
Un anno che parte in trincea
Per Teheran il 2020 non comincia: esplode. Nel giro di pochi giorni la Repubblica islamica si ritrova al centro di una spirale che combina guerra nell’ombra, vendetta annunciata, scosse sui mercati e, subito dopo, una crisi di credibilità interna. L’uccisione del generale Qassem Soleimani a Baghdad, l’attacco missilistico contro due basi con presenza statunitense in Iraq e l’abbattimento accidentale di un aereo di linea appena decollato dall’aeroporto Imam Khomeini di Teheran aprono l’anno con una sequenza di colpi che rimettono in gioco vecchie ossessioni e nuovi rischi. La prima metà del 2020, poi, si aggrava con la pandemia: l’Iran entra fra i Paesi più colpiti e deve affrontare l’emergenza sanitaria nel mezzo di una pressione economica già estrema.
Questa storia, oltre la cronaca, è un manuale del potere iraniano: come reagisce quando si sente assediato, come costruisce consenso, come prova a misurare la risposta militare evitando l’irreparabile, e come paga – spesso immediatamente – ogni incrinatura della propria narrazione.
Il segnale da Washington e il raid di Baghdad
Alla fine del 2019 le tensioni tra Stati Uniti e Iran crescono rapidamente, fino all’assalto al complesso dell’ambasciata americana a Baghdad. Il 2 gennaio 2020 il segretario alla Difesa Mark Esper sostiene che esisterebbero “alcuni indizi” secondo cui l’Iran o gruppi sostenuti da Teheran starebbero preparando nuovi attacchi contro interessi statunitensi in Medio Oriente. Il messaggio è esplicito: se accadrà, Washington reagirà; e se saprà di piani ostili, prenderà iniziative preventive per proteggere le proprie forze e le vite dei cittadini americani.
Il giorno successivo, 3 gennaio, Qassem Soleimani – comandante delle forze speciali al-Qods delle Guardie rivoluzionarie – viene ucciso in un attacco statunitense condotto con droni nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, mentre viaggia in convoglio insieme ad altri miliziani sciiti iraniani e iracheni. Tra le vittime c’è Abu Mahdi al-Muhandis, figura di vertice delle milizie sciite irachene: il numero due di Hashd al-Shaabi, coalizione paramilitare filoiraniana conosciuta anche come Forze di mobilitazione popolare.
Il Pentagono rivendica l’operazione, dichiarando che Soleimani stava predisponendo azioni contro diplomatici e personale americano in Iraq e nella regione. Per Washington l’uccisione è “legittima” anche perché, l’8 aprile 2019, le Guardie rivoluzionarie erano state inserite nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere, insieme alla componente al-Qods, incaricata delle operazioni all’estero. La difesa statunitense insiste: Soleimani e al-Qods sarebbero responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di migliaia; inoltre gli vengono attribuiti gli attacchi contro l’ambasciata a Baghdad dei giorni precedenti. Il raid, nelle intenzioni americane, dovrebbe funzionare da deterrente, un avvertimento per scoraggiare altri piani iraniani. E viene ribadito un principio: gli Stati Uniti continueranno ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere persone e interessi nel mondo.
Il generale che valeva più di un reparto
Soleimani è, nello stesso tempo, un comandante e un simbolo. L’ex analista dell’intelligence statunitense Kenneth Pollack ne offre un ritratto volutamente provocatorio: per molti sciiti mediorientali sarebbe un personaggio quasi “mitologico”, mentre per l’Occidente rappresenterebbe l’uomo che esporta la Rivoluzione islamica, sostiene il terrorismo, tenta di rovesciare governi filo-occidentali e alimenta conflitti. La rivista Time, nel 2017, lo inserisce tra le cento personalità più influenti del mondo: a capo delle forze al-Qods operative fuori dai confini, viene descritto come artefice dell’espansione iraniana e coordinatore delle milizie sciite in Libano, Siria, Iraq e Iran.
In una lettura giornalistica italiana, Alberto Zanconato lo definisce lo stratega e l’esecutore della penetrazione militare e politica iraniana nel Medio Oriente, la carta che consente ancora alla Repubblica islamica di reggere l’urto delle pressioni militari ed economiche statunitensi.
Dentro l’Iran il suo peso è misurabile: negli anni milioni di iraniani applaudono le sue imprese. Un sondaggio del 2018 lo accredita come più popolare del presidente Hassan Rohani e del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Molti immaginano un suo ingresso in politica: figura considerata trasversale, potenzialmente in grado di ridurre lo scontro fra falchi e moderati. Soleimani, però, dichiara di non voler correre. E proprio questa popolarità, in vita, lo rende anche temuto: se si fosse candidato avrebbe potuto travolgere la competizione.
Da morto, accade l’inevitabile: diventa martire. E a celebrarlo non sono solo i settori più duri. Anche i riformisti si adeguano al lutto, nonostante un precedente pesante: nell’estate 1999 Soleimani è tra i dodici comandanti che scrivono al presidente Mohammad Khatami intimandogli di fermare le proteste degli studenti, lasciando intendere che, in caso contrario, la stagione riformista avrebbe potuto essere spazzata via da un colpo di Stato. Eppure, ai primi di gennaio 2020, Khatami è tra i primi a esprimere cordoglio; lo fa anche l’ayatollah riformatore Sanaei dalla città santa di Qum.
La costruzione del mito si alimenta anche di immagini: nel giorno della morte compare sui social la foto di un Corano macchiato di sangue con la frase che lo avrebbe avuto in tasca al momento dell’attacco. Di quel libro, incenerito dal drone, non resterebbe nulla; del corpo, invece, resta un segno identificativo: l’anello.
Sul suo profilo viene diffuso anche un video di quando era un giovane soldato nella guerra Iran-Iraq. La biografia completa il quadro: nato nel 1957, figlio di contadini, nel villaggio di Rabor, regione di Kerman, dal 1998 guida le forze al-Qods, che rispondono direttamente alla guida suprema. Carattere riservato, resta poco noto al grande pubblico fino al 2013, quando foto e documentari lo rendono protagonista della guerra in Siria. Prima di allora preferisce muoversi nell’ombra: nel 2001, quando gli Stati Uniti bombardano e invadono l’Afghanistan, è lui a prendere decisioni cruciali, poi comunicate al ministero degli Esteri; mantiene un profilo simile nel 2006 durante il conflitto tra Israele e gli Hezbollah libanesi, coordinando attività sul terreno. Ha un ruolo nel bloccare la corsa all’indipendenza dei curdi iracheni dopo il referendum del 25 settembre 2017. Nel 2018 emerge un suo coinvolgimento di alto livello nei negoziati per formare il governo di Baghdad. E a fine 2019 il suo via vai dalla capitale irachena diventa costante, mentre le fazioni si contendono la formazione di un nuovo esecutivo.
Il risultato è una percezione forte: Soleimani diventa, per molti, il “secondo uomo” della Repubblica islamica dopo Ali Khamenei. Per gli iraniani e per ampi settori del mondo sciita è l’eroe che guida reparti capaci di respingere gruppi jihadisti come lo Stato islamico, Jabhat al-Nusra e al-Qaeda, e insieme l’uomo in grado di tenere insieme interessi contrastanti. Per il Pentagono, invece, resta un bersaglio: un pericoloso terrorista da eliminare, anche sapendo che il prezzo politico e operativo potrebbe essere altissimo.
La scossa sui mercati e la politica a Washington
L’impatto è immediato e non riguarda solo l’area mediorientale. Nelle ore dopo la morte di Soleimani il prezzo del petrolio sale bruscamente: la seduta del 3 gennaio chiude sopra i 63 dollari al barile, con un aumento superiore al 3%, dopo aver toccato anche quota 64, massimo degli ultimi dodici mesi. I mercati reagiscono male e scatta la corsa ai beni rifugio, con l’oro in forte rialzo: circa +1,79% a 1548,61 dollari l’oncia, dopo un picco intraday a 1550,49; si avvicina così al valore più alto dell’anno precedente, registrato il 5 settembre 2019 (1557,31).
Sul piano politico la morte del generale avvicina parte dell’Iraq sciita all’Iran e, soprattutto, ricompatta l’opinione pubblica della Repubblica islamica. Ma quel consenso, già per sua natura “da assedio”, verrà incrinato a breve dall’abbattimento dell’aereo ucraino.
L’attacco al capo di al-Qods aumenta la tensione tra Washington e Teheran e riverbera anche nella politica interna americana, perché Donald Trump non avverte il Congresso. Bernie Sanders, senatore del Vermont e allora candidato alle primarie democratiche del 2020 (si ritirerà in aprile, mentre l’ex vicepresidente Joe Biden otterrà la candidatura), chiede subito a Trump e ai repubblicani di evitare un nuovo fronte. In un video diffuso sui social ricorda la sua opposizione alla guerra in Vietnam e il suo impegno contro la guerra in Iraq, definita il peggior errore di politica estera della storia moderna americana; e avverte: se l’Iraq è stato un disastro, una guerra con l’Iran sarebbe peggiore.
Da Teheran arriva la promessa di vendetta. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale parla di “attacco criminale” e del più grande errore americano in Medio Oriente, sostenendo che gli Stati Uniti non eviteranno facilmente le conseguenze di quel calcolo sbagliato; la vendetta, dicono, sarà grave e arriverà nel luogo e nel tempo opportuni. L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Majid Takht Ravanchi, in un’intervista televisiva sintetizza la dottrina: a un’azione militare si risponde con un’azione militare; chi, quando e dove “si vedrà”.
Ma la linea iraniana non è solo minaccia. Nelle stesse ore Teheran tiene aperta la porta diplomatica: il 3 gennaio Stati Uniti e Iran si scambiano messaggi riservati attraverso l’incaricato d’affari svizzero, che rappresenta gli interessi americani in Iran. Nel messaggio a Washington, il governo iraniano definisce l’uccisione di Soleimani un atto di terrorismo di Stato e attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di tutte le conseguenze. Il giorno dopo Ravanchi scrive al segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e al presidente di turno del Consiglio di sicurezza, il vietnamita Dang Dinh Quy: sostiene che l’assassinio è un esempio evidente di terrorismo di Stato, una grave violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, con conseguente responsabilità internazionale americana. E aggiunge un’accusa politica: questo atto, sostiene Teheran, rende poco credibile la pretesa statunitense di combattere il terrorismo perché colpisce chi combatte i terroristi. In quel contesto, non a caso, i gruppi jihadisti salutano con favore la morte di Soleimani. L’Europa, nella lettura iraniana, sembra non cogliere il peso di questo effetto.
Il lutto come mobilitazione: cinque città, cinque messaggi
Dopo l’uccisione del generale vengono proclamati tre giorni di lutto nazionale. Le esequie sono spezzate in più tappe: una domenica mattina ad Ahvaz, vicino al confine iracheno; una domenica pomeriggio a Mashhad, grande città santa nel Nordest; poi Teheran, lunedì mattina, con la preghiera guidata dalla guida suprema Khamenei; ancora Qum, altro centro religioso fondamentale; infine la sepoltura a Kerman, città natale.
Ogni luogo ha un valore simbolico. Ad Ahvaz Soleimani si era formato durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988). Qui, in una domenica di gennaio, un camion ornato di fiori e coperto da un telo con la cupola della Roccia di Gerusalemme trasporta le bare di Soleimani e di al-Muhandis. La folla solleva ritratti del generale; le agenzie iraniane descrivono partecipazione enorme con formule diverse: “innumerevole”, “incredibile”, “gloriosa”. La televisione di Stato trasmette in diretta con lo schermo listato a lutto. Le strade si riempiono di bandiere rosse (sangue dei martiri), verdi (islam), bianche con slogan religiosi e immagini del generale. La gente piange, urla “Morte all’America”. Lo stesso slogan risuona nel Parlamento iraniano, mentre i deputati invocano la rappresaglia.
La scena si ripete a Mashhad, dove la grande affluenza allunga i tempi e costringe le autorità a riorganizzare e, di fatto, a cancellare alcune cerimonie previste successivamente a Teheran.
Nello stesso giorno arriva un passaggio cruciale da Baghdad: i deputati iracheni chiedono al governo di espellere i militari americani. La prima risposta all’uccisione di Soleimani, dunque, non è subito una pioggia di missili: è un atto politico e parlamentare, in controtendenza rispetto alle attese di chi immaginava un’immediata risposta militare.
A seguito della mozione irachena, la coalizione internazionale contro lo Stato islamico sospende le attività; non si parla ancora di ritiro, si attende la decisione del governo di Baghdad, che nel 2014 aveva chiesto l’aiuto della forza internazionale davanti all’avanzata del sedicente califfato. Anche l’Alleanza atlantica sospende addestramenti e il segretario generale Jens Stoltenberg convoca una riunione degli ambasciatori dei 29 Paesi membri per esaminare la situazione.
Tra ritorsione e diplomazia: la scelta rischiosa di Teheran
Mentre la folla riempie le strade, i vertici iraniani valutano i passi successivi sapendo che un errore può avere conseguenze enormi. Hossein Dehghan, consigliere militare di Khamenei, afferma che la risposta iraniana all’uccisione di Soleimani sarà certamente militare e contro obiettivi militari. Tuttavia, non viene esclusa la carta diplomatica. Zarif ottiene un colloquio telefonico con Josep Borrell, responsabile della politica estera e di sicurezza dell’Unione, che invita il ministro a Bruxelles e chiede collaborazione per ridurre le tensioni.
Ma sul fronte occidentale emergono subito posizioni nette: il nuovo primo ministro britannico Boris Johnson dichiara che non verserà lacrime per Soleimani, considerato una minaccia per gli interessi occidentali; il presidente francese Emmanuel Macron condanna pubblicamente le attività destabilizzanti attribuite alle forze speciali guidate dal generale. Da Beirut, Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah libanesi, prevede che presto cominceranno a rientrare negli Stati Uniti le bare dei soldati americani.
Soleimani è morto, ma la sua eredità resta: la dottrina della profondità strategica. È la linea con cui la Repubblica islamica tenta di spostare fuori dai confini la propria difesa, agendo nei teatri vicini – soprattutto Iraq, Siria e Libano – per estendere interessi e costruire relazioni con attori regionali mentre l’area è presidiata militarmente dagli Stati Uniti. È anche una risposta psicologica e politica al senso di assedio: l’Iran è un’eccezione nella regione, non arabo e sciita in un contesto prevalentemente sunnita.
Iraq, l’altra guerra: sovranità, proteste, doppia ingerenza
In Iraq la crisi Iran-Stati Uniti non cancella la protesta popolare, anzi la riorienta. Nella predica del venerdì 10 gennaio, nella principale moschea di Kerbala, un rappresentante del grande ayatollah Ali al-Sistani denuncia il ricorso a metodi fuori misura da parte di diverse entità, che finisce per aggravare la crisi e impedire soluzioni. Parla di azioni aggressive e pericolose, di ripetute violazioni della sovranità irachena, del deterioramento della situazione regionale.
Lo stesso venerdì migliaia di manifestanti scendono a Baghdad per evitare che le loro rivendicazioni vengano soffocate dalla nuova crisi: alcuni considerano Soleimani e al-Muhandis eroi, altri li odiano e li temono. I dimostranti accusano sia Stati Uniti sia Iran di trascinare il Paese nel caos e scandiscono slogan che colpiscono entrambi: “Il Parlamento non ci rappresenta”, “Né Iran né Stati Uniti”, “Portate le vostre guerre fuori dall’Iraq”.
Le proteste irachene non nascono a gennaio: erano esplose ai primi di ottobre 2019 contro corruzione, povertà, mancanza di lavoro e per chiedere giustizia sociale. A novembre, la rabbia si era rivolta anche contro Teheran, accusata di interferire troppo nella politica e nella sicurezza irachena. I dimostranti avevano tentato di incendiare il consolato iraniano a Kerbela il 3 novembre e l’azione si era ripetuta a Najaf il 27 novembre e il 1° dicembre, due giorni dopo le dimissioni offerte dal primo ministro iracheno in seguito a un sermone del venerdì dell’ayatollah al-Sistani.
Il 29 novembre, dopo l’uccisione di decine di manifestanti nel Sud del Paese, al-Sistani aveva chiesto al Parlamento di togliere la fiducia al governo del premier Adel Abdel Mahdi, sostenuto sia dall’Iran sia dagli Stati Uniti, nel pieno di una crisi politica e di sicurezza che investiva Baghdad e il Sud sciita in rivolta. Nella predica settimanale, sempre tramite un rappresentante, aveva sollecitato il Parlamento a intervenire per modificare gli equilibri e ascoltare le richieste della popolazione meridionale. Kerbela e Najaf restano, in questa storia, non solo città: sono luoghi sacri e barometri del rapporto fra politica, religione e piazza.
Dopo l’uccisione di Soleimani e al-Muhandis, a inizio gennaio 2020 le istanze si concentrano anche sulle ingerenze contrapposte di Washington e Teheran che rischiano di trasformare l’Iraq nel campo di battaglia di un’ennesima guerra regionale. Il Parlamento vota una risoluzione per chiedere al governo di esigere il ritiro delle truppe straniere: il quorum viene raggiunto a fatica e a votare sono soprattutto i deputati sciiti.
Intanto, nel sistema di governo iracheno entrano varie fazioni delle Forze di mobilitazione popolare, che chiedono vendetta per i “martiri” Soleimani e al-Muhandis e accusano Stati Uniti e Israele di sponsorizzare le proteste, anche attraverso trasmissioni televisive, con l’obiettivo – dicono – di distruggere la comunità sciita e l’intero Paese.
Dopo cinque mesi di stallo istituzionale, il 7 maggio Mustafa Kazimi ottiene la fiducia del Parlamento. Ha 53 anni, è sciita, ha guidato i servizi di intelligence, ed è considerato vicino sia a Teheran sia a Washington. La sua missione parte in salita per il malcontento socioeconomico, soprattutto nelle regioni centro-meridionali a maggioranza sciita. Resta anche la sfida delle formazioni armate: il ruolo di Kataib Hezbollah sembra essere contenuto grazie a misure adottate dal governo di Baghdad; tra queste, il 23 aprile alcune fazioni delle Forze di mobilitazione popolare vengono poste sotto il controllo diretto dell’ufficio del primo ministro.
Un gennaio che riscrisse l’Iran: dal colpo di Baghdad al cortocircuito di Teheran
Tre scosse in dieci giorni: uccisione mirata, ritorsione calcolata, tragedia civile
L’Iran entra nel 2020 con una sequenza di eventi che, messi in fila, spiegano molto anche dell’Iran di oggi: l’eliminazione del generale Qassem Soleimani a Baghdad, l’attacco missilistico iraniano contro due basi con presenza statunitense in Iraq, poi l’abbattimento “per errore” del Boeing ucraino decollato da Teheran. Tre scosse in dieci giorni, seguite da una quarta: il Covid-19, che colpisce la Repubblica islamica tra i primi epicentri extra-cinesi e la costringe a scelte politiche, sanitarie e securitarie tutte dentro un quadro di sanzioni e isolamento.
Quella che si apre non è una semplice cronaca. È un passaggio di fase: l’Iran si ritrova a dover tenere insieme deterrenza militare, consenso interno e sopravvivenza economica, mentre la regione e i mercati misurano ogni gesto in barili e in once d’oro.
Il segnale del Pentagono e la notte del 3 gennaio
Dopo le tensioni di fine 2019 e l’assalto al complesso dell’ambasciata statunitense a Baghdad, il 2 gennaio 2020 il segretario alla Difesa Mark Esper sostiene che esisterebbero “indicazioni” su ulteriori attacchi pianificati dall’Iran o da gruppi sostenuti da Teheran contro interessi americani in Medio Oriente. Avverte che Washington “agirà” e, se verrà a conoscenza di nuovi piani, adotterà misure preventive “per proteggere le forze americane e le vite degli americani”.
Il giorno dopo, 3 gennaio, un raid statunitense con droni colpisce nei pressi dell’aeroporto di Baghdad un convoglio in cui viaggia Qassem Soleimani, comandante delle forze speciali al-Qods delle Guardie rivoluzionarie. Nell’attacco muoiono anche altri miliziani sciiti iraniani e iracheni. Tra le vittime c’è Abu Mahdi al-Muhandis, figura di vertice delle milizie paramilitari sciite irachene: il “numero due” di Hashd al-Shaabi, coalizione spesso indicata anche con l’acronimo delle Forze di mobilitazione popolare.
Il Pentagono conferma immediatamente la responsabilità dell’operazione, sostenendo che Soleimani stesse preparando attacchi contro diplomatici e personale americano in Iraq e nell’area e presentando il raid come deterrenza per piani futuri. La giustificazione statunitense si aggancia anche a un passaggio precedente: l’8 aprile 2019 Washington aveva inserito le Guardie rivoluzionarie tra le organizzazioni terroristiche straniere, includendo anche al-Qods, reparto incaricato delle operazioni esterne. Nella narrazione americana, Soleimani e al-Qods sarebbero responsabili di centinaia di morti americani e migliaia di feriti e sarebbero legati, tra le altre cose, agli attacchi contro l’ambasciata a Baghdad nei giorni precedenti.
Il personaggio e il simbolo: chi era Soleimani per Teheran e chi per Washington
La figura di Soleimani si presta, quasi naturalmente, a due racconti opposti. Da un lato, per l’Iran e per ampi settori del mondo sciita mediorientale, è l’uomo che ha reso “visibile” una strategia di difesa avanzata: ha coordinato milizie e alleati in Libano, Siria e Iraq, ha contribuito a respingere gruppi jihadisti come Stato islamico, Jabhat al-Nusra e al-Qaeda, e ha fatto da mediatore di interessi spesso divergenti tra attori sciiti.
Dall’altro lato, per il Pentagono è un “terrorista” da neutralizzare anche a costo di pagare un prezzo elevatissimo in termini di reazioni nella regione. L’ex analista della Cia Kenneth Pollack lo aveva descritto con un paragone volutamente eccentrico, come una figura insieme pop e militare; e nel 2017 la rivista Time lo aveva inserito tra le cento personalità più influenti al mondo sottolineandone il ruolo nell’espansione iraniana e nel coordinamento delle milizie sciite.
In Iran, la sua popolarità è un dato politico: in un sondaggio del 2018 risulta più apprezzato del presidente Hassan Rohani e del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Molti lo vedrebbero bene in politica perché percepito “super partes”, capace di ridurre la frattura tra falchi e moderati; lui, però, dichiara di non volersi candidare. Proprio quel profilo trasversale lo rende anche temuto: se fosse sceso in campo, avrebbe potuto travolgere gli equilibri.
Da morto, diventa martire anche per una parte del mondo riformista. È un paradosso solo apparente: nel 1999 Soleimani figurava tra i comandanti che scrissero all’allora presidente Mohammad Khatami intimando di chiudere le proteste universitarie, ventilando l’ipotesi di un colpo di Stato se non lo avesse fatto. Eppure, ai primi di gennaio 2020, lo stesso Khatami esprime cordoglio; lo fa anche l’ayatollah riformatore Sanaei da Qum. Sui social circola l’immagine del Corano macchiato di sangue che Soleimani avrebbe avuto in tasca; del corpo, si dirà, resta soprattutto l’anello identificativo.
Biograficamente, Soleimani nasce nel 1957 in una famiglia contadina nel villaggio di Rabor, nella regione di Kerman. Dal 1998 guida al-Qods, che risponde direttamente al leader supremo. Rimane a lungo defilato fino a diventare più noto dal 2013, quando compare in foto e documentari legati alla guerra in Siria. Ha un profilo operativo: nel 2001, durante l’invasione statunitense dell’Afghanistan, è lui a prendere decisioni cruciali, poi comunicate al ministero degli Esteri; nel 2006 coordina attività durante la guerra tra Israele e Hezbollah; nel 2017 ha un ruolo nel contenere l’ipotesi d’indipendenza curda in Iraq dopo il referendum del 25 settembre; nel 2018 emergono notizie di un suo coinvolgimento nei negoziati per la formazione del governo di Baghdad. A fine 2019 transita spesso per la capitale irachena mentre le fazioni cercano di costruire un nuovo esecutivo. Nell’immaginario di molti, è diventato di fatto il secondo uomo del sistema dopo Ali Khamenei.
L’effetto immediato: petrolio, oro e mercati che prezzano la paura
Le ore successive all’uccisione mostrano quanto il braccio di ferro Iran-Stati Uniti sia anche un fatto economico globale. Il 3 gennaio il greggio sale e chiude sopra i 63 dollari al barile, in rialzo di oltre il 3%, dopo aver superato anche i 64 dollari, massimo dei dodici mesi precedenti. Si attiva la corsa ai beni rifugio: l’oro sale di circa l’1,79% fino a 1548,61 dollari l’oncia, dopo un picco intraday oltre 1550, e si avvicina ai livelli più alti dell’anno precedente (in settembre 2019 era salito fino a 1557,31).
Sul piano politico, l’assassinio avvicina l’Iran a una parte dell’Iraq sciita e compatta l’opinione pubblica iraniana. Ma quella coesione, già fragile, verrà erosa pochi giorni dopo dall’incidente del Boeing ucraino.
Negli Stati Uniti si apre anche un fronte interno: Donald Trump non informa preventivamente il Congresso dell’attacco. Bernie Sanders, allora in corsa per le primarie democratiche, mette in guardia dal rischio di aprire un nuovo conflitto, ricordando il Vietnam e definendo la guerra in Iraq “il peggior errore di politica estera” della storia moderna americana, aggiungendo che una guerra con l’Iran sarebbe “anche peggio”.
Messaggi, minacce e canali riservati
La leadership iraniana promette vendetta ma mantiene aperto lo spazio diplomatico. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale parla di “errore di calcolo” americano e annuncia che la risposta arriverà “nel luogo e nel tempo giusto”. L’ambasciatore iraniano all’Onu Majid Takht Ravanchi, intervistato da un’emittente statunitense, usa la formula che pesa come un avvertimento: a un’azione militare si risponde con un’azione militare; chi, quando e dove “si vedrà”.
Intanto, lo stesso 3 gennaio, Washington e Teheran si scambiano messaggi attraverso l’incaricato d’affari svizzero, che rappresenta gli interessi statunitensi in Iran. Teheran definisce l’uccisione di Soleimani “terrorismo di Stato” e attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di tutte le conseguenze. Il 4 gennaio Ravanchi scrive al segretario generale dell’Onu António Guterres e al presidente di turno del Consiglio di sicurezza, sostenendo che l’atto viola il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite e “invalida” la pretesa statunitense di combattere il terrorismo, perché colpisce chi combatte i terroristi. Nella lettura iraniana, non a caso, i gruppi jihadisti accolgono con favore la morte di Soleimani.
I funerali come plebiscito e la geografia del lutto
In Iran vengono proclamati tre giorni di lutto nazionale e si organizzano cerimonie in più città, ciascuna con un significato: Ahvaz, Mashhad, Teheran (con la preghiera guidata da Khamenei), Qum e infine Kerman, la città natale, dove avverrà la sepoltura.
Ad Ahvaz, sul confine con l’Iraq, un camion addobbato di fiori trasporta le bare di Soleimani e al-Muhandis coperte da un telo con la Cupola della Roccia di Gerusalemme. Le agenzie iraniane parlano di partecipazione enorme; la televisione di Stato trasmette con lo schermo listato a lutto. La folla sventola bandiere rosse (sangue dei martiri), verdi (islam) e bianche con slogan religiosi e ritratti del generale. Tra i cori c’è “Morte all’America”, ripetuto anche in Parlamento.
A Mashhad la partecipazione costringe a ripensare i tempi e contribuisce a cancellare alcune tappe successive previste a Teheran. In Iraq, quasi in parallelo, il Parlamento vota una risoluzione che chiede al governo di esigere il ritiro delle truppe straniere. È un passaggio rilevante perché la prima reazione politica è istituzionale, non missilistica: un segnale che il terreno iracheno resta il punto più sensibile.
La coalizione anti-Stato islamico a guida americana sospende le attività; non è ancora un ritiro, è un’attesa della decisione di Baghdad. Anche la Nato sospende addestramenti e Jens Stoltenberg convoca una riunione degli ambasciatori. Teheran valuta la risposta sapendo che una mossa sbagliata può incendiare tutto.
La profondità strategica resta, anche senza il suo architetto
Consiglieri e vertici militari iraniani anticipano che la risposta sarà militare “contro siti militari”. Ma, nello stesso tempo, l’Iran prova a tenere vivo il canale europeo: Zarif sente Josep Borrell, responsabile della politica estera dell’Unione, che chiede collaborazione per ridurre la tensione e invita il ministro a Bruxelles.
Londra e Parigi, però, esprimono rapidamente solidarietà a Trump: Boris Johnson dice che non ci sarà “cordoglio” per Soleimani, definito una minaccia; Emmanuel Macron condanna pubblicamente attività destabilizzanti attribuite alle forze speciali guidate dal generale. Da Beirut, Hassan Nasrallah evoca “bare di soldati americani” dirette verso gli Stati Uniti.
Il punto, per Teheran, è che la strategia non muore con un uomo: la dottrina della profondità strategica rimane una linea di sopravvivenza. Significa presenza e influenza nei teatri vicini, in particolare Iraq, Siria e Libano, per spostare la pressione fuori dai confini e rompere la sensazione di assedio. È un modo di vivere la geopolitica come difesa preventiva permanente.
Iraq: sovranità contesa e piazze che rifiutano tutti
In quei giorni si vede anche l’altra faccia dell’Iraq: le proteste popolari, già esplose a ottobre 2019 contro corruzione, povertà e disoccupazione, non spariscono. Dopo l’uccisione di Soleimani e al-Muhandis, migliaia di manifestanti tornano a Baghdad con slogan netti: “Il Parlamento non ci rappresenta”, “Né Iran né Stati Uniti”, “Portate le vostre guerre fuori dall’Iraq”.
L’ayatollah Ali al-Sistani, influentissimo riferimento sciita, attraverso un suo rappresentante durante la preghiera del venerdì a Kerbala parla di metodi “fuori misura” che aggravano la crisi e di azioni aggressive che violano ripetutamente la sovranità irachena e deteriorano la situazione regionale. È un richiamo che colpisce in due direzioni: contro l’ingerenza esterna e contro la militarizzazione permanente.
Nel contesto politico, il Parlamento iracheno vota una risoluzione sul ritiro delle truppe straniere con quorum raggiunto a fatica e con voto soprattutto sciita. Intanto, alcune fazioni delle milizie filo-iraniane entrano nel gioco di governo, accusando Stati Uniti e Israele di “sponsorizzare” le proteste per distruggere la comunità sciita e l’intero Paese.
Dopo mesi di stallo, il 7 maggio Mustafa Kazimi ottiene la fiducia: 53 anni, sciita, ex capo dell’intelligence, considerato vicino sia a Teheran sia a Washington. La sua missione parte in salita per il malcontento socioeconomico e per il tema delle armi: tra le misure ricordate, il 23 aprile Baghdad mette alcune fazioni delle milizie sotto controllo diretto dell’ufficio del premier.
Effetti collaterali: accordo nucleare indebolito, diaspora sotto pressione, guerra dei simboli
Con la morte di Soleimani arriva un colpo ulteriore anche all’accordo nucleare: il 6 gennaio Teheran annuncia che non rispetterà più limiti su arricchimento, scorte, ricerca e sviluppo, compiendo il quinto passo di riduzione degli impegni. Però evita la rottura totale: mantiene l’apertura alle ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ribadisce l’uso civile e sostiene che tornerebbe ai vincoli se cessassero sanzioni ed embargo petrolifero. Con Trump alla Casa Bianca, quella condizione appare fuori portata.
Negli stessi giorni un episodio negli Stati Uniti colpisce la diaspora: circa 150 cittadini americani di origine iraniana vengono fermati alla frontiera tra Canada e stato di Washington e trattenuti per molte ore; altri vengono bloccati e interrogati negli aeroporti di Los Angeles e San Francisco su opinioni politiche, viaggi in Iran, studi universitari, professioni familiari. Molti rientravano dalle vacanze o da un concerto a Vancouver di due cantanti pop iraniani. La “colpa” è l’origine. Il precedente è il decreto del 2017 che limitava l’ingresso di cittadini di diversi Paesi musulmani.
A livello retorico l’escalation corre sui simboli: Rohani promette che la vendetta arriverà quando gli Stati Uniti saranno “tagliati per sempre” dalla regione; la figlia di Soleimani, Zeinab, parla di “giornate buie” per l’America. Trump, temendo ritorsioni, evoca la possibilità di colpire 52 siti culturali iraniani, numero legato agli ostaggi del 1979. Zarif ribatte che colpire siti dell’antica Persia sarebbe un crimine di guerra e avverte che la regione rischierebbe di trasformarsi in un nuovo Vietnam. Negli Stati Uniti la Camera approva una risoluzione per limitare le azioni militari contro l’Iran; nell’Unione Europea si riuniscono i ministri degli Esteri in seduta straordinaria.
Persino lo sport paga il clima: vengono annullati allenamenti e trasferte programmate, con squadre che rinunciano a iniziative tra Doha e l’area del Golfo.
L’operazione “Soleimani martire”: missili, messaggi e una ritorsione senza bare
Nelle prime ore dell’8 gennaio i pasdaran lanciano missili balistici Qiam-1 e Fateh 313, con raggi d’azione indicati rispettivamente in 750 e 500 chilometri, contro la base di Ain al-Asad (provincia di al-Anbar, circa 160 chilometri da Baghdad) e quella di Erbil nel Kurdistan iracheno. L’ora scelta è carica di simboli: circa l’1.20 di notte, minuto più minuto meno, nel momento esatto in cui, il 3 gennaio, era avvenuta l’uccisione di Soleimani, e mentre a Kerman si svolge la sepoltura.
A Erbil c’è anche personale italiano: i militari si rifugiano nei bunker e risultano illesi. Le Guardie rivoluzionarie parlano di “vendetta” e rivendicano danni gravissimi. Minacciano che, se gli Stati Uniti risponderanno, colpiranno obiettivi in area come Dubai, Haifa e Tel Aviv e, sui canali di messaggistica, arrivano a evocare colpi sul territorio americano.
È l’attacco iraniano più serio contro gli Stati Uniti dal 1979. Ma la logica strategica è evidente: Teheran deve dimostrare forza al proprio pubblico e alla propria rete regionale, ma cerca anche di evitare che la risposta americana diventi automatica e devastante. Non attacca la Quinta Flotta in Bahrain, non chiude lo Stretto di Hormuz, non colpisce altre basi del Golfo: mosse che avrebbero alzato il livello di rischio in modo incontrollabile.
Il mercato reagisce: petrolio e oro tornano a correre, con il greggio che sale e l’oro che si avvicina a quota 1600 dollari l’oncia, livello che non si vedeva dal 2013. Anche qui, il messaggio è doppio: la guerra è militare, ma si combatte soprattutto con leve economiche.
La “guerra mediatica” procede a colpi di dichiarazioni: Zarif presenta l’attacco come autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite e sostiene che l’Iran non cerchi escalation né guerra, ma si difenda. Khamenei parla di “schiaffo” e insiste sul fatto che gli americani debbano lasciare la regione. Rohani sintetizza con una frase destinata a restare: avete tagliato la mano di Soleimani, noi taglieremo il vostro piede nella regione.
Trump, invece, minimizza: “va tutto bene”, poi dichiara dalla Casa Bianca che non ci sono morti americani né iracheni. È plausibile che l’Iran abbia fatto arrivare segnali preventivi attraverso Baghdad: rimpatriare salme americane avrebbe potuto scatenare un salto di fase.
Più tardi emergerà che ci sono stati danni e feriti: a fine gennaio il Pentagono aggiorna il bilancio di commozioni cerebrali tra i soldati statunitensi colpiti a Ain al-Asad, con decine di casi e alcuni evacuati in strutture militari in Germania e in Kuwait. Anche questo dato dice molto: l’Iran colpisce, ma sembra voler contenere il prezzo politico massimo.
Trump definisce Soleimani “il peggior terrorista al mondo”, ma contemporaneamente dice di non voler ricorrere alla forza e riconosce che Teheran ha combattuto lo Stato islamico. Rivolgendosi agli iraniani, parla della necessità di un accordo “per crescere e prosperare”. L’offerta ha condizioni implicite: un’intesa senza scadenze sul nucleare e con limiti anche ai missili. È esattamente ciò su cui Teheran non intende cedere: durante la guerra Iran-Iraq, l’Iran non trovò nessuno disposto a vendergli missili. Da allora, la capacità missilistica è diventata una garanzia di sopravvivenza, non un optional negoziale.
Il Boeing ucraino: lo spazio aereo aperto, il missile, quattro giorni di negazioni
Dopo i missili, diverse compagnie cancellano voli verso Baghdad e Teheran; alcuni armatori sospendono rotte attraverso lo Stretto di Hormuz. Eppure, sorprendentemente, l’Iran non chiude lo spazio aereo. Il 8 gennaio 2020, in questo clima, un Boeing 737-800 della Ukraine International Airlines decolla dall’aeroporto Imam Khomeini diretto a Kiev. I tracciati indicano un decollo regolare alle 6.12, salita fino a circa 2400 metri, poi perdita improvvisa di quota. L’aereo scompare dai radar e si schianta nelle campagne attorno alla capitale. Nessun sopravvissuto: 167 passeggeri più equipaggio.
Le nazionalità diventano subito un tema politico: Kiev indica 82 iraniani e 63 canadesi, oltre a ucraini (compreso l’equipaggio), svedesi, afghani, britannici e tedeschi. Teheran parla di 147 iraniani includendo persone con doppia cittadinanza che rientravano in Occidente dopo le vacanze.
L’aereo era recente (fabbricato nel 2016), con manutenzione programmata effettuata il 6 gennaio. L’ipotesi guasto appare da subito poco credibile: non è un 737 Max e, secondo ricostruzioni, aveva operato senza problemi anche su rotte europee nei giorni precedenti. L’Iran recupera le due scatole nere ma fa sapere che non le consegnerà alla Boeing né agli Stati Uniti.
La diplomazia ucraina, nelle prime ore, esclude terrorismo e missile parlando di possibile guasto al motore; poi ritira la dichiarazione, il presidente Volodymyr Zelensky ordina un’inchiesta e Kiev inizia a considerare esplicitamente l’ipotesi di missile antiaereo o attentato. Solo nella notte tra venerdì e sabato, di fronte a prove diffuse sui media occidentali, il comandante aerospaziale dei pasdaran Amir Ali Hajizadeh ammette: è stato un missile iraniano. La versione parla di un soldato che, per un problema nelle comunicazioni, avrebbe lanciato senza ordine, scambiando il velivolo per una minaccia. Per giorni, però, ayatollah e pasdaran avevano negato: quel ritardo distrugge credibilità.
Le autorità sostengono che l’escalation creata dagli Stati Uniti con l’uccisione di Soleimani abbia generato il contesto dell’errore. Ma resta un punto che pesa: in quelle ore di massima tensione, chiudere lo spazio aereo sarebbe stata la misura più ovvia. Alle famiglie viene promesso un risarcimento complessivo da 150 milioni di dollari; in città verrà dedicata una strada e annunciato un memoriale.
Rohani parla di “errore disastroso” e di indagini per identificare e perseguire i responsabili; Zarif definisce la giornata “triste” e attribuisce l’errore umano al clima di crisi.
Il “vantaggio” inatteso dei jihadisti e l’effetto sul fronte anti-Stato islamico
Nel mezzo di questo caos, un dato operativo emerge: la coalizione a guida statunitense interrompe operazioni contro lo Stato islamico e l’addestramento delle forze irachene, concentrandosi sulla protezione dei propri uomini e sul contenimento del rischio di nuove azioni da parte iraniana o delle milizie. È un effetto collaterale che favorisce i gruppi jihadisti: quando i due principali avversari regionali si concentrano l’uno sull’altro, lo spazio per le organizzazioni clandestine tende a riaprirsi.
La stretta economica si allarga: sanzioni, settori colpiti e incertezza per gli europei
Il 10 gennaio arriva un ordine esecutivo statunitense che estende la mappa dei settori iraniani colpiti da sanzioni secondarie, cioè misure che possono colpire anche soggetti non americani. L’impatto pratico è la paralisi dei rapporti residui con operatori europei, inclusi molti italiani attivi nel manifatturiero iraniano: già dopo agosto 2018, con il ripristino delle sanzioni, gran parte dei canali commerciali era stata compromessa.
La logica dell’ordine è ampia: consente di inserire in lista nera soggetti globali che operano in comparti come edilizia, minerario, manifatturiero, tessile e altri definiti dall’amministrazione. Colpisce anche chi compie transazioni “significative” legate alla vendita o al trasferimento da o verso l’Iran di beni e servizi utilizzati in quei settori.
Il periodo di “svincolo” per chiudere contratti (wind down) scade il 9 aprile 2020. Un nodo tecnico crea ulteriore incertezza: non esiste una definizione ufficiale univoca di “settore manifatturiero”, e nel dubbio gli operatori adottano l’interpretazione più ampia, temendo che possano essere sanzionabili anche forniture di beni che servono a produrre altri beni di consumo o industriali.
Arriva poi una precisazione: una nota del 16 aprile indica che chi produce in Iran medicinali, dispositivi medici e prodotti per igiene e cura (sapone, disinfettanti, ventilatori, respiratori, articoli per neonati, dispositivi di protezione individuale) destinati all’uso interno non verrà considerato operante nel settore manifatturiero sanzionabile. Ma l’effetto “banca e assicurazione” resta: anche merci non formalmente proibite diventano difficili da pagare e spedire.
Il 10 gennaio, oltre a società attive in alluminio, rame e acciaio, vengono colpiti sei individui di vertice: figure militari e religiose legate al sistema, con sanzioni che possono estendersi a chiunque abbia rapporti con loro o con entità a loro collegate. È probabile che molti abbiano interessi soprattutto interni o regionali, ma il segnale politico è chiaro: colpire la catena dirigente e aumentare il costo di qualunque cooperazione economica.
Paure nel Golfo: la guerra non conviene al business
Paradossalmente, dopo l’assassinio di Soleimani a preoccuparsi davvero sono anche alcune monarchie del Golfo. Sauditi ed emiratini desiderano da tempo vedere Washington contenere Teheran, ma quando il rischio di guerra diventa concreto scatta la domanda che conta: saremo bersaglio? Il conflitto danneggia traffici, investimenti, logistica, reputazione finanziaria. E i Paesi del Golfo, “popoli di mercanti”, lo sanno.
Il Qatar teme più degli altri perché il drone che ha colpito Soleimani sarebbe partito da al-Udeid, la grande base americana. Anche se Doha non fosse stata informata, il rischio è che Teheran consideri comunque il territorio qatarino un tassello del problema. Il punto è sensibile: Iran e Qatar condividono un enorme giacimento di gas nel Golfo, e mantenere relazioni funzionanti è interesse di entrambi. Inoltre, nel 2017 Doha era stata isolata da Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto con accuse di vicinanza all’Iran; in quella crisi Teheran aveva aiutato il Qatar con viveri e con l’uso dello spazio aereo. Il 4 gennaio 2020 il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani va a Teheran a porgere condoglianze e a sollecitare una de-escalation definendo la situazione “delicata e preoccupante”.
Il nucleare rientra nella crisi: la procedura europea e la fiducia che manca
Il 14 gennaio Gran Bretagna, Francia e Germania avviano la procedura di risoluzione delle controversie prevista dall’accordo sul nucleare: è un’accusa formale di violazione che, in teoria, può portare al ritorno delle sanzioni Onu. Teheran, dal canto suo, sostiene di aver ridotto gli impegni in risposta al comportamento americano dopo il ritiro unilaterale del 2018. Mosca, a differenza degli europei, ritiene quella giustificazione accettabile e non spinge per attivare il meccanismo.
La procedura prevede passaggi successivi: commissione congiunta, livello ministeriale, comitato consultivo, poi possibile rinvio al Consiglio di sicurezza. In pratica, il calendario viene scompaginato dalla pandemia.
Josep Borrell chiarisce l’obiettivo europeo: non reimporre sanzioni, ma riportare l’Iran al rispetto dell’accordo evitando che alla crisi regionale si aggiunga quella della proliferazione. Teheran, però, non crede più alle promesse europee: senza canali finanziari protetti dalle sanzioni secondarie, gli investimenti promessi non arrivano.
Il 27 maggio Mike Pompeo annuncia la fine del rinnovo di alcune esenzioni (waiver) legate a progetti sul nucleare iraniano consentiti dall’intesa. L’autorità americana competente pubblica una nota operativa con un periodo di 60 giorni per chiudere attività specifiche (modernizzazione del reattore di Arak, trasferimenti di uranio arricchito per il reattore di ricerca di Teheran, esportazione di determinati scarti e combustibile). Dopo il 27 luglio 2020, avverte Washington, le transazioni potrebbero diventare sanzionabili come supporto materiale e tecnologico all’organizzazione iraniana per l’energia atomica.
Elezioni legislative: l’astensione come voto, l’avanzata dei conservatori
Il 21 febbraio gli iraniani eleggono i 290 deputati. Il Consiglio dei guardiani boccia oltre metà dei circa 14.500 aspiranti candidati, soprattutto moderati e riformisti, inclusi 92 uscenti. Rohani reagisce denunciando un rischio per democrazia e sovranità: se le elezioni diventano nomine, “è il pericolo più grande”; è come andare in negozio e poter scegliere una sola marca.
La campagna parte il 13 febbraio per 7.148 candidati ammessi. Con moderati e riformisti falcidiati, i conservatori conquistano almeno 221 seggi, gli indipendenti 34, i riformisti 16. A Teheran il più votato è Mohammad Baqer Qalibaf, ex generale dei pasdaran ed ex sindaco, destinato a diventare figura centrale e possibile candidato per il dopo-Rohani.
L’affluenza è il dato politico: 42,57%, la più bassa nella storia della Repubblica islamica, sempre sopra il 50% nelle precedenti legislative. A Teheran vota solo il 25,4%, un elettore su quattro. Le ragioni si sommano: rabbia per la repressione delle proteste di novembre, sfiducia per le menzogne sull’aereo ucraino, crisi economica e timore del contagio, dato che i primi casi di Covid vengono individuati proprio il 19 febbraio a Qum.
La prima sessione del nuovo Parlamento, inizialmente prevista, slitta: si riunisce il 7 aprile dopo uno stop legato all’emergenza sanitaria. Molti deputati risultano contagiati; Larijani, allora presidente, è in quarantena. Il 29 maggio Qalibaf viene eletto presidente dell’assemblea.
Il Covid-19 in Iran: sanità solida, vulnerabilità nelle forniture, controllo sociale
L’Iran ha un sistema sanitario relativamente strutturato per l’area: circa 150.000 medici, 1.500 ospedali, 140.000 posti letto (1,7 ogni mille abitanti), vaccinazioni diffuse e bassa mortalità materno-infantile. È anche ben posizionato per produzione scientifica medica. Eppure è tra i Paesi più colpiti fin dalle fasi iniziali.
Qui si vede l’effetto della guerra economica: anche senza un divieto formale sui medicinali, le sanzioni rendono difficili acquisti e pagamenti e frenano forniture. I kit diagnostici arrivano dalla Cina il 17 febbraio con un volo commerciale proveniente da Baghdad. La Turchia invia il 17 marzo un cargo con materiale sanitario: kit test, camici, grembiuli, mascherine, occhiali protettivi e maschere N95.
Il primo focolaio noto è Qum, città santa con enorme afflusso di pellegrini: si parla di circa 20 milioni l’anno. Tra le ipotesi di diffusione c’è anche il contatto fisico dei fedeli con le grate dei mausolei. Qum accoglie inoltre turisti e studiosi da decine di Paesi, inclusi molti cinesi: i legami economici con Pechino sono intensi e in quella fase diventano un vettore.
Un punto delicatissimo riguarda Mahan Air, compagnia colpita da misure statunitensi per presunti legami con le Guardie rivoluzionarie: un’inchiesta giornalistica sostiene che abbia continuato voli con la Cina fino al 20 aprile nonostante un divieto annunciato il 31 gennaio, e che abbia effettuato centinaia di voli verso Iraq, Emirati e Siria contribuendo alla diffusione regionale. Si parla anche di equipaggi con sintomi messi a tacere e di collegamenti con i primi casi confermati in Iraq e Libano.
I numeri ufficiali crescono: il 21 febbraio i casi sono 17 con 4 decessi; il 25 febbraio 95 casi e 15 morti. Le scuole e università sospendono lezioni in presenza; lo studio prosegue da casa anche grazie all’alta diffusione di internet (87%). Il 26 febbraio le autorità istituiscono una task force contro “notizie false” sui social: arresti, ammonimenti e pene che includono detenzione e frustate.
Il 28 febbraio si parla di 29 morti e 245 contagiati; tra i positivi compaiono parlamentari e poi, nei giorni successivi, cresce il numero di deputati contagiati e si ammala anche un ministro. Vengono annullate le preghiere del venerdì in 22 capoluoghi su 31, inclusi Teheran, Qum e Mashhad.
A metà marzo arrivano misure più dure: chiusura di santuari e moschee di pellegrinaggio (Imam Reza a Mashhad, Masumeh a Qum, Shah Abdol-Azim a Teheran e la moschea Jamkaran a Qum). Scoppiano proteste a Qum e Mashhad, con arresti. Per evitare esplosioni nelle carceri, vengono concessi arresti domiciliari e permessi temporanei a decine di migliaia di detenuti; tra i rilasciati figura anche l’ex militare americano Michael White, detenuto dal 2018. Vengono estesi permessi temporanei a Nazanin Zaghari-Ratcliffe, anglo-iraniana incarcerata per accuse che lei respinge.
Il 19 marzo Rohani chiude centri commerciali, bazar e negozi non essenziali fino al 3 aprile. Durante il Capodanno persiano, nonostante gli appelli, milioni di persone si spostano verso il nord e il Mar Caspio; la polizia cita 1,2 milioni in auto. Si impongono restrizioni ai viaggi tra città dal 25 marzo all’8 aprile e si chiede di evitare anche i picnic tradizionali.
Il Paese riapre gradualmente: dall’11 aprile riprendono attività in aree considerate sicure; durante il Ramadan si invitano i fedeli a non andare in moschea, ma si riaprono parchi e giardini con sanificazioni frequenti. Il 4 maggio riaprono moschee in 132 città a basso rischio; il 16 maggio è previsto rientro a scuola in alcune aree; i mausolei vengono riaperti solo dopo il Ramadan, con annuncio il 25 maggio.
A fine maggio i dati ufficiali parlano di 129.341 casi, 7.249 morti, oltre 100.000 guariti e centinaia di migliaia di test. Ma, come altrove, si ammette implicitamente che i numeri basati sui ricoveri sottostimano il quadro reale.
C’è un’altra contraddizione: l’embargo ha spinto l’Iran verso l’autarchia farmaceutica. Si sostiene che il 97% dei farmaci sia prodotto localmente, pur con bisogno di materie prime importate; quel 3% mancante riguarda spesso malattie rare e pazienti vulnerabili. E anche quando la carta dice “consentito”, la pratica dice “impossibile”, perché banche e fornitori temono di essere colpiti.
La Repubblica islamica tenta anche la strada finanziaria: chiede un prestito straordinario al Fondo monetario internazionale e denuncia un blocco americano. Rohani telefona al presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte chiedendo un ruolo europeo contro violazioni delle norme internazionali e sostenendo che Washington avrebbe potuto scegliere una linea diversa, “non contro il popolo iraniano”. Sullo sfondo pesa il crollo del prezzo del petrolio, che riduce le entrate e svuota il margine di manovra dello Stato.
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