Press "Enter" to skip to content

I massacri nella striscia di Gaza

“Le urla degli innocenti ci tormenteranno eternamente se scegliamo il silenzio,” ha affermato il primo ministro dell’Irlanda, Leo Varadkar, durante un discorso il 13 marzo a Boston, riguardante l’attacco devastante di Israele contro la Striscia di Gaza. Varadkar, che il 20 marzo ha comunicato le sue dimissioni per motivazioni politiche e personali, ha sollevato una questione di profonda risonanza morale. L’assedio israeliano a Gaza rappresenta una crisi umanitaria di vasta portata, con civili intrappolati, affamati e resi senza tetto dai continui bombardamenti. Isolati, i palestinesi cercano di fare luce sulla loro situazione attraverso la documentazione della catastrofe, mentre gli Stati Uniti persistono nel sostenere Israele finanziariamente e militarmente, nonostante le crescenti chiamate internazionali per un cessate il fuoco.

Durante la sua visita ufficiale negli Stati Uniti, conclusasi con un incontro con il presidente Joe Biden il giorno di San Patrizio, Varadkar non ha trascurato la tematica della Palestina, pur mantenendo un tono diplomatico, riconoscendo l’amicizia storica tra Irlanda e Stati Uniti. Questo riflette la posizione irlandese sul conflitto a Gaza: una condanna esplicita delle azioni di Israele, vista la sua crescente isolazione internazionale, a fronte di un trattamento più neutrale verso gli Stati Uniti, principale fornitore di aiuti militari e finanziari a Israele.

Il conflitto a Gaza, tuttavia, trascende la questione israeliana per diventare un punto di critica verso la politica estera statunitense sotto l’amministrazione di Biden. La dipendenza di Israele dal supporto USA è cruciale per la prosecuzione delle ostilità, nonostante un’opinione pubblica americana che inclina verso la richiesta di un cessate il fuoco. La persistenza di Biden nel bypassare le istanze congressuali per armare Israele contraddice il desiderio popolare e solleva interrogativi sulla vera natura dell’influenza reciproca tra USA e Israele. I precedenti storici dimostrano che gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni significative su Israele in passato; la mancata applicazione di tali pressioni oggi suggerisce un allineamento tacito con le politiche israeliane, sottolineando la complessità e le implicazioni morali della situazione a Gaza. Durante l’inizio degli anni ‘90, George H.W. Bush impiegò l’assistenza finanziaria degli Stati Uniti a Israele come strumento di pressione nei dialoghi internazionali. La riluttanza di Biden ad utilizzare simili leve suggerisce che le attuali ostilità possono riflettere una politica deliberata degli Stati Uniti. Gli specialisti di diritto internazionale etichettano il conflitto a Gaza come genocidio, una definizione che potrebbe guadagnare ulteriori consensi alla luce dell’entità delle morti e delle devastazioni. Israele impedisce l’accesso ai media esterni in Gaza, limitando così la documentazione degli eventi, mentre la sistematica eliminazione di giornalisti palestinesi suggerisce un tentativo di oscurare la realtà dei fatti. Il 2023 ha visto la morte di 99 giornalisti a livello globale, con 72 vittime palestinesi a causa delle azioni israeliane.

Le continue bombe, la maggior parte delle quali forniture statunitensi, hanno causato la distruzione di infrastrutture e la morte di civili, gettando le basi per una crisi umanitaria aggravata dal blocco israeliano degli aiuti. Una carestia indotta sta emergendo, con persone che muoiono di fame non per cause naturali, ma come diretta conseguenza delle politiche israeliane e statunitensi. Il numero ufficiale di vittime supera i trentamila, una stima che potrebbe essere al di sotto della realtà vista la velocità della distruzione.

La vera entità delle vittime palestinesi dall’ottobre 2023 rimane incerta, ma è evidente che ogni morte è stata facilitata dall’assistenza degli Stati Uniti. Questi atti di violenza, unitamente alla complicità evidenziata tra Biden e Varadkar, rivelano una profonda crisi morale che, come sottolineato da Varadkar, “ci perseguiterà per sempre”.

Recentemente, diverse nazioni occidentali hanno incrementato le loro esportazioni di armamenti verso Israele, le quali sono state impiegate in operazioni giudicate incompatibili con le normative del diritto internazionale umanitario. Mentre i dibattiti si accendono nell’Occidente riguardo al modo in cui Israele impedisca l’arrivo di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, la fornitura di armi prosegue senza sosta. Questo flusso costante di armamenti ha contribuito significativamente alla prosecuzione del conflitto contro i palestinesi, con conseguenze devastanti sulla popolazione civile.

Esiste insomma un evidente contrasto tra le urgenti necessità umanitarie di Gaza e il continuo invio di armi a Israele che aggrava tali bisogni. Le leggi internazionali stabiliscono criteri rigorosi per la vendita di armamenti, proibendo espressamente l’esportazione verso nazioni sospettate di utilizzarli per genocidio, crimini contro l’umanità o attacchi mirati contro civili, come previsto dalla Convenzione sul Genocidio del 1948 e dal Trattato sul Commercio delle Armi.

La situazione umanitaria a Gaza è al limite, con oltre 31.000 persone decedute a causa del conflitto, inclusi donne e bambini, e circa 73.000 feriti, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza. Le infrastrutture sanitarie sono sopraffatte e incapaci di gestire l’afflusso di feriti e morenti.

Il 13 marzo, Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha denunciato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’uso della fame da parte di Israele come arma di guerra, bloccando gli aiuti e aggravando la crisi umanitaria. Nonostante le crescenti pressioni internazionali per una riduzione del sostegno bellico a Israele, paesi come gli Stati Uniti e la Germania hanno mantenuto stabile il flusso di armi.

Alcune nazioni hanno interrotto la vendita di armi a Israele all’inizio del conflitto, ma i principali fornitori rimangono attivi, sostenendo il bilancio militare israeliano con un contributo annuale significativo. Il Presidente Biden ha proposto la creazione di un corridoio marittimo per facilitare l’arrivo degli aiuti a Gaza, tentativo di bypassare le restrizioni israeliane. Questa situazione sottolinea la complessità e la contraddittorietà delle politiche internazionali nei confronti del conflitto Israele-Palestina.

Nel febbraio scorso, il Congresso statunitense ha approvato un finanziamento aggiuntivo di 14 miliardi di dollari destinati a Israele, preparandosi a un conflitto su più fronti, potenzialmente incluso un nuovo confronto con Hezbollah in Libano. L’Istituto per la Pace di Stoccolma riporta che il 69% delle importazioni di armi in Israele proviene dagli Stati Uniti, tuttavia, alcune rivelazioni del Washington Post suggeriscono che il flusso di armamenti possa essere più ampio di quanto documentato, a causa di una lacuna legislativa che permette l’esportazione di “lotti aggregati” di armi senza il controllo del Congresso, risultando in circa cento spedizioni non registrate. Ari Tolany, responsabile del Security Assistance Monitor presso il Center for International Policy, ha sottolineato l’oscurità che circonda queste esportazioni, evidenziando come la realtà in Gaza contraddica le assicurazioni israeliane sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Anche la Germania ha significativamente aumentato le sue esportazioni di armi verso Israele, con un valore che raggiunge i 350 milioni di dollari, decisamente superiore rispetto all’anno precedente. Paesi come Australia, Canada, Francia e Regno Unito sono citati tra i sostenitori di queste esportazioni, sebbene il Canada abbia interrotto le sue forniture il 19 marzo.

D’altra parte, nazioni come Italia e Spagna hanno mostrato una maggiore cautela, sospendendo la vendita di armi a Israele dopo l’inizio delle ostilità a Gaza in ottobre, consapevoli delle implicazioni legali che potrebbero derivare dal supportare uno stato accusato di genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia. Nel frattempo, la situazione umanitaria a Gaza si aggrava, con la metà della popolazione della Striscia che si trova sull’orlo di una grave crisi alimentare, aggravata dalle operazioni militari israeliane. La città di Rafah, nel sud, rischia particolarmente, con il governo israeliano che prosegue nei suoi preparativi per un’operazione terrestre.

L’ospedale Al-Shifa a Gaza, rifugio per migliaia di civili, è stato attaccato da Israele, che ha dichiarato di aver eliminato numerosi combattenti e arrestato oltre duecento persone durante l’operazione, già oggetto di attacchi precedenti. Contemporaneamente, si svolgono tentativi di mediazione a Doha, in Qatar, per raggiungere un cessate il fuoco, con il capo del Mossad israeliano che ha lasciato il paese il 19 marzo, pur proseguendo i dialoghi. Nel contesto di queste tensioni, un’iniziativa umanitaria guidata dallo chef José Andrés ha portato soccorso a Gaza, scaricando duecento tonnellate di cibo davanti alla Striscia il 15 marzo.

Parallelamente, varie regioni e aziende internazionali hanno interrotto le loro esportazioni di armi verso Israele, riconoscendo il rischio che tali forniture vengano utilizzate in violazione del diritto internazionale umanitario. Questa tendenza è stata confermata anche da un giudice olandese, che ha bloccato l’invio di componenti per gli F-35 a Israele, evidenziando il pericolo di gravi violazioni. L’ONU ha chiarito la necessità di arrestare immediatamente le vendite di armi a Israele, sottolineando i rischi per la pace e la sicurezza internazionali.

Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, sono state avviate azioni legali per modificare le politiche di esportazione di armi verso Israele, in seguito a rapporti che indicano l’uso di armamenti occidentali per causare vaste sofferenze tra i palestinesi. Le indagini su un attacco aereo che ha colpito le sedi di organizzazioni umanitarie in Gaza hanno rivelato l’impiego di munizioni sofisticate, sollevando interrogativi sulla responsabilità degli alleati occidentali di Israele. Nonostante diverse spiegazioni fornite dalle forze armate israeliane, non vi è stata alcuna presa di posizione ufficiale da parte di Washington e Londra per indagare sulle violazioni del trattato sul commercio delle armi.

Mentre la tensione persiste, Israele ha proposto la creazione di “isole umanitarie” all’interno della Striscia di Gaza, una mossa vista con scetticismo da molti data la situazione di assedio prolungato. Milioni di palestinesi continuano a vivere in condizioni precarie, in attesa di una risoluzione che ponga fine al conflitto e porti sollievo alla loro sofferenza.

Inviato da iPad

Be First to Comment

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

    Mission News Theme by Compete Themes.