ambivalente di quella stagione, nel 1984 dichiarò al giudice istruttore di Bologna che tutte le stragi italiane dal 1969 in poi avevano una matrice comune. «Le direttive», disse, «partono da apparati inseriti nelle istituzioni». Ordine Nuovo, in particolare il gruppo veneto, era il nucleo operativo di una macchina ben più complessa, sostenuta da solidi legami con apparati istituzionali italiani e stranieri, tra cui spiccava la CIA.
Questa rete eversiva, però, non agiva solo per il proprio tornaconto ideologico. La strategia della tensione, come è ormai acclarato, non era un fine, ma un mezzo: un piano più vasto, costruito per condizionare il quadro politico e impedire quello che, nella logica atlantista, appariva come il pericolo supremo: lo “scivolamento verso sinistra”. È in questo contesto che Gianadelio Maletti, generale del SID, condannato per depistaggi sulla strage di Piazza Fontana, offre una testimonianza cruciale. Intervistato nel 2000, Maletti descrisse un quadro in cui la CIA, con il contributo di gruppi dell’estrema destra come Ordine Nuovo, cercava di arrestare la crescita dell’influenza comunista in Italia. «La loro strategia», affermò, «era talmente cinica da passare sopra centinaia di morti innocenti».
Le basi NATO di Aviano e Napoli furono, secondo Maletti, punti nevralgici per il transito di esplosivi destinati ai gruppi eversivi. L’esplosivo usato nella strage di Piazza Fontana proveniva proprio da uno di questi carichi, segnalati, ma mai fermati. Questa connivenza – perché così deve essere chiamata – non si limitava al silenzio complice, ma si manifestava nel rifornire materiale e garantire coperture. Ordine Nuovo non agiva da sola; era parte di un sistema, una ruota in un ingranaggio globale.
Ma qui sta il paradosso che più inquieta: lo Stato stesso, attraverso i suoi apparati, non solo tollerò questa rete, ma vi partecipò attivamente. Non c’era piena consapevolezza, disse Maletti, ma esisteva un “orientamento” nei servizi segreti italiani che sposava la logica della strategia della tensione. Come spiegare, altrimenti, la persistenza di queste organizzazioni, mai smantellate, sempre protette? Come giustificare i depistaggi, le omissioni, i silenzi? L’ombra lunga di questi anni non si è mai dissolta del tutto, e le domande rimangono.
Le stragi – da Piazza Fontana alla stazione di Bologna – erano inserite in un disegno di destabilizzazione. Ma destabilizzare per chi, per cosa? Per proteggere l’ordine atlantico, dice la storia ufficiale, per fermare il comunismo. Ma a quale prezzo? E con quale complicità?
La risposta, forse, è nascosta nella trama stessa del nostro Stato, un’entità che ha spesso tradito la sua vocazione democratica per piegarsi a logiche di potere che la democrazia non contemplano. Questo è il buio dietro lo Stato, un buio che non è mai stato pienamente illuminato. Ed è forse questa la lezione più amara di quegli anni: il potere, quando si spoglia della trasparenza, cessa di essere garante di giustizia e diventa una macchina che schiaccia vite e ideali, in nome di una sicurezza che non appartiene ai cittadini, ma solo a chi lo detiene.
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